Home > Archivio > 11 - 2001 > Tempo di dialogo
CINA
tratto dal n. 11 - 2001

SCENARI. I rapporti tra Pechino e il Vaticano dopo il messaggio del Papa

Tempo di dialogo


Le parole di Giovanni Paolo II ai partecipanti al convegno su Matteo Ricci hanno suscitato consenso e commozione tra i cattolici cinesi. John Tong, vescovo ausiliare di Hong Kong, ha registrato molti commenti e fa il punto sulla situazione. Intervista


di Gianni Valente


Sopra il presidente cinese Jiang Zemin; sotto Giovanni Paolo II

Sopra il presidente cinese Jiang Zemin; sotto Giovanni Paolo II

Il messaggio che Giovanni Paolo II ha inviato ai partecipanti al convegno su Matteo Ricci, svoltosi a Roma nei giorni 24 e 25 ottobre 2001 su iniziativa della Pontificia Università Gregoriana e dell’Istituto Italo-Cinese, non poteva essere più eloquente e calibrato nell’esprimere il desiderio della Sede Apostolica di vedere superate le difficoltà che la comunità cattolica cinese deve ancora affrontare nel suo rapporto con la Sede di Pietro e con il resto della Chiesa cattolica. Ancora una volta, il Papa non ha esitato a chiedere perdono per gli errori e i limiti che hanno segnato l’azione dei membri della Chiesa in Cina, pur di sgombrare il campo da pregiudizi e risentimenti. E aprire nuove chance anche al dialogo col governo cinese. Ma il cammino per una definitiva normalizzazione di rapporti tra Vaticano e Pechino appare ancora lungo.
Questo quadro in movimento viene descritto nell’intervista che segue da monsignor John Tong. Il suo è un punto d’osservazione privilegiato. Nato 62 anni fa nella colonia britannica di Hong Kong, ordinato sacerdote nel ’66, padre Tong è stato consacrato vescovo ausiliare della sua città natale nel dicembre ’96. Cioè un anno prima che la “Baia profumata” tornasse sotto il controllo del governo di Pechino. Da molti anni John Tong dirige anche l’Holy Spirit Study Centre, il centro-ricerche della diocesi di Hong Kong che attraverso la rivista bilingue Tripod pubblica una ricca e attendibile documentazione sulla vita della Chiesa in Cina.

Cosa pensa del messaggio del Papa e quali reazioni ha registrato?

JOHN TONG: Il messaggio testimonia l’affetto del Papa per la Chiesa in Cina e manifesta il suo desiderio di dialogo con la Cina. Ho registrato diversi pareri, provenienti dalla Cina continentale, espressi da vescovi e da membri sia dell’area riconosciuta dal governo che da quella clandestina. In genere, tutti esprimono consenso e addirittura commozione per le parole usate dal Papa. Sono rimasti colpiti dal coraggio, e soprattutto dal tono umile delle sue parole, rivolte in maniera indiretta anche al governo. Qualcuno ha paragonato questo atteggiamento al modo in cui Gesù si presentava agli altri.
Ha registrato anche delle critiche?
TONG: Le uniche critiche sono apparse in alcuni articoli della stampa taiwanese. Una vignetta pubblicata in quei giorni sul giornale di Taiwan Taipei Times ritraeva il Papa in ginocchio, che si confessa da un funzionario di Pechino, fa il mea culpa per i peccati della Chiesa e riceve come penitenza quella di ripetere gli slogan con cui da sempre il governo della Repubblica Popolare giustifica la sua chiusura verso il Vaticano: «Recita “Una sola Cina” trenta volte e “non-ingerenza religiosa” venti volte, e i tuoi peccati ti saranno perdonati». Per terra, vicino a questo confessionale sui generis, il vignettista aveva disegnato anche una sputacchiera con su scritto «libertà religiosa».
Ci sono state critiche anche da parte della Chiesa taiwanese?

