Rubriche
tratto dal n.04 - 1998

Lettere al direttore



La posta del direttore


Baget bozzo sul 18 APRILE 1948

Ma nella Dc poi vinse la cultura dossettiana

Caro direttore, credo che Luigi Gedda, l’uomo a cui l’Italia deve tanto, non sbagli quando dice che «il Dossetti mirava ai comunisti». E non credo che si possa considerare Dossetti un “fondamentalista democristiano”. Ho conosciuto il dossettismo dall’interno, come tu sai bene.
Dossetti esprime politicamente in Italia quello che avviene teoricamente in Francia con il Maritain di Humanisme intégral (ancora antioccidentale per l’influenza di Maurras: poi Maritain cambierà radicalmente dopo il soggiorno americano) e con Emmanuel Mounier. I temi fondamentali della prima sinistra cattolica sono due: la fine della cristianità, e quindi la negazione dell’identità cristiana in politica, e la negazione del valore dell’Occidente come continuazione della cristianità: e ciò di fronte al comunismo. Questa tesi comportava «la ricerca di una nuova identità storica trovandola nella classe operaia», come afferma la lettera del cardinale Suhard, citata, come ricorderai, con la tua memoria a cui nulla sfugge, al Congresso di Napoli del ’47, da Dossetti nel suo intervento. La pastorale dell’arcivescovo di Parigi intitolata Essor ou déclin de l’Église?, venne tradotta in italiano dai padri Piaz e Turoldo come Agonia della Chiesa?
La posizione di Dossetti era antioccidentale, antiborghese, anticapitalista, come quella di Mounier. Che ciò fosse un patrimonio comune a tutta la sinistra dossettiana con la radicalità propria di Dossetti, è incerto. Ma è certo che esso bastava per fondare in tutta la corrente dossettiana un indirizzo verso sinistra: in forme diverse, anche in Fanfani e La Pira, che spostano a sinistra l’asse della Dc. Come tu sai bene.
Il dossettismo era la ricerca di una partecipazione cristiana alla “Rivoluzione”: puntava ad una riforma del comunismo, non a una riforma della società “borghese”. Un redattore di Segno mi ha chiesto un commento al 18 aprile del ’48. Gli ho chiesto da che parte si sentisse in quello scontro civile e egli mi rispose: sono dossettiano. Ed aveva ragione. Dossetti combatté nelle elezioni del 18 aprile con il corpo una battaglia cui idealmente non credeva. “Dossettiano” nel ’48 come nel ’98 vuol dire non riconoscersi nei vincitori del 18 aprile. Oggi le posizioni dossettiane sono divenute più che una cultura, il senso comune di tanta parte del mondo cattolico italiano. Io lasciai la Dc quando mi resi conto che la cultura dossettiana aveva vinto nella Dc. Come ben vide don Sturzo. Ti ringrazio, caro direttore, della pubblicazione, nella memoria di un fatto in cui fosti impegnato con De Gasperi ad alto livello.
Con affetto

Gianni Baget Bozzo
Genova, Italia

Gianni Baget Bozzo – che l’altro giorno ha detto cose bellissime celebrando la messa nel trigesimo di Celso De Stefanis – ha una sua interpretazione della storia democristiana che solo in parte può condividersi. Ma è un discorso in profondità che non si può fare in margine a una lettera.

G.A.


claustrali ed Elezioni del 1948

Contro il persecutore

Signor direttore, ci è giunta l’eco di ironiche prose sulla partecipazione al voto del 1948 di religiose claustrali. Non voglio certo introdurmi in giudizi politici, ma vorrei ricordare a questi critici che avevamo l’obbligo morale di contribuire a sbarrare il passo agli eredi di un movimento che nel 1936 uccise in Spagna sette nostre sorelle, ree solo di essere fedeli a Gesù. Tra qualche settimana saranno annoverate dal Santo Padre tra i beati. Complimenti per il fascicolo rievocativo.

Suor S. P.
Monastero della Visitazione
Roma, Italia

Ha più che ragione. Il martirio è una meta stupenda, ma impedire il dominio dei persecutori è effettivamente un obbligo morale.

G.A.


trialogo

Garbato lamento egiziano

Caro dottor Andreotti, non ho voluto togliere spazio alle sue vacanze pasquali nel Senato chiedendo di venirla a salutare. Ma con i miei auguri scritti le lascio anche un quesito. Tra tante revisioni ideologiche e addolcimenti di storici contrasti la Chiesa non potrebbe fare anche all’Egitto qualche piccolo sconto?
Ho seguito le funzioni della settimana santa qui in Roma e mi hanno spiegato le novità introdotte nei testi per togliere qualsiasi accenno censorio verso gli ebrei. Molto giusto. Ma noi cristiani d’Egitto, piccola minoranza, siamo soggetti a brutti scherzi propagandistici da parte di qualche islamico fanatico. Si pubblicizzano ampliandoli i brani delle letture bibliche che dipingono il nostro popolo come schiavizzante. Per di più si suscitano confusioni tra l’epoca dei faraoni e quella attuale lasciando credere che Dio faccia parte stabile di uno stato maggiore molto attivo proprio contro l’Egitto.
So che lei non c’entra, ma poiché mi parlò, quando ci siamo visti all’Università di Gerusalemme, del Trialogo e di un circuito intellettuale da crearsi tra i discendenti di Abramo forse potrà capire il mio malinconico disagio. Perché non torna al Cairo? Avevamo cinquanta anni in meno quando c’incontrammo la prima volta alla Mostra del libro italiano.Con amichevoli rispetti.

Stephanos Jubal
Il Cairo, Egitto

Sono sensibile al ricordo e agli auguri, che ricambio. Non vedo però come la Chiesa possa mettere degli OMISSIS nella lettura del libro dell’Esodo; e neppure introdurre una preghiera speciale – nella liturgia del venerdì santo – per il popolo egiziano. Se lei era qui a Pasqua (ma del resto era in collegamento televisivo o radiofonico con oltre mezzo mondo) ha potuto notare come il Santo Padre nei saluti si è rivolto a tutte le etnie possibili. Ma è cosa diversa.
Spero anche io di avere occasione di rivederci.

G.A.




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