Elogio degli anziani
La lettera inedita che il cardinale Vincenzo Fagiolo inviò al Papa nel gennaio del 2000. Nella lettera, il porporato che per anni fu presidente del Pontificio Consiglio per i testi legislativi, e che scomparve nel settembre dello stesso anno, chiede a Giovanni Paolo II di abrogare la novità introdotta da Paolo VI, che ha escluso dai conclavi i cardinali che hanno compiuto gli ottanta anni
del cardinale Vincenzo Fagiolo
Sono umiliato di non potere essere presente a questo incontro, ma il Signore in questi tempi mi chiede anche questo sacrificio. Vi dico grazie per l’imprevisto gesto di amicizia che avete pensato per me, che a Desio sono nato e cresciuto come in un ambiente ospitale, la mia casa.
La memoria ha impressi ricordi di una storia a cui debbo tutto ciò che sono, per l’affetto di chi mi ha voluto bene, dandomi la vita e introducendomi nel mondo che per me, piccolo bambino, iniziava dalle strade e dalle case del mio paese per dilatarsi all’infinito (ma questo l’ho compreso diventando grande). Quante volte ho raccontato di quel mattino di primavera, il cielo sereno e un’unica stella che ancora brillava, mentre con la mia povera mamma andavo alla messa.
Mentre io fissavo quell’ultima stella, mia madre esclamò: «Com’è bello il mondo e com’è grande Dio!». Quella fu per me veramente l’alba di un bel giorno che non si è ancora concluso.
Il presente di un uomo è il compiersi di una storia, che nel tempo conserva ciò che vale e abbandona ciò che non serve al cammino.
Così tutti i miei anni a Desio sono con me, come una grande dote con cui il Signore mi ha voluto buttare nell’avventura della vita. Senza la mia povera mamma, che d’inverno mi teneva sulle ginocchia e mi leggeva le parabole del Vangelo, forse non avrei conosciuto il cristianesimo se non come una cosa del passato. Ma in lei, nei suoi accenti e nei suoi racconti, la vita di Gesù diventava ai miei occhi qualcosa di presente.
Per cui mi dico gratissimo a chi, con questa occasione, mi ha offerto la possibilità di una memoria che non è rimpianto, ma sicurezza che nulla di ciò che è umano va perduto, come ci ricorda la grande Ada Negri nella sua poesia Mia giovinezza: «Non t’ho perduta. Sei rimasta, in fondo/ all’essere. Sei tu, ma un’altra sei:/ senza fronda né fior, senza il lucente/ riso che avevi al tempo che non torna,/ senza quel canto. Un’altra sei, più bella».
Grazie.
La memoria ha impressi ricordi di una storia a cui debbo tutto ciò che sono, per l’affetto di chi mi ha voluto bene, dandomi la vita e introducendomi nel mondo che per me, piccolo bambino, iniziava dalle strade e dalle case del mio paese per dilatarsi all’infinito (ma questo l’ho compreso diventando grande). Quante volte ho raccontato di quel mattino di primavera, il cielo sereno e un’unica stella che ancora brillava, mentre con la mia povera mamma andavo alla messa.
Mentre io fissavo quell’ultima stella, mia madre esclamò: «Com’è bello il mondo e com’è grande Dio!». Quella fu per me veramente l’alba di un bel giorno che non si è ancora concluso.
Il presente di un uomo è il compiersi di una storia, che nel tempo conserva ciò che vale e abbandona ciò che non serve al cammino.
Così tutti i miei anni a Desio sono con me, come una grande dote con cui il Signore mi ha voluto buttare nell’avventura della vita. Senza la mia povera mamma, che d’inverno mi teneva sulle ginocchia e mi leggeva le parabole del Vangelo, forse non avrei conosciuto il cristianesimo se non come una cosa del passato. Ma in lei, nei suoi accenti e nei suoi racconti, la vita di Gesù diventava ai miei occhi qualcosa di presente.
Per cui mi dico gratissimo a chi, con questa occasione, mi ha offerto la possibilità di una memoria che non è rimpianto, ma sicurezza che nulla di ciò che è umano va perduto, come ci ricorda la grande Ada Negri nella sua poesia Mia giovinezza: «Non t’ho perduta. Sei rimasta, in fondo/ all’essere. Sei tu, ma un’altra sei:/ senza fronda né fior, senza il lucente/ riso che avevi al tempo che non torna,/ senza quel canto. Un’altra sei, più bella».
Grazie.