Sete d’acqua e di giustizia
A Johannesburg doveva essere un summit sullo stato di salute del pianeta e sullo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali. Le pressioni dei Paesi poveri hanno spostato il dibattito sui grandi temi lasciati irrisolti
di Francesco Martone

Un’immagine di siccità in India
La Conferenza Unced aveva come obiettivo quello di ridisegnare un modello di condivisione delle responsabilità ed un corpus di programmi ed impegni per promuovere lo sviluppo sostenibile, facendo tesoro delle ricerche scientifiche e della presa di coscienza della comunità internazionale sull’emergenza ambientale globale. Nel concetto stesso di sviluppo sostenibile, già presente nel rapporto Brundtland “Our common future” e nei lavori della Conferenza di Stoccolma sull’ambiente del 1972, sono rappresentati l’urgenza di garantire la tutela dell’ambiente, l’altrettanto rilevante necessità di promuovere il diritto allo sviluppo e la giustizia sociale per tutti. I due elementi che lo caratterizzano sono quelli dello spazio e del tempo. Spazio nel senso che il carattere ormai transfrontaliero, e pertanto sopranazionale, se non addirittura globale, delle crisi ecologiche induce necessariamente ad affrontare la sfida dello sviluppo sostenibile attraverso strumenti di “governo” che riconoscano appieno il criterio di sussidiarietà (dal locale al globale e viceversa). Un processo questo in grado di modulare la proposta politica e gli impegni che ne conseguono ai vari livelli operativi e di responsabilità nel corso del quale gli Stati progressivamente trasferiscono porzioni della loro sovranità e delle loro prerogative sovrane ad un’istanza collettiva per il perseguimento di un obiettivo comune. L’altro fattore, quello temporale, è profondamente incardinato nella necessità di garantire che il modello di sviluppo e consumo non pregiudichi i diritti delle generazioni future ad usufruire delle risorse naturali, e che pertanto comporti adeguati correttivi senza dei quali un nostro comportamento antiecologico si ripercuoterà anche sulle generazioni future.
I principi di Rio
A Rio pertanto le sfide “culturali” e politiche che i delegati si trovarono ad affrontare erano anzitutto quelle di tradurre in programmi ed atti concreti queste peculiarità dello sviluppo sostenibile, in un approccio cosiddetto “olistico”, che tenesse in debita considerazione le variabili socioeconomiche e finanziarie, orientandole verso l’obiettivo ultimo, integrando le priorità ambientali in tutti gli ambiti di iniziativa ed intervento.
A Rio si posero le basi per due altri importanti principi che hanno arricchito il lavoro di ricerca e formazione del diritto internazionale dell’ambiente. Il primo è il concetto di diritto umano, e di conseguenza come responsabilità intergenerazionale, diritto all’ambiente sano, inteso come diritto di queste generazioni e di quelle a venire. Il secondo, quello dei “beni pubblici globali” (“Global public goods”) che a Rio ha trovato la massima espressione nella tematica dei mutamenti climatici e della tutela degli oceani e dello strato di ozono.
