Il settimo magnifico
Il primo novembre 2002, il professor Lorenzo Ornaghi si insedia quale nuovo rettore dell’Università fondata da padre Agostino Gemelli. Le sfide che l’Ateneo dovrà affrontare nei prossimi anni
di Ombretta Fumagalli Carulli

Il rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, padre Agostino Gemelli, con un gruppo di studenti
Con un manipolo di amici, che saranno sempre suoi fedeli collaboratori – Ludovico Necchi, monsignor Francesco Olgiati, Armida Barelli, Ernesto Lombardo – ha già fondato (nel 1909) la Rivista di filosofia neoscolastica per dare risposta scientifica alla dottrina filosofica positivista. Ma egli avverte l’assenza dal panorama italiano di una rivista di cultura generale, a servizio della verità cristiana. Per contro proliferano concezioni anticattoliche che, quando non sono frutto dell’anticlericalismo liberale o di quello marxista, sono animate dalle negazioni e dall’agnosticismo che la massoneria diffonde con pervicacia nelle classi colte, perché a loro volta li diffondano nel popolo. È accesissima, ad esempio, in quegli anni “la lotta contro Lourdes”, ingaggiata da alcuni circoli medici massonici contro i miracoli, tacciati di essere solo frutto di credulità popolare. Di queste lotte lo stesso padre Gemelli, paladino della difesa di Lourdes, sarà inconsapevole vittima nelle prime valutazioni sulla santità di padre Pio da Pietrelcina.
La pubblicazione di Vita e Pensiero nel 1914 è dunque una risposta ed insieme una sfida.
Medioevalismo è l’articolo-manifesto del primo numero: contro la lettura neoilluminista del medioevo come età dei secoli bui, per rispondere ai gravi problemi posti dalla civiltà moderna, esso propone, con impostazione vigorosa e battagliera, «un intelligente ritorno alla concezione organica e teocentrica del medioevo cristiano». Un’età nient’affatto buia, ma ricca di fermenti umani, religiosi e politici. Basti pensare, per questi ultimi, alla formazione dei Comuni. Medioevalismo diviene successivamente anche il manifesto ideologico dell’Ateneo dei cattolici italiani, come l’Università Cattolica del Sacro Cuore è denominata, prima e dopo la sua fondazione, da chi ne voglia sottolineare il vero e proprio movimento di popolo che la reclama.
Medievali sono le fogge delle toghe dei docenti. Medievale la sede centrale (dal 1932 a tutt’oggi) con i suoi inconfondibili chiostri: l’antico monastero di Sant’Ambrogio, dove (allora era ospedale) Gemelli, dopo la laurea discussa a Pavia con il premio Nobel Golgi, aveva compiuto il servizio militare con Ludovico Necchi e con padre Arcangelo Mazzotti, dalle discussioni con i quali egli trae i motivi della conversione.
Il 7 dicembre 1921 una messa celebrata alla presenza del cardinale arcivescovo di Milano, Achille Ratti (tre mesi dopo eletto papa con il nome di Pio XI), inaugura ufficialmente l’Università. Sorta come «un vittorioso punto di arrivo per il movimento cattolico, anzi, per l’intera comunità italiana» (per riprendere le espressioni testuali di papa Benedetto XV, che la approva sotto il profilo ecclesiastico), essa continua ad essere punto di riferimento del mondo cattolico italiano. Anche dopo la fondazione i cattolici si adoperano per la “loro” Università, consapevoli della importanza di una cultura ispirata ai principi cristiani nella formazione delle classi dirigenti. Se l’industriale tessile Ernesto Lombardo conferisce i primi finanziamenti, per i primi tre decenni la Gioventù femminile cattolica, presieduta da Armida Barelli, costituisce la principale struttura di propaganda e di sostegno materiale dell’Ateneo. Poi la Giornata dell’Università Cattolica vede mobilitarsi molti studenti nelle parrocchie.
