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ANNIVERSARI
tratto dal n. 09 - 2002

Sant’Antonio Maria Zaccaria


Nel quinto centenario della nascita del fondatore dei Barnabiti e delle Angeliche di San Paolo, monsignor Erba, il vescovo di Velletri-Segni e storico della famiglia barnabita, ne rievoca la figura


di Andrea Maria Erba


San Carlo convoca Gesuiti, Barnabiti e Teatini, dipinto di G.B. Crespi, 
duomo di Milano, XVII secolo

San Carlo convoca Gesuiti, Barnabiti e Teatini, dipinto di G.B. Crespi, duomo di Milano, XVII secolo

Fondatore dei chierici regolari di San Paolo (poi detti Barnabiti dal nome della loro prima chiesa milanese dedicata a san Barnaba), delle Angeliche e dei Laici di San Paolo, medico e sacerdote, precursore della riforma cattolica nell’Italia del nord, promotore delle Quarantore eucaristiche, nacque nel 1502 a Cremona. Qui muore il 5 luglio 1539, è sepolto e venerato nella chiesa di San Barnaba in Milano. L’iconografia lo presenta assieme ai due cofondatori dei Barnabiti Giacomo Antonio Morigia e Bartolomeo Ferrari, con i tre ideali della sua vita: crocifisso, eucaristia, San Paolo, associati al giglio, stemma gentilizio degli Zaccaria e simbolo della sua angelica purità.
La madre, Antonietta Pescaroli, rimasta vedova a 18 anni, rinunciò a seconde nozze per dedicarsi all’educazione del figlio. Laureatosi in medicina all’Università di Padova nel 1524, Antonio Maria ritorna a Cremona e, invece di dedicarsi alla cura dei malati, «si dà a vita spirituale». Nel 1528 diventa medico delle anime, cioè sacerdote, e si consacra all’annuncio della Parola di Dio con sermoni di indole biblico-dommatico-morale, rimastici in parte. Recatosi a Milano al seguito della contessa di Guastalla Ludovica Torelli, incontra il Cenacolo dell’Eterna Sapienza, ispirato al movimento dell’evangelismo europeo. Da questo centro di riforma nascono i Chierici regolari di San Paolo, approvati da Clemente VII nel 1533, mentre del 1535 è l’approvazione delle Angeliche e il sorgere dei Maritati di San Paolo. Nel suo appassionato impegno di rinnovamento, lo Zaccaria prende come modello, padre e guida l’apostolo Paolo, si appropria della sua dottrina cristologica, ne segue le orme. Si reca nel Veneto, a Vicenza in particolare, diffondendo lo spirito della riforma cattolica, predicando Cristo crocifisso e ottenendo conversioni di uomini e di donne anche se non mancarono accuse e persecuzioni.
Lo Zaccaria scrive lettere infiammate (ce ne sono rimaste solo 11) per animare i suoi seguaci a combattere contro la “tiepidezza”, questa «pestifera nemica che sì grande regna ai tempi moderni». Uomo allo stesso tempo austero, sorridente e aperto al sentimento, cura in modo particolare la formazione delle Angeliche, le prime suore dedite all’apostolato fuori dalla clausura, esortandole ad andare «ad annunziare la vivezza spirituale e lo Spirito vivo dappertutto». Il santo, canonizzato nel 1897, muore a soli 36 anni nelle braccia della madre, lasciando in eredità esempi vibranti di zelo, di orazione, di povertà, di penitenza: con la sua forza e tensione morale preparò le vie al nuovo apostolo di Milano e della Chiesa: san Carlo Borromeo.
In occasione del quinto centenario della nascita di sant’Antonio Maria Zaccaria, escono quasi in contemporanea due volumi biografici dal taglio diverso: il primo, a firma di Andrea Maria Erba e Antonio Maria Gentili, porta il titolo significativo Il riformatore, sottolineando l’impegno per la riforma spirituale e morale della Chiesa nei primi decenni del Cinquecento. Il secondo, autore il giornalista-scrittore Angelo Montonati, s’intitola Fuoco nella città. Steso con stile brillante, narra la breve ma intensa esistenza di un uomo di Dio che, dovunque è passato, ha portato il fuoco dello Spirito, “incendiando”, per così dire, la società dell’Italia settentrionale, trasformandone le città in cenacoli di santità.
Limitandoci a presentare questo secondo volume, colpisce innanzitutto la prefazione del cardinale Ratzinger, il quale vede nello Zaccaria «una delle grandi personalità della riforma cattolica del Cinquecento, impegnato nel rinnovamento della vita cristiana in un’epoca di profonda crisi nel campo della fede e dei costumi» (p. 7).