Il processo negoziale di Rio de Janeiro fu caratterizzato da una forte contrapposizione tra Paesi del cosiddetto Nord e quelli del Sud del mondo, in quell’occasione rappresentati con vigore da India, Indonesia e Malesia, con le loro agende politiche. I primi, sull’onda della crescente pressione dell’opinione pubblica sui rischi correlati allo sfruttamento indiscriminato delle risorse naturali, chiedevano ai Paesi del Sud impegni stringenti per la conservazione di ecosistemi ritenuti cruciali per il mantenimento degli equilibri ecologici globali, quali le foreste tropicali, e per l’abbandono progressivo delle fonti energetiche inquinanti. I secondi, nell’ansia di preservare la loro sovranità sulle risorse naturali ed il loro diritto allo sviluppo, chiedevano ai Paesi ricchi risorse finanziarie “nuove” ed addizionali, ed il trasferimento di tecnologie appropriate per aiutarli nel cammino verso lo sviluppo sostenibile, secondo il principio delle “responsabilità comuni ma differenziate”. I documenti finali approvati dai governi presenti alla Conferenza Unced riflettono il compromesso raggiunto seppur faticosamente in sede negoziale. I principi di Rio riconoscono le varie componenti dello sviluppo sostenibile, delle responsabilità collettive, delle priorità programmatiche e dell’applicazione del principio precauzionale a tutte le attività suscettibili di avere un impatto negativo sull’ambiente. Oltre al principio delle “responsabilità comuni ma differenziate”, il principio precauzionale entra a far parte, almeno sulla carta, degli strumenti normativi per la regolamentazione delle attività industriali e produttive. La sua applicazione pratica avrebbe consentito una maggior tutela dei diritti dei cittadini e dei consumatori, poiché le imprese che avessero voluto utilizzare una tecnologia o svolgere una determinata attività avrebbero dovuto dapprima dimostrare, in assenza di dati scientifici certi ed inoppugnabili, che le stesse non avrebbero comportato danni all’ambiente o alla salute. Il principio o, meglio, l’approccio precauzionale, ha trovato espressione anche nella Convenzione sulla diversità biologica, anch’essa firmata a Rio, insieme alla Convenzione-quadro sui mutamenti climatici, alla dichiarazione sulle foreste e all’“Agenda 21”. Quest’ultima è lo strumento principale di riferimento per qualsiasi piano d’azione nazionale o locale per lo sviluppo sostenibile. Da allora ad oggi almeno ottanta Paesi hanno adottato “Agenda 21”, istituendo Consigli nazionali per lo sviluppo sostenibile, e165 hanno ratificato la Convenzione sui mutamenti climatici, senza che la maggior parte dei Paesi industrializzati abbia adempiuto all’impegno di riduzione delle proprie emissioni di gas serra. Pertanto nel 1997 venne approvato il Protocollo di Kyoto secondo il quale i Paesi industrializzati avrebbero ridotto il volume di emissione di alcuni tra i principali gas serra in media del 5% al di sotto dei livelli del 1990. Attraverso i meccanismi della “Joint implementation”, i Paesi ricchi avrebbero aiutato quelli in via di sviluppo sostenendo progetti di riduzione delle emissioni o di assorbimento dei gas serra, o di efficienza energetica e a energie rinnovabili, mentre con il cosiddetto meccanismo delle “emission trading”, si sarebbero potute scambiare quote di inquinamento tra Paesi a basso livello di sviluppo industriale e Paesi maggiormente industrializzati, al fine di stabilizzare il volume aggregato di emissioni su scala globale.

Il segretario generale dell'ONU Kofi Annan
Sui temi della finanza per lo sviluppo e del commercio internazionale dopo il fallimento del vertice dell’Organizzazione mondiale del commercio di Seattle, i governi riuniti a Doha, a poche settimane dall’attacco alle Torri gemelle, si accordarono sul lancio di un negoziato per lo sviluppo (“Development round”), nella convinzione che il commercio, piuttosto che le scarse risorse finanziarie pubbliche, possa rappresentare il volano per eccellenza dello sviluppo e della lotta alla povertà. Nel Vertice di Monterrey sulla finanza per lo sviluppo, del marzo 2002, i Paesi ricchi riaffermarono l’obiettivo di destinare, con una scadenza temporale indeterminata, lo 0,7% del prodotto interno lordo per la cooperazione allo sviluppo (con l’Unione europea intenzionata a raggiungere lo 0,39% del Pil entro il 2006). Più in generale, i Paesi ricchi dovrebbero, entro quella data, fornire 30 miliardi di dollari in risorse aggiuntive per la cooperazione. Gli Stati Uniti lanciarono l’iniziativa del “Millennium challenge account”, destinando unilateralmente fondi per la lotta alla povertà condizionandoli al buon governo, e alla lotta alla corruzione e all’apertura da parte dei Paesi destinatari dei loro mercati agli investimenti stranieri.
