Intervista con Angelo Panigati, barnabita, per 25 anni missionario nel Paese asiatico
Questo è un popolo che non ha bisogno di tutele
I talebani non sono studenti del Corano, ma mercenari stranieri, in un Paese dove l’islam era rispettoso e tollerante. Così anche oggi, nonostante le difficoltà a far convivere tante etnie, bisogna lasciar fare agli afghani. Infatti qualsiasi soluzione che venga dall’esterno rischia di naufragare
di Davide Malacaria

Bambini giocano a calcio tra le macerie di Kabul
Padre Panigati ha seguito tutti gli avvenimenti da lontano, ma con unattenzione particolare: in Afghanistan, confida, ha lasciato il cuore: "È come se fossi sempre rimasto lì". A lui chiediamo della piccola presenza cristiana in quel lontano Paese, dove, di passaggio per Goa, in India, era giunto anche lapostolo Tommaso, e delle sofferenze di quella gente che, anche se islamica, lo aveva accettato come sacerdote.
A quando risale la presenza cristiana in Afghanistan?
ANGELO PANIGATI: Nel Paese cera unantica presenza nestoriana, ma la Chiesa cattolica in Afghanistan non cè mai stata. Tutto ha inizio alla fine degli anni Venti, quando il Paese diventa indipendente. Fu lItalia la prima nazione a riconoscere ufficialmente il nuovo Stato. Come ricompensa per questo riconoscimento il re afghano, in deroga alla Costituzione del Paese, concesse al personale diplomatico italiano di portare con sé un sacerdote cattolico e di edificare una cappella. Pose due sole condizioni: che la cappella fosse extraterritoriale, ovvero in territorio dellambasciata, e che il sacerdote figurasse nellambito diplomatico italiano, non fosse cioè del Vaticano. Pio XI decise di inviare sul posto un suo vecchio compagno di studi di Desio. Questi era un barnabita e, da allora, la presenza cattolica in questo angolo di mondo è affidata ai Barnabiti. La cappella fu eretta nel 33.
Cosa ricorda dei suoi anni trascorsi in Afghanistan?
PANIGATI: Tutto. Essendo lunico sacerdote di una parrocchia immensa ero in una situazione paradossale: invece di essere pastore che cerca la sua pecorella smarrita, ero un pastore smarrito che veniva cercato dalle sue pecore. Giravo nei vari luoghi dove operavano tecnici stranieri, nei cantieri dove si costruivano dighe e canali, o nelle scuole e negli ospedali, e avveniva che gente normalmente non praticante partecipava alla messa e prendeva i sacramenti. Erano tutti ospitali e cortesi e ancora oggi rimangono in contatto con me, soprattutto nel tempo di Natale, quando mi inviano lettere in cui ricordano lAfghanistan di quel tempo come un paradiso.
Come era il rapporto con la popolazione islamica?
PANIGATI: Non potevo fare proselitismo perché era vietato dalla Costituzione, ma sarebbe stato anche inutile: la loro struttura sociale a clan avrebbe isolato un eventuale convertito. Ma il rispetto di quella gente per il cristianesimo era grande. Erano grati agli stranieri che operavano per lo sviluppo del loro Paese e spesso partecipavano alle grandi cerimonie.
Lislam le appariva come una minaccia?
PANIGATI: Mai, mai. Né io né la mia gente abbiamo mai avuto una sensazione del genere, né eravamo considerati infedeli. Noi occidentali pensiamo queste cose perché conosciamo soltanto i fanatici. Ma lì il rispetto era assoluto, anzi. Pensi che mi aiutavano persino a fare il presepe, mettendo Gesù tra le riproduzioni delle loro montagne, il santo Gesù, come è definito nel Corano.
Perché lAfghanistan è tanto importante?
PANIGATI: È al centro dellAsia e confina con tutte le grandi potenze asiatiche, lUrss di un tempo, ed ora le Repubbliche ex sovietiche, la Cina, il Pakistan, lIndia, lIran. Eppure lAfghanistan ha una storia singolare: non è stato mai colonizzato. Da Alessandro Magno, a Gengis Khan, a Tamerlano, fino agli inglesi, in tanti hanno tentato di colonizzarlo, e tutti hanno perso.
