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AFGHANISTAN
tratto dal n. 11 - 2001

Intervista con Angelo Panigati, barnabita, per 25 anni missionario nel Paese asiatico

Questo è un popolo che non ha bisogno di tutele


I talebani non sono studenti del Corano, ma mercenari stranieri, in un Paese dove l’islam era rispettoso e tollerante. Così anche oggi, nonostante le difficoltà a far convivere tante etnie, bisogna lasciar fare agli afghani. Infatti qualsiasi soluzione che venga dall’esterno rischia di naufragare


di Davide Malacaria


Bambini giocano a calcio tra le macerie di Kabul

Bambini giocano a calcio tra le macerie di Kabul

"L’Afghanistan era un Paese bellissimo, dove l’islam era rispettoso e tollerante. Questo prima delle guerre moderne che lo hanno devastato". Padre Angelo Panigati, barnabita, l’Afghanistan lo conosce molto bene, dal momento che vi ha trascorso un quarto di secolo, dall’inizio del 1965 alla fine del 1990, unico prete cattolico in un Paese grande due volte l’Italia. In questi giorni divide il tempo tra il suo servizio religioso e i mass media, che gli chiedono pareri e impressioni sulla tragedia che ha investito quel Paese, martoriato da decenni di guerra continua. Prima l’invasione sovietica del ’79 e la lunga guerriglia, con i mujahiddin finanziati dall’Occidente. Poi, dopo il ritiro dei sovietici nel febbraio dell’89, la lunga guerra intestina tra le varie fazioni dei mujahiddin. Infine, nel ’96, la sorprendente ascesa al potere dei talebani che, provenienti dal Pakistan allora retto da Benazir Bhutto, hanno preso il potere in pochissimo tempo imponendo una strettissima sharia e un regime sanguinario. Il resto è storia recente, quella dello sceicco anomalo Osama Bin Laden e della guerra seguita agli attentati dell’11 settembre, con il suo corollario di orrori e di morti.
Padre Panigati ha seguito tutti gli avvenimenti da lontano, ma con un’attenzione particolare: in Afghanistan, confida, ha lasciato il cuore: "È come se fossi sempre rimasto lì". A lui chiediamo della piccola presenza cristiana in quel lontano Paese, dove, di passaggio per Goa, in India, era giunto anche l’apostolo Tommaso, e delle sofferenze di quella gente che, anche se islamica, lo aveva accettato come sacerdote.