Johannesburg tra povertà
e sviluppo sostenibile
Visto il “sovraffollamento” negoziale e la moltitudine di impegni presi dalla comunità internazionale sullo sviluppo e sull’ambiente, grande era il rischio che a Johannesburg si arrivasse ad un accordo di minima, come alternativa ad un già paventato fallimento dopo il nulla di fatto della conferenza preparatoria di Bali. Il rischio di una ennesima débâcle dopo quella di “Rio+5”, quando i Paesi non riuscirono a concordare neanche un documento finale, era molto alto. Sarebbe stato un duro colpo al multilateralismo, già messo a dura prova dai reiterati attacchi dell’amministrazione statunitense. Da subito si era compreso che Johannesburg non sarebbe stata una conferenza sull’ambiente: troppe infatti erano le insistenze a trasformare questo appuntamento in una verifica di impegni già presi nel campo della lotta alla povertà e dello sviluppo, e in una occasione per discutere della loro implementazione. Pertanto le questioni ambientali hanno rivestito un ruolo di importanza secondaria, dato che la priorità stabilita era sullo sviluppo (e quindi sulla liberalizzazione degli scambi commerciali), e – nelle intenzioni dei Paesi in via di sviluppo – sul recupero di quei punti rimasti irrisolti nelle conferenze precedenti, primo fra tutti l’accesso ai mercati e ai sussidi. Il documento finale, il Piano d’azione, contiene ben 200 riferimenti all’Organizzazione mondiale del commercio (Omc). Nel contenitore di Doha quindi entrano tutte le questioni, dalla lotta alla povertà alla lotta alla fame nel mondo alla tutela dell’ambiente. Così a Johannesburg, subdolamente, si è consolidata la primazia dell’agenda negoziale dell’Omc rispetto agli obiettivi e alle priorità politiche dei cosiddetti Mea (“Multilateral environmental agreements” – accordi multilaterali sull’ambiente). Infatti, se da una parte è stato emendato il paragrafo 17 del capitolo sul commercio (era stato alla fine emendato per evitare di sottoporre i Mea agli accordi Omc), dall’altra il successivo paragrafo 18, nella sua formulazione approvata, afferma, per quanto riguarda i Mea, che le Nazioni Unite «sosterranno il programma di lavoro approvato dall’Omc».
Spetterà pertanto ai ministri del Commercio definire le relazioni che devono intercorrere tra Omc ed accordi internazionali sull’ambiente, mentre i ministri dell’Ambiente verranno ammessi al negoziato in veste di semplici osservatori. Inoltre, l’esito di tali negoziati non dovrà «né aumentare né diminuire i diritti e gli obblighi degli Stati membri nell’ambito degli accordi Omc esistenti». Saranno quindi i Mea a dover essere emendati per garantirne la coerenza con gli accordi Omc e non il contrario. Se ciò non dovesse avvenire, l’Omc può costruire un accordo tra gli Stati membri affinché i Mea vengano applicati in maniera tale da non sostituire una restrizione al libero commercio: una formula per ribadire che ogni accordo sull’ambiente dovrà sottostare alla priorità assoluta della liberalizzazione degli scambi commerciali. A nulla sono valsi gli appelli e le esortazioni di alcuni Paesi, soprattutto la Francia, che hanno perorato con forza la causa di una nuova organizzazione mondiale dell’ambiente che potesse fare da contraltare alla sempre più potente Omc.
Il tema della “governance” dei processi di globalizzazione è stato toccato di striscio anche per quel che riguarda la necessaria sinergia tra attività delle agenzie specializzate Onu, le istituzioni finanziarie internazionali (Banca mondiale e Fondo monetario internazionale) e l’Organizzazione mondiale del commercio. Nella dichiarazione finale si invita il Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite (Ecosoc) a perseguire l’impegno preso nel documento finale di Monterrey (il “Monterrey consensus”) di coordinare in maniera più stretta le sue attività con quelle delle istituzioni di Bretton Woods e dell’Omc. Cade nel vuoto la proposta, già avanzata in Messico dalla Francia, e ribadita nel suo intervento da Jacques Chirac, di istituire un consiglio di sicurezza economico e sociale.