Quanto centra loppio con il ruolo strategico dellAfghanistan?
PANIGATI: Loppio cè sempre stato. Io andavo ad assistere i poveri disgraziati che dallOccidente venivano a drogarsi in Afghanistan. Se si volesse veramente portare a termine unazione che ponga fine a questa piaga occorrerebbe distruggere una regione adibita a coltivazione doppio grande quanto la Lombardia. Ma non mi sembra si vada in questa direzione. Per capire il ruolo strategico dellAfghanistan occorre anche considerare che il Paese da sempre è considerato una indispensabile via di passaggio per il petrolio proveniente dalla Russia
Lei ha vissuto in Afghanistan fino alla fine dellinvasione sovietica
PANIGATI: Sì, in quel periodo è iniziata la distruzione di tante infrastrutture e i morti, prima che io andassi via, erano già un milione e mezzo. Per non parlare delle mine disseminate nel territorio che ancora adesso mutilano e uccidono la popolazione inerme, soprattutto bambini.
Padre Giuseppe Moretti, suo successore fino al 94, in una recente intervista, ha detto che il regime di Najibullah, il leader filosovietico ucciso dai talebani, aveva acceso speranze. Spiegava, tra laltro, che il governo aveva deciso di far costruire una chiesa vicino a Kabul.
PANIGATI: È vero. Najibullah era comunista, ma anche afghano.
Ha seguito lascesa al potere dei talebani?
PANIGATI: Sì certo. Vedo che sono presentati dai mass media come studenti di teologia, provenienti dalle scuole coraniche, ma è tutto falso. Sono solo dei mercenari provenienti dallAlgeria, dalla Tunisia, dallAlbania, dal Pakistan, dalla Cecenia, dalla Germania, dallAmerica e da tanti altri Paesi stranieri. Adesso che cominceranno a vederli più da vicino sarà evidente. Non sono afghani. E questo è molto importante per comprendere la situazione del Paese.
Questa guerra è stata lennesima tragedia che si è abbattuta su quelle popolazioni.
PANIGATI: Cè un proverbio italiano che recita: "Non tutti i mali vengono per nuocere". Laver messo fine al sanguinario regime dei talebani, anche se la situazione non è ancora del tutto chiara, è sicuramente un bene. Purtroppo il popolo ha subito gli ennesimi bombardamenti, nuovi lutti e tragedie
Cosa può fare lOccidente?
PANIGATI: Ho detto che lAfghanistan non è stato mai colonizzato. Occorre lasciare fare a loro, magari con un aiuto tecnico esterno, ma non di più. Ogni soluzione imposta dallesterno rischia di naufragare. Il popolo afghano non ha bisogno di particolari tutele. Si dice che da secoli vivono come se la loro civiltà si fosse fermata al medioevo, ma questa è una grande bugia. Ricordo, prima dellinizio delle guerre, che lUniversità di Kabul era frequentata da donne, e che i molti collegi femminili erano affollati. Le donne, tra laltro, avevano accesso alle professioni: ce nerano tra i medici, tra gli ingegneri e pure tra i ministri. Anche il problema della pluralità delle etnie, pretesa fonte di conflitti, è un falso problema. Le diverse etnie hanno convissuto per secoli in pace, con un organo come la Loya Jirga che consentiva lincontro tra le diverse anime del Paese. Il problema più grande semmai, alla fine delle ostilità, sarà rappresentato da alcuni capi degli attuali mujahiddin che sono inaffidabili e assetati di potere.
Cè ancora una presenza cristiana nel Paese?
PANIGATI: Ad operare sono rimaste solo quattro suore delle Piccole sorelle di Gesù, ma nel Paese non cè più nessun sacerdote. Il mio successore, padre Moretti, che nel 94 è dovuto andar via dallAfghanistan a causa di un attentato, adesso è in Polonia, ma è pronto a tornare in quella terra martoriata.