A quando risale la presenza cristiana in Afghanistan?
ANGELO PANIGATI: Nel Paese c’era un’antica presenza nestoriana, ma la Chiesa cattolica in Afghanistan non c’è mai stata. Tutto ha inizio alla fine degli anni Venti, quando il Paese diventa indipendente. Fu l’Italia la prima nazione a riconoscere ufficialmente il nuovo Stato. Come ricompensa per questo riconoscimento il re afghano, in deroga alla Costituzione del Paese, concesse al personale diplomatico italiano di portare con sé un sacerdote cattolico e di edificare una cappella. Pose due sole condizioni: che la cappella fosse extraterritoriale, ovvero in territorio dell’ambasciata, e che il sacerdote figurasse nell’ambito diplomatico italiano, non fosse cioè del Vaticano. Pio XI decise di inviare sul posto un suo vecchio compagno di studi di Desio. Questi era un barnabita e, da allora, la presenza cattolica in questo angolo di mondo è affidata ai Barnabiti. La cappella fu eretta nel ’33.
Cosa ricorda dei suoi anni trascorsi in Afghanistan?
PANIGATI: Tutto. Essendo l’unico sacerdote di una parrocchia immensa ero in una situazione paradossale: invece di essere pastore che cerca la sua pecorella smarrita, ero un pastore smarrito che veniva cercato dalle sue pecore. Giravo nei vari luoghi dove operavano tecnici stranieri, nei cantieri dove si costruivano dighe e canali, o nelle scuole e negli ospedali, e avveniva che gente normalmente non praticante partecipava alla messa e prendeva i sacramenti. Erano tutti ospitali e cortesi e ancora oggi rimangono in contatto con me, soprattutto nel tempo di Natale, quando mi inviano lettere in cui ricordano l’Afghanistan di quel tempo come un paradiso.
Come era il rapporto con la popolazione islamica?
PANIGATI: Non potevo fare proselitismo perché era vietato dalla Costituzione, ma sarebbe stato anche inutile: la loro struttura sociale a clan avrebbe isolato un eventuale convertito. Ma il rispetto di quella gente per il cristianesimo era grande. Erano grati agli stranieri che operavano per lo sviluppo del loro Paese e spesso partecipavano alle grandi cerimonie.
L’islam le appariva come una minaccia?
PANIGATI: Mai, mai. Né io né la mia gente abbiamo mai avuto una sensazione del genere, né eravamo considerati infedeli. Noi occidentali pensiamo queste cose perché conosciamo soltanto i fanatici. Ma lì il rispetto era assoluto, anzi. Pensi che mi aiutavano persino a fare il presepe, mettendo Gesù tra le riproduzioni delle loro montagne, il santo Gesù, come è definito nel Corano.
Perché l’Afghanistan è tanto importante?
PANIGATI: È al centro dell’Asia e confina con tutte le grandi potenze asiatiche, l’Urss di un tempo, ed ora le Repubbliche ex sovietiche, la Cina, il Pakistan, l’India, l’Iran. Eppure l’Afghanistan ha una storia singolare: non è stato mai colonizzato. Da Alessandro Magno, a Gengis Khan, a Tamerlano, fino agli inglesi, in tanti hanno tentato di colonizzarlo, e tutti hanno perso.
Quanto c’entra l’oppio con il ruolo strategico dell’Afghanistan?
PANIGATI: L’oppio c’è sempre stato. Io andavo ad assistere i poveri disgraziati che dall’Occidente venivano a drogarsi in Afghanistan. Se si volesse veramente portare a termine un’azione che ponga fine a questa piaga occorrerebbe distruggere una regione adibita a coltivazione d’oppio grande quanto la Lombardia. Ma non mi sembra si vada in questa direzione. Per capire il ruolo strategico dell’Afghanistan occorre anche considerare che il Paese da sempre è considerato una indispensabile via di passaggio per il petrolio proveniente dalla Russia…
Lei ha vissuto in Afghanistan fino alla fine dell’invasione sovietica…
PANIGATI: Sì, in quel periodo è iniziata la distruzione di tante infrastrutture e i morti, prima che io andassi via, erano già un milione e mezzo. Per non parlare delle mine disseminate nel territorio che ancora adesso mutilano e uccidono la popolazione inerme, soprattutto bambini.
Padre Giuseppe Moretti, suo successore fino al ’94, in una recente intervista, ha detto che il regime di Najibullah, il leader filosovietico ucciso dai talebani, aveva acceso speranze. Spiegava, tra l’altro, che il governo aveva deciso di far costruire una chiesa vicino a Kabul.
PANIGATI: È vero. Najibullah era comunista, ma anche afghano.
Ha seguito l’ascesa al potere dei talebani?
PANIGATI: Sì certo. Vedo che sono presentati dai mass media come studenti di teologia, provenienti dalle scuole coraniche, ma è tutto falso. Sono solo dei mercenari provenienti dall’Algeria, dalla Tunisia, dall’Albania, dal Pakistan, dalla Cecenia, dalla Germania, dall’America e da tanti altri Paesi stranieri. Adesso che cominceranno a vederli più da vicino sarà evidente. Non sono afghani. E questo è molto importante per comprendere la situazione del Paese.
Questa guerra è stata l’ennesima tragedia che si è abbattuta su quelle popolazioni.
PANIGATI: C’è un proverbio italiano che recita: "Non tutti i mali vengono per nuocere". L’aver messo fine al sanguinario regime dei talebani, anche se la situazione non è ancora del tutto chiara, è sicuramente un bene. Purtroppo il popolo ha subito gli ennesimi bombardamenti, nuovi lutti e tragedie…
Cosa può fare l’Occidente?
PANIGATI: Ho detto che l’Afghanistan non è stato mai colonizzato. Occorre lasciare fare a loro, magari con un aiuto tecnico esterno, ma non di più. Ogni soluzione imposta dall’esterno rischia di naufragare. Il popolo afghano non ha bisogno di particolari tutele. Si dice che da secoli vivono come se la loro civiltà si fosse fermata al medioevo, ma questa è una grande bugia. Ricordo, prima dell’inizio delle guerre, che l’Università di Kabul era frequentata da donne, e che i molti collegi femminili erano affollati. Le donne, tra l’altro, avevano accesso alle professioni: ce n’erano tra i medici, tra gli ingegneri e pure tra i ministri. Anche il problema della pluralità delle etnie, pretesa fonte di conflitti, è un falso problema. Le diverse etnie hanno convissuto per secoli in pace, con un organo come la Loya Jirga che consentiva l’incontro tra le diverse anime del Paese. Il problema più grande semmai, alla fine delle ostilità, sarà rappresentato da alcuni capi degli attuali mujahiddin che sono inaffidabili e assetati di potere.
C’è ancora una presenza cristiana nel Paese?
PANIGATI: Ad operare sono rimaste solo quattro suore delle Piccole sorelle di Gesù, ma nel Paese non c’è più nessun sacerdote. Il mio successore, padre Moretti, che nel ’94 è dovuto andar via dall’Afghanistan a causa di un attentato, adesso è in Polonia, ma è pronto a tornare in quella terra martoriata.



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