Bussando alle porte
del paradiso
Altro punto cruciale correlato al commercio è quello relativo alla contesa, ormai annosa, sulla necessità di favorire l’accesso ai mercati dei prodotti dei Paesi poveri, al fine di contribuire al riequilibrio della loro bilancia dei pagamenti, ed attivare, secondo i parametri classici dell’approccio neoliberale, la crescita economica e quindi produrre benessere diffuso. Il tema dell’accesso ai mercati e dei sussidi agricoli (soprattutto negli Usa ed in Unione europea) aveva rappresentato l’elemento di rottura nel negoziato preparatorio di Bali. Gli Usa infatti avevano in quei giorni approvato il “Farm bill” che prevede l’elargizione di nuovi sussidi agli agricoltori americani, un vero schiaffo ai Paesi in via di sviluppo. Il compromesso raggiunto a Johannesburg permette di tenere in piedi l’architettura istituzionale costruita a Doha, rinviando a tempo indeterminato la soluzione del problema. Il testo finale adottato invita i governi ad «attuare gli impegni contenuti nella dichiarazione ministeriale di Doha, con lo scopo di migliorare sostanzialmente l’accesso ai mercati, e la riduzione, in vista di una progressiva eliminazione, di tutte le forme di sussidi all’esportazione, nonché una sostanziale riduzione di sussidi nazionali con effetto di distorsione sul commercio».
Johannesburg ha in generale segnato un netto passo indietro sull’elaborazione stessa del concetto di sviluppo sostenibile. Piuttosto che essere un’opportunità per discutere degli strumenti adeguati alle nuove sfide ed alle mutate circostanze, per rafforzare la condizionalità “verde” nel commercio, nei flussi finanziari, nei sistemi produttivi, le tematiche ambientali sono state viste come ostacolo nel negoziato, da aggirare o liquidare con accordi di minima portata politica, o da scambiare nel patteggiamento reciproco. In generale chi sperava che Johannesburg non marcasse un passo indietro rispetto a Rio ha constatato che, nonostante tutto, sia il principio di precauzione che quello delle responsabilità comuni ma differenziate, seppur sulla carta, sono rimasti pressoché integri. Ed anche il Protocollo di Kyoto è passato indenne, anzi probabilmente rafforzato. Ben magra consolazione, considerando che, almeno sul principio precauzionale, Johannesburg avrebbe dovuto portare ad un suo rafforzamento, sia nelle connotazioni operative (da approccio a principio fondante dell’azione politica) sia a fronte dell’avanzare delle biotecnologie e degli ogm (organismi geneticamente modificati) e dell’agenda dell’Omc, e considerando anche che oltre al Protocollo di Kyoto serviranno impegni ben più stringenti per favorire un progressivo allontanamento dalle fonti energetiche fossili.
La conferma del Protocollo
di Kyoto. Troppo poco?
Ed il conflitto “Nord-Sud?”. La contesa sul Protocollo di Kyoto e sugli impegni per il sostegno alle energie rinnovabili dimostra che questa visione deve essere ormai superata. Delegazioni quali quelle dell’Unione europea insistevano sull’urgenza di ribadire l’impegno alla ratifica del Protocollo di Kyoto. Il Brasile – appoggiato da altri Stati latinoamericani tra cui il Messico, dalla Norvegia, dalle Filippine e dal Marocco – ha annunciato una proposta volta a quadruplicare il volume di energia prodotta con nuove fonti energetiche rinnovabili fino ad arrivare al 10% del totale entro il 2010 (escludendo così le grandi dighe). Per contro, l’asse insolito tra Paesi Opec e Stati Uniti ha contribuito ad affossare ogni impegno stringente al riguardo. Si è assistito così ad un conflitto di interessi all’interno dello stesso gruppo dei G77, a Johannesburg rappresentati dal Venezuela, Paese produttore di petrolio le cui priorità stridevano con le preoccupazioni di altri Paesi G77, soprattutto quei “Small island States”, i Paesi insulari del Pacifico, che saranno le prime vittime dello scioglimento dei ghiacci polari e del conseguente innalzamento del livello dei mari. È evidente allora che anche la formula che incorpora nella denominazione G77 Paesi con urgenze così divergenti non funziona più, e andrà pertanto rivista e corretta.
