RETROSCENA. L’intervento di George Pell al Sinodo dei vescovi
L’inferno è finito nel limbo
L’arcivescovo di Sidney ha fatto notare che i quattro Novissimi (morte, giudizio, inferno e paradiso) sono temi dimenticati nel panorama ecclesiale attuale
di Gianni Cardinale
Nell’ultimo Sinodo dei vescovi tra i molti temi trattati da padri sinodali ha fatto capolino anche quello dei Novissimi, termine latino con cui tradizionalmente si designano le quattro realtà ultime definitive: morte, giudizio, inferno, paradiso. Argomento a volte un po’ dimenticato nell’attuale contesto ecclesiale. A ricordarlo è stato un presule proveniente dalla lontana Oceania: l’australiano George Pell, arcivescovo di Sydney, che alla fine del Sinodo è risultato tra i dodici prelati eletti a far parte del Consiglio postsinodale (cfr. box).
«Quasi dappertutto nel mondo occidentale» ha detto infatti Pell «i cattolici praticanti, i cristiani praticanti, sono una minoranza. Siamo influenzati pesantemente da una minoranza neopagana che domina i media e la pubblicità attraverso la loro sproporzionata influenza. In questo clima anche i buoni cattolici possono essere incerti, confusi, con poca speranza. L’inferno, il diavolo, la morte e il giudizio sono stati in parte occultati da questa confusione, spesso lasciati nel silenzio. Si potrebbe dire che il limbo è sparito dalle carte, che il purgatorio è scivolato nel limbo, che l’inferno non viene più menzionato da nessuno, eccetto forse per i terroristi e per i rei di crimini odiosi, mentre il paradiso è il diritto umano finale e universale, o forse soltanto un mito consolatorio». L’arcivescovo di Sydney ha poi aggiunto: «Una ricorrente tentazione dell’Occidente è quella di dubitare dell’esistenza del maligno, forse per l’eccesso di violenza nei teleschermi delle nostre tv. Ma gli attacchi dell’11 settembre potrebbero iniziare un cambiamento della coscienza pubblica su questo punto».
Le riflessioni di Pell non sono passate inosservate, tanto che il cardinale Jorge Mario Bergoglio, relatore generale aggiunto del sinodo, ha pensato bene di inserire a conclusione della sua relatio post disceptationem questa notazione: «Alcuni interventi del padri sinodali hanno chiesto d’interrogarci se, nella nostra predicazione, posti come siamo in contesti culturali pervasi dai valori della terra e del tempo presente, noi diamo il posto giusto all’annuncio dei Novissimi e della vita eterna, come oggetto specifico della speranza cristiana».
Pell è arcivescovo di Sydney dallo scorso marzo, in precedenza era stato vescovo ausiliare (’87-96) e ordinario di Melbourne. Il presule australiano, 60 anni, è stato ordinato sacerdote nel dicembre ’66, e ancora ricorda con piacere che, essendo alunno del Pontificio Collegio Urbano «de Propaganda Fide» a Roma, fu inviato a trascorrere la prima settimana santa da sacerdote nella parrocchia di Notaresco, piccolo paese dell’Abruzzo teramano. Della sua permanenza romana Pell ricorda con piacere la figura di monsignor Felice Cenci, coltissimo rettore del Collegio Urbano, che gli fece amare la Divina Commedia di Dante. Non è un caso quindi che monsignor Pell abbia terminato il suo intervento al Sinodo ricordando che i vescovi dovrebbero incoraggiare poeti, artisti e teologi a insegnare i contenuti della fede e della speranza infiammando l’immaginazione delle future generazioni, «così come fecero per le generazioni passate il genio di Dante e Michelangelo».
«Quasi dappertutto nel mondo occidentale» ha detto infatti Pell «i cattolici praticanti, i cristiani praticanti, sono una minoranza. Siamo influenzati pesantemente da una minoranza neopagana che domina i media e la pubblicità attraverso la loro sproporzionata influenza. In questo clima anche i buoni cattolici possono essere incerti, confusi, con poca speranza. L’inferno, il diavolo, la morte e il giudizio sono stati in parte occultati da questa confusione, spesso lasciati nel silenzio. Si potrebbe dire che il limbo è sparito dalle carte, che il purgatorio è scivolato nel limbo, che l’inferno non viene più menzionato da nessuno, eccetto forse per i terroristi e per i rei di crimini odiosi, mentre il paradiso è il diritto umano finale e universale, o forse soltanto un mito consolatorio». L’arcivescovo di Sydney ha poi aggiunto: «Una ricorrente tentazione dell’Occidente è quella di dubitare dell’esistenza del maligno, forse per l’eccesso di violenza nei teleschermi delle nostre tv. Ma gli attacchi dell’11 settembre potrebbero iniziare un cambiamento della coscienza pubblica su questo punto».
Le riflessioni di Pell non sono passate inosservate, tanto che il cardinale Jorge Mario Bergoglio, relatore generale aggiunto del sinodo, ha pensato bene di inserire a conclusione della sua relatio post disceptationem questa notazione: «Alcuni interventi del padri sinodali hanno chiesto d’interrogarci se, nella nostra predicazione, posti come siamo in contesti culturali pervasi dai valori della terra e del tempo presente, noi diamo il posto giusto all’annuncio dei Novissimi e della vita eterna, come oggetto specifico della speranza cristiana».
Pell è arcivescovo di Sydney dallo scorso marzo, in precedenza era stato vescovo ausiliare (’87-96) e ordinario di Melbourne. Il presule australiano, 60 anni, è stato ordinato sacerdote nel dicembre ’66, e ancora ricorda con piacere che, essendo alunno del Pontificio Collegio Urbano «de Propaganda Fide» a Roma, fu inviato a trascorrere la prima settimana santa da sacerdote nella parrocchia di Notaresco, piccolo paese dell’Abruzzo teramano. Della sua permanenza romana Pell ricorda con piacere la figura di monsignor Felice Cenci, coltissimo rettore del Collegio Urbano, che gli fece amare la Divina Commedia di Dante. Non è un caso quindi che monsignor Pell abbia terminato il suo intervento al Sinodo ricordando che i vescovi dovrebbero incoraggiare poeti, artisti e teologi a insegnare i contenuti della fede e della speranza infiammando l’immaginazione delle future generazioni, «così come fecero per le generazioni passate il genio di Dante e Michelangelo».