La “Cattolica” punta sin dall’inizio all’eccellenza del corpo accademico e alla importanza della ricerca scientifica, sia in se stessa sia nel perseguimento di una composizione del sapere frammentato, alla luce del rapporto tra fede e ragione. Di qui il grande prestigio riconosciutole anche dalla cultura laica.
Gemelli è rettore dalla fondazione, nel 1921, sino a quando egli muore, il 15 luglio 1959. Gli studenti lo chiamano, tra l’affetto ed il timore, il “magnifico terrore”, per il rigore nella conduzione e nella disciplina. Uno storico contemporaneo della medicina, Giorgio Cosmacini, lo definisce «il Machiavelli di Dio» per aver superato ogni difficoltà ed ogni contingenza politica pur di consolidare l’Università. Certo è una personalità forte, come spesso sono i convertiti al cristianesimo.
Qualche cifra, qualche nome e qualche data rendono tangibile il lungo cammino da lui compiuto. Già nel 1923 nasce la facoltà di Lettere e l’istituto superiore di Magistero. Seguono a brevi intervalli le facoltà di Scienze politiche e di Giurisprudenza, la Scuola di statistica e la facoltà di Economia e commercio. Nell’immediato dopoguerra, nel 1949, è posata la prima pietra di Agraria a Piacenza, alla presenza del presidente della Repubblica Einaudi. L’ultimo impegno del rettore Gemelli è l’elaborazione del progetto di una facoltà di Medicina e di Chirurgia. Lo porta a compimento il suo successore, Francesco Vito; ed il 5 novembre 1961 Giovanni XXIII ne solennizza la nascita a Roma.
L’Università si evolve ulteriormente, aprendo nuove sedi (Brescia, Cremona) e nuove facoltà, nel susseguirsi dei rettorati – dopo Gemelli e Vito – di Ezio Franceschini, Giuseppe Lazzati, Adriano Bausola, Sergio Zaninelli, ognuno dei quali lascia l’impronta della propria personalità e del proprio impegno.
Gli studenti iscritti al primo anno accademico (1921-1922) alle due originarie facoltà, Filosofia e Scienze sociali, sono 68; oggi sono oltre 40mila, con 2.500 docenti e un personale tecnico-amministrativo e di assistenza di 4.700 unità.
Dal primo novembre 2002 il cinquantaquattrenne Lorenzo Ornaghi sarà il nuovo rettore: il settimo della storia dell’Ateneo. La sua nomina, varata lo scorso 5 luglio dal Consiglio di amministrazione ha suscitato qualche sorpresa e qualche polemica. Soprattutto tra i docenti.
Da un lato si riteneva scontata la riconferma del rettore uscente, Sergio Zaninelli. Dall’altro si è data al “cambio della guardia” una lettura politica, con uno di quei corto-circuiti interpretativi non insoliti nell’analisi dei fatti italiani. Che ad uno storico dell’economia e del movimento sociale e sindacale cattolico, considerato vicino alla Azione cattolica, succeda un politologo, considerato vicino a Comunione e liberazione, allievo di Gianfranco Miglio (già preside della facoltà di Scienze politiche e poi ideologo della Lega Nord), e per giunta nominato nel 2001 presidente della Agenzia per le Onlus dal ministro leghista Maroni, è parsa una svolta dal segno marcatamente politico, come mai era avvenuto per nomine precedenti. Altri, per contro, hanno sottolineato in positivo che il nuovo rettore – oltre ad essere uno studioso dello Stato, delle sue trasformazioni, del linguaggio politico, della rappresentanza ed organizzazione degli interessi, nonché dell’integrazione politica ed istituzionale dell’Europa, Costituzione europea compresa – ha dimostrato significative doti organizzative in un settore formativo di particolare attualità come direttore, dal 1996, dell’Alta Scuola di economia e relazioni internazionali (Aseri, destinata alla formazione postuniversitaria di esperti di sistemi economici e politici globali), ed è di riconosciuta robustezza culturale tanto da essere vicepresidente di Avvenire dal 2002. Altri ancora, pur ribadendo che ogni nomina nuova lascia pur sempre un po’ di nostalgia per il passato, tanto più quando questo sia stato positivo, si sono pronunciati per un più realistico ed insieme costruttivo “mettiamolo alla prova!”.