L’annuncio dell’intenzione di ratificare il Protocollo da parte di Canada, Russia e Cina ha comunque isolato ulteriormente gli Stati Uniti. Il testo finale dell’accordo sul Protocollo di Kyoto infatti prevede che «gli Stati che hanno ratificato il Protocollo di Kyoto esortino con forza quelli che non lo hanno fatto a ratificare il Protocollo di Kyoto in tempi stretti». Il testo finale sulle energie rinnovabili invece resta estremamente vago, lasciando spazio ad iniziative individuali di Stati o gruppi di Stati. Con un colpo al cerchio e uno alla botte dei Paesi Opec, che incassano un impegno allo sviluppo di non meglio specificati combustibili fossili “puliti” (“clean fossil fuels” nella formulazione originale).
Oltre l’accesso all’energia per le popolazioni povere del pianeta, l’altro tema propriamente ambientale dibattuto a Johannesburg riguarda l’accesso all’acqua. Purtroppo le elaborazioni svolte da più parti riguardo alla necessità di considerare l’acqua un bene comune e non una merce, e pertanto di lanciare l’iniziativa di un contratto mondiale sull’acqua, sono rimaste lettera morta. Il pragmatismo ha prevalso, e nonostante l’opposizione degli Stati Uniti, si è trovato un accordo sull’urgenza di dimezzare entro il 2015 il numero di persone che non hanno accesso all’acqua (impegno già contenuto nei “Millennium development goals”) allargando tale obiettivo anche alla “sanitation”, ovvero specificando che oltre all’accesso all’acqua andranno garantiti anche servizi sanitari di buona qualità. Gli Usa hanno scambiato questo punto con quello relativo ai target per le energie rinnovabili, dove Washington ed i Paesi Opec, come già detto in precedenza, ottengono un impegno ben più vago, senza obiettivi né scadenze vincolanti.
Per quanto riguarda la produzione e lo sversamento di sostanze chimiche, si è deciso di impegnarsi affinché «entro il 2020 le sostanze chimiche vengano prodotte ed usate in maniera tale da portare ad una minimizzazione degli impatti negativi sulla salute umana e sull’ambiente». Formula vaga e non vincolante, certamente più debole degli impegni già presi a livello internazionale con il trattato Pops (Persistent organic pollutants) e nel Forum globale dei ministri dell’Ambiente dell’Unep (United Nations environment programme), tenutosi a Cartagena, Colombia, nel febbraio di quest’anno. Un accordo generico è stato poi raggiunto sulla conservazione della biodiversità. I governi si impegnano a adoperarsi per una sostanziale riduzione della perdita di biodiversità entro il 2010, con una formulazione che risulta essere piuttosto blanda rispetto agli impegni presi in occasione dell’ultima Conferenza delle parti della convenzione sulla biodiversità tenutasi a l’Aia. Sulla biodiversità e gli ecosistemi marini, l’impegno è di mantenere o ripristinare con urgenza gli stock di pesca a livelli tali da poter produrre una resa massima e non più tardi del 2015.
Insomma, insieme al nuovo termine temporale concordato rispetto all’accesso alla “sanitation”, l’unico altro vero impegno preso a Johannesburg riguarda la creazione di reti di aree marine protette, entro il 2012.

Una strada di Hanoi inondata dalle pesanti piogge dello scorso agosto che hanno causato molti morti
Per ciò che concerne gli impegni finanziari degli Stati non si è andato oltre il vecchio obiettivo di destinare lo 0,7% del Pil per l’aiuto allo sviluppo, mantenendo la differenziazione adottata dai Paesi dell’Unione europea a Monterrey, mentre i governi donatori avevano poco prima di Johannesburg concordato sulla ricostituzione di capitale dell’ammontare di 2,9 miliardi di dollari, della Global environment facility (Gef), la struttura tripartita tra Banca mondiale, Unep e Undp, che da Rio ad oggi svolge la funzione di sportello finanziario per progetti relativi a problematiche ambientali globali, quali la tutela della biodiversità, degli oceani e dell’atmosfera.