TONG: Può darsi che, individualmente, qualche cattolico di Taiwan non sia rimasto contento del messaggio papale. Ma il segretario della Conferenza dei vescovi, padre John Baptist Wu, ha scritto un articolo di presentazione molto articolato e positivo, in cui fa notare che anche la richiesta di perdono verso la Cina per le colpe commesse in passato da uomini della Chiesa va inquadrata nella serie di analoghe iniziative come quelle rivolte dal Papa ai cristiani ortodossi o agli ebrei. Anche l’ambasciatore di Taiwan presso la Santa Sede ha detto di apprezzare l’appello del Papa al dialogo. Perché il dialogo e l’apertura possono alla lunga aiutare a sdrammatizzare anche le tensioni tra Pechino e Taipei, contribuendo alla riconciliazione e, magari, a una futura pacifica riunificazione.
L’ha soddisfatta il modo in cui il messaggio papale è stato riportato dai mezzi di informazione?

TONG: Le semplificazioni giornalistiche hanno puntato i riflettori solo sulla richiesta di perdono. Ma il messaggio del Papa contiene tanti altri spunti più importanti e operativi. Alcuni possono suggerire le linee guida per futuri passi sulla via ancora lunga della riconciliazione. Ad esempio, il Papa ha scritto che la Chiesa, sull’esempio di Matteo Ricci, «non chiede alle autorità politiche nessun privilegio, ma unicamente di poter riprendere il dialogo». Ha insistito sul dialogo culturale. Ha ribadito che la Chiesa condivide gli obiettivi della Cina su temi come la pace, la giustizia sociale e il governo intelligente del fenomeno della globalizzazione. Ha fatto cenno alle opere di carità sociale che la Chiesa può porre in atto in maniera disinteressata a favore dei poveri, anche in Cina. Un richiamo pieno di possibili applicazioni pratiche, ora che la Cina attraversa una fase di sviluppo febbrile, in cui rischiano di essere stritolati i poveri, i deboli, gli anziani.
Secondo alcuni commentatori la reazione cinese al gesto del Papa è stata fredda e supponente.
TONG: Chi conosce un po’ queste cose non si attendeva nessun cambiamento fulmineo nelle relazioni tra Cina e Santa Sede, dopo le importanti parole del Papa. I processi decisionali della dirigenza cinese sono tradizionalmente lenti. E, in questa fase di týansizione, il governo cinese si trova in una sorta di sospensione, non è in condizione di occuparsi di queste cose, o addirittura di inaugurare grossi cambiamenti. Ci andrei cauto nell’attendermi chissà quali novità anche dopo il congresso del Partito comunista cinese che ci sarà il prossimo anno. I passaggi di potere, all’interno della leadership cinese, sono lenti e graduali. I nuovi leader emergenti, anche se saranno più aperti, dovranno tener conto delle istanze conservatrici. Non bisogna essere né naïf né pessimisti.
Il rilievo assunto dalla Cina negli ultimi mesi sulla scena internazionale può riflettersi anche nei rapporti tra Pechino e la Santa Sede?
TONG: Tutto ciò che fa uscire la Cina dall’isolamento è positivo: l’entrata nel Wto, la distensione con gli Usa, le buone relazioni con la Russia, le Olimpiadi del 2008 a Pechino e perfino la partecipazione della squadra cinese ai mondiali di calcio. In questo senso, il messaggio papale si inserisce in una congiuntura favorevole, che a lungo termine potrebbe influenzare positivamente anche i rapporti con la Chiesa e la Santa Sede.
Cosa potrebbe accorciare l’attesa di un inizio reale di trattative tra Vaticano e Pechino?

TONG: Su un quotidiano di Hong Kong è stata pubblicata di recente un’analisi sulla questione delle relazioni diplomatiche tra Pechino e Vaticano. L’autore, che si nascondeva sotto uno pseudonimo ma appariva vicino al Partito comunista cinese, notava che per aprire dei negoziati tra le due parti deve essere chiaro fin dall’inizio il vantaggio reciproco che si può ottenere. E mentre è evidente che il Papa già sta guadagnando terreno, perché non solo i vescovi clandestini ma ormai quasi tutti i vescovi nominati dal governo sono nel loro intimo in comunione con la Sede Apostolica, non è ancora chiaro cosa guadagnerebbe il governo cinese dall’avvio delle relazioni diplomatiche. La cosa a cui non vogliono assolutamente rinunciare è il controllo politico sulla Chiesa in Cina. Questo è il motivo per cui il governo di Pechino finora insiste col dire che gli affari ecclesiastici devono essere parte degli affari di Stato. E che le nomine dei vescovi devono rimanere sotto il controllo del governo. Comunque, anche l’analisi giornalistica riconosceva che la richiesta di perdono papale può essere un buon inizio per rendere i rapporti meno freddi.
Cattolici all’uscita della messa nella cattedrale di Fuzhou

Cattolici all’uscita della messa nella cattedrale di Fuzhou

Al convegno romano su Matteo Ricci, padre Giuseppe Pittau, che è stato rettore della Gregoriana e che è segretario della Congregazione per l’educazione cattolica, ha dichiarato che sono già allo studio «soluzioni tecniche» per i punti ancora controversi, come la nomina dei vescovi.