Di lavoro da svolgere in Università e con l’Università ce n’è molto in questo momento.
Se le incertezze politiche gravano sulla riforma della scuola, compresa quella universitaria (soprattutto non statale), e se, d’altronde, urge il rinnovamento degli atenei italiani, come in genere degli atenei europei, la via da percorrere è tutta in salita. Tanto più in un momento come l’attuale, nel quale si ha l’impressione che il mondo cattolico “non conti più” nella costruzione della città dell’uomo, ed i principi del magistero sociale della Chiesa, al di là di pur notevoli riconoscimenti ad alcune battaglie di Giovanni Paolo II, sembrano disconosciuti dalle conventicole intellettuali oggi dominanti in Italia, a destra come a sinistra.
Le sfide, insomma, che i cattolici devono vincere, se non vogliono entrare in moderne catacombe, sono molte. Tutto sommato e con i dovuti “distinguo”, alcune assomigliano a quelle di fronte alle quali si trovò Gemelli: dall’influenza della massoneria all’agnosticismo. La via da percorrere, oggi come allora, rimane il sapere al servizio della dignità della persona nel dialogo tra fede e ragione, che fu la grande intuizione del particolare medioevalismo promesso e realizzato da Gemelli e dai suoi successori.

Il professor Lorenzo Ornaghi
Ma c’è da domandarsi se oggi gli orizzonti non debbano essere più vasti, come di continuo ci insegna Giovanni Paolo II. Nell’età della globalizzazione, il riferimento all’unico governo globale oggi esistente, quello della Chiesa universale, a me parrebbe altrettanto, se non più, importante del riferimento alla Chiesa italiana. Nel collegamento tra gli atenei cattolici di tutto il mondo, la Santa Sede, grazie alla attività dei competenti dicasteri della Curia romana (primo tra i quali la Congregazione per l’educazione cattolica) e del Pontificio Consiglio per la cultura, ha una formidabile occasione di evangelizzazione globale ed insieme locale sui grandi principi che mettono in forse l’avvenire della umanità. I singoli atenei cattolici, nel loro compito primario di elaborare la adeguata cultura e preparare i giovani, devono mettere in gioco se stessi in sfide tanto ardue. L’Ateneo di largo Gemelli – una Università cattolica su scala nazionale – ha tutte le carte in regola per porsi alla guida di un progetto internazionale tanto significativo, senza con ciò perdere la natura di prestigioso ateneo italiano, ma caratterizzandosi tra gli altri con una specifica e rinnovata mission.
Quanto poi alla funzione sociale della ricerca, che non va mai disgiunta dalla didattica, il richiamo al magistero sociale della Chiesa non può non essere d’obbligo in una università che si qualifichi come cattolica, anche al fine di individuare priorità ed obiettivi. È questa una mission, che già la “Cattolica” persegue grazie al Centro di ricerche per lo studio della dottrina sociale della Chiesa, ma che oggi andrebbe rafforzata e resa più visibile con adeguate e coordinate iniziative anche tra i singoli corsi universitari.
Infine il senso di appartenenza – forte negli anni passati non solo tra docenti e studenti, ma anche tra il personale – comincia di nuovo ad essere reclamato, non diversamente del resto da quanto avviene in altri atenei, italiani e stranieri. La Associazione L. Necchi tra i laureati dell’Università Cattolica (dal 1930 al servizio del laureato) ha di recente deliberato, oltre a varie iniziative dirette a rafforzare il senso di appartenenza, l’istituzione di un premio per la cultura cattolica. Altre associazioni collegate ai collegi universitari si stanno mobilitando su altri fronti.
Vari cantieri dunque sono aperti. Il “medioevalismo” ha ancora molto da dire. Ci sono le premesse per affrontare agevolmente la strada in salita. Al nuovo rettore l’augurio di portare a compimento un tanto impegnativo compito, coinvolgendo docenti, struttura ed associazioni che alla “Cattolica” fanno riferimento.