L’ecologia è strategica
per la pace nel mondo
Per concludere, Johannesburg ha segnato un passo in avanti per l’ambiente e lo sviluppo sostenibile? A conti fatti, l’unico vero risultato è stato quello di difendere quegli impegni già presi in precedenza, dal Protocollo di Kyoto agli obiettivi quantitativi, e le scadenze temporali previste dalla Dichiarazione del millennio, e di fissare alcune scadenze per l’accesso ai servizi sanitari e per la tutela della biodiversità marina. L’elemento cruciale riconfermato a Johannesburg riguarda il consolidamento del potere politico dell’Organizzazione mondiale del commercio ormai ritenuta l’unico ambito negoziale nel quale affrontare una varietà di tematiche, dal diritto allo sviluppo, dalla lotta alla povertà alla tutela dell’ambiente. A fronte di una diminuzione dei flussi finanziari pubblici e dell’allarme dato dalle Nazioni Unite sulla contrazione dei flussi di investimenti diretti esteri su scala globale, il commercio di beni e servizi acquista un ruolo chiave in ogni politica di sviluppo su scala regionale ed internazionale. La vera sfida sarà quella di ricostruire un modello istituzionale, nell’ambito delle Nazioni Unite, che sia in grado di condizionare l’agenda dell’Organizzazione mondiale del commercio affinché essa sia sottoposta al perseguimento degli impegni sottoscritti con le Convenzioni internazionali sull’ambiente, i diritti umani e lo sviluppo, che dovranno restare di esclusiva competenza delle Nazioni Unite. Il percorso verso il prossimo Vertice dell’Omc di Cancun può essere occasione per ridisegnare questa architettura istituzionale, che dovrà includere necessariamente anche le istituzioni finanziarie internazionali, quali la Banca mondiale ed il Fondo monetario internazionale. Contemporaneamente, la Commissione per lo sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite dovrà fissare un programma di lavoro per la messa a punto di un sistema di regole vincolanti per il settore privato, e di meccanismi di verifica dell’attuazione dei “Millennium development goals”. A Johannesburg inoltre non sono state affrontare appieno le cause strutturali della crisi ambientale, ovvero da una parte il debito estero dei Paesi in via di sviluppo, e dall’altra l’enorme debito ecologico e la cosiddetta “impronta ecologica” dei Paesi più ricchi che continuano a consumare la stragrande maggioranza delle risorse del pianeta. I governi, nonostante le stesse istituzioni finanziarie internazionali ne abbiano constatato l’effettivo fallimento, continuano a proporre formule esclusivamente macroeconomiche per la soluzione del debito estero, piuttosto che porre le basi per un approccio equo e trasparente attraverso strumenti di arbitrato internazionale. La riconversione del modello di sviluppo dominante resta una priorità assoluta, per ragioni sia fisiche (per garantire che tutti gli abitanti del mondo abbiano lo stesso tenore di vita non basterebbero forse 5-6 terre) che politiche. Non è infatti un mistero che la grande maggioranza delle “nuove guerre” che attraversano le aree più disagiate, seppur importanti dal punto di vista geopolitico, sono direttamente o indirettamente correlate alla necessità di acquisire il controllo o di esportare materie prime o risorse strategiche, quali il petrolio e l’acqua. Il percorso che parte da Johannesburg dovrà permettere l’elaborazione di un nuovo approccio alla questione dello sviluppo sostenibile, e della riconversione dei nostri modelli di sviluppo e consumo, integrando nella stessa la prevenzione e soluzione pacifica dei conflitti. La questione ambientale pertanto dovrà tornare ad essere il fulcro attorno al quale sviluppare le altre iniziative per lo sradicamento della povertà, la giustizia sociale e la pace, per poter restituire ai nostri figli un pianeta più integro e giusto.