TONG: Si sa che su questo punto il Vaticano può essere alquanto flessibile. C’è tutta una casistica di situazioni, passate e presenti, in cui la Santa Sede ha tollerato l’intervento del potere civile nella nomina dei vescovi. Basta pensare alla Germania, alla Spagna, a Israele. E alla prassi attualmente seguita in Vietnam. Anche in Cina si potrà trovare un compromesso sui meccanismi di selezione dei candidati all’episcopato. L’importante è che, alla fine, la nomina venga dal Papa. Non è questo, il problema.
E allora, qual è il problema?
TONG: Mi sembra che il problema concreto da affrontare sia chiarire lo status attuale dell’Associazione patriottica dei cattolici cinesi. Nella fase iniziale, dopo la sua creazione avvenuta nel ’57, si cercò di imporre la totale identificazione tra Chiesa cattolica e Associazione patriottica. La Chiesa poteva esistere solo in quanto tutte le sue articolazioni venivano assorbite e funzionavano all’interno dell’Associazione. Poi, passata la rivoluzione culturale, dopo l’apertura degli anni Ottanta ci fu un’evoluzione. Si cominciò a considerare l’Associazione come una sorta di organismo esterno di controllo statale, uno strumento per trasmettere anche alla Chiesa alcuni indirizzi politici rivolti a tutta la società. Ma per quanto riguarda le questioni di natura strettamente ecclesiale, era stata riconosciuta ai vescovi una seppur controllata preminenza. Adesso, si registrano segnali di un ritorno al passato. In alcune direttive centrali, si torna a concepire l’Associazione patriottica come un organo direttivo centrale che guida dall’interno tutta la vita della Chiesa, intervenendo pesantemente anche negli aspetti strettamente ecclesiali.
Perché è proprio questo il punto decisivo?
TONG: Perché ne può venire uno snaturamento della Chiesa. Si possono trovare soluzioni e aggiustamenti su tutto. Si possono anche tollerare forme di controllo e sorveglianza politica della Chiesa, se ciò serve a far capire a quelli che hanno il potere che i cristiani non sono una forza ostile allo Stato. Ma la natura della Chiesa va preservata. E nella Chiesa, in tutti i tempi e in tutte le condizioni storiche, la guida nelle cose strettamente ecclesiali tocca ai vescovi.
Dove rintraccia segnali di questa involuzione?
TONG: In alcuni documenti ufficiali e pronunciamenti pubblici, come il lungo studio del presidente dell’Ufficio per gli affari religiosi Ye Xiaowen pubblicato nel maggio dello scorso anno sul quotidiano Guang Ming Ribao. Dove si ribadisce che la politica religiosa del governo deve puntare alla «sparizione naturale della religione». E si ripete che per adattarsi al sistema e alla situazione cinese i cattolici devono rimanere vincolati «a una gestione autonoma e indipendente della loro Chiesa». Già l’uso dei concetti di indipendenza e autonomia come se fossero sinonimi è ambiguo. Dal punto di vista cattolico, si può accettare l’affermazione di una autonomia politica della Chiesa in Cina, se serve a rassicurare sul fatto che i cattolici cinesi non dipendono da un’entità statale straniera, visto che a volte il governo cinese sembra far fatica a cogliere la distinzione tra Santa Sede e Città del Vaticano. Ma non si può accettare la nozione di indipendenza, se viene intesa come totale separazione dalla Sede Apostolica. Una Chiesa indipendente esce fuori dalla comunione con la Chiesa universale, e quindi non è più cattolica. Questo non sarebbe un adattamento, ma uno snaturamento, l’alterazione di un dato essenziale. E noi non siamo autorizzati a cambiare la natura della Chiesa.


Español English Français Deutsch Português