Una figura ecumenica e missionaria, seguace e discepolo di San Paolo, di cui ha imitato il dinamismo evangelico dentro la comunità della Chiesa, a differenza del contemporaneo Lutero che invece gli si è contrapposto. Un santo di grande attualità che mostra ai nostri fratelli separati che non è necessario mettere in contrasto il messaggio paolino con la Chiesa cattolica, ma che esiste nella Chiesa cattolica tutto lo spazio per la libertà evangelica (cfr. ibid.).
Montonati descrive con efficacia la personalità e l’azione dello Zaccaria come precursore dei tempi e del grande evento del Concilio di Trento. Da esperto agiografo, mette in evidenza alcuni aspetti caratteristici delle scelte e della spiritualità del santo, meritevoli di interesse e di attenzione. A suo giudizio, lo Zaccaria rappresenta un fenomeno inedito nella storia della Chiesa (infatti non fu riconosciuta la sua importanza profetica), avendo egli realizzato il singolare progetto di coinvolgere nella riforma tutti i ceti del popolo di Dio, quelli che le cronache antiche chiamano i “tre collegi”: i Chierici regolari di San Paolo, le Angeliche, i Laici coniugati, associati al medesimo spirito e zelo. Questi tre nuclei costituivano un unicum originale, concepiti come membri di un solo organismo, finalizzato allo stesso obiettivo della riforma. Tale disegno non fu compreso dalle autorità dell’epoca, fu anzi ostacolato e rimosso: soltanto dopo secoli viene riscoperto nelle sue intuizioni.
Montonati ha pure indagato sui vari passaggi che hanno distinto la vita del fondatore: la scelta della professione medica, lungi dall’inclinarlo allo scetticismo in maniera di fede, lo spinge ad abbracciare la missione sacerdotale, diventando medico delle anime. E pur appartenendo a un nobile casato, non esita a chinarsi sulle povertà del popolo minuto. Predicatore e catechista, lo Zaccaria combatte poi con forza contro il male della “tiepidezza”, sorella dell’attuale indifferentismo religioso, considerata il principale nemico di Cristo. Appassionato cultore di San Paolo, ne riproduce il carisma e ne imita gli esempi. In un tempo di freddezza spirituale e di eresia, promuove il culto solenne dell’eucaristia, propagando le Quarantore nelle chiese di Milano. Annuncia la centralità della croce e del crocifisso, «guardando il quale egli trova le risposte ai drammi e alle angosce dell’umanità»: è sua iniziativa far suonare i rintocchi di campana alle tre del pomeriggio di ogni venerdì, a ricordo della morte di Cristo in croce.
Merito grandissimo dello Zaccaria è la valorizzazione del genio e del ruolo della donna, sia nella vita religiosa come nel matrimonio. Tra le suore assume un particolare rilievo l’angelica Paola Antonia Negri, chiamata la “divina madre e maestra” per la forte carica carismatica di cui era dotata e per l’eccezionale ascendente che ebbe sui primi Barnabiti e sullo stesso fondatore. Accanto a lei, la contessa di Guastalla Ludovica Torelli, donna di spiccate qualità e talenti. Purtroppo dopo la morte dello Zaccaria scomparvero praticamente i Maritati di San Paolo: una perdita dolorosa del laicato cattolico.
Erano stati decisivi gli incontri a Milano con i soci dell’Oratorio dell’Eterna Sapienza, tra cui Bartolomeo Ferrari e Giacomo Antonio Morigia, che diventeranno i cofondatori dei Barnabiti. Lo Zaccaria ne assume la direzione e traccia le linee del rinnovamento spirituale. Guidato da un acuto discernimento dei mali del tempo e dei rimedi necessari, vuole essenzialmente riavvicinare l’uomo a Dio: mentre «gli uomini moderni sembrano fatti apposta per allontanare l’uomo da Dio», egli afferma che «Dio ha fatto il tutto per l’uomo e l’uomo per Dio». Al vertice c’è la carità, «la sola che vale» e che deve spingere a «correre come matti non solo verso Dio ma anche verso il prossimo».
Il drappello dei “riformatori” non poteva andare esente da critiche e persecuzioni: passano infatti da un tribunale all’altro, sempre... per non aver commesso il fatto (da due processi in piena regola nel 1504 e nel 1537 escono pienamente riabilitati).
Colpito da broncopolmonite a Guastalla, si fa portare a Cremona per morire fra le braccia della madre: un tratto commovente di umanità. Era il 5 luglio 1539 “nell’ora in cui Cristo morì”.
Dopo cinque secoli la sua eredità rimane intatta, così come il suo spirito e la sua missione offrono abbondanti stimoli anche ai cristiani di oggi.


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