USA E SANTA SEDE. LA LUNGA STRADA
La presentazione del libro di Jim Nicholson, ambasciatore degli Stati Uniti presso la Santa Sede, alla Pontificia Università Lateranense, il 31 marzo 2004. Gli interventi del senatore Giulio Andreotti, del cardinale Jean-Louis Tauran e dell’autore

Il tavolo dei relatori: da sinistra, il senatore Giulio Andreotti, il curatore del libro Giovanni Cubeddu, il cardinale Jean-Louis Tauran e l’ambasciatore americano presso la Santa Sede Jim Nicholson
La nostra rivista 30Giorni nella Chiesa e nel mondo è stata molto lieta di poter pubblicare, nel XX anniversario della instaurazione delle relazioni diplomatiche tra gli Stati Uniti d’America e la Santa Sede, la ricostruzione storica della lunga vigilia, che era divenuta tanto più disagevole a comprendersi mentre le nunziature e le relative ambasciate, che nel 1939 erano 38, nel corso del pontificato di Giovanni Paolo II sono passate da 108 a 172.
La sua missione, signor ambasciatore Nicholson, resterà nella storia per aver lei presentato al Pontefice le lettere credenziali poche ore dopo quell’11 settembre 2001 che, con la strage di New York, dava inizio ad una angosciante problematica globale, per affrontare la quale nessuno può sottrarsi a profonde riflessioni e sacrifici. Con saggia immediatezza il presidente Bush dichiarò che Bin Laden è un traditore della sua religione, rimuovendosi così la tentazione di una crociata antislamica, che forse è quello che i neoterroristi avevano divisato e cercano tuttora di suscitare.
La seconda edizione di questa monografia esce arricchita, accanto all’analisi storica e a puntualizzazioni di grande attualità, da due prefazioni: del cardinale Jean-Louis Tauran (tessitore straordinario di diplomazia pontificia) e del segretario di Stato Colin Powell, di cui in anni lontani, nel corso di una riunione alla quale partecipava come capo di Stato maggiore, mi venne spontaneo dire che sembrava più un diplomatico che un militare.
La nostra rivista 30Giorni è stata molto lieta di poter pubblicare, nel XX anniversario della instaurazione delle relazioni diplomatiche tra gli Usa e la Santa Sede, la ricostruzione storica della lunga vigilia, che era divenuta tanto più disagevole a comprendersi mentre le nunziature e le relative ambasciate, che nel 1939 erano 38, nel corso del pontificato di Giovanni Paolo II sono passate
da 108 a 172
Nelle pagine cronistoriche del saggio
emerge una valutazione singolare su Pio IX. Le grandi aperture dell’inizio del
suo pontificato erano state laggiù commentate con molto favore, ma non fino al
punto da approvare il comandante della nave Constitution, che, alla rada in
Gaeta, aveva accolto per una visita a bordo il Pontefice che era lì in esilio.
L’ufficiale fu messo agli arresti e morì nel corso del processo. Va forse
notato – e ho trovato io stesso dei riscontri studiando Pio IX – che
culturalmente il popolo americano era più portato a comprendere la Repubblica
romana che non lo Stato Pontificio e l’autoritarismo delle monarchie.Del resto ampia fu l’accoglienza per i profughi, venuti via dal restaurato Stato del Papa. Il visitatore del Palazzo del Congresso a Washington ammira il soffitto della grande aula centrale: è opera del pittore Costantino Brumidi che al ritorno di Pio IX, prese come usa dirsi, il largo e trovò oltre oceano ospitalità e commesse di lavoro.
Il timore che risulta sempre laggiù sullo sfondo del rapporto con Roma è la gelosa salvaguardia della Costituzione da ogni discriminazione o infiltrazione religiosa. Attenzione: non è davvero una accusa di agnosticismo.
Voglio qui ricordare il presidente De Gasperi che, al ritorno dal suo viaggio negli Stati Uniti, pur essendo preso dai problemi di autentiche angosce italiane di sopravvivenza, disse con estrema commozione che quel che più l’aveva colpito era stata la scritta nel cimitero di Arlington, dove il Soldato ignoto è «sconosciuto a tutti ma non a Dio».
Pagine di grande rilievo sono dedicate nella monografia dell’ambasciatore Nicholson alla complessa costruzione del rapporto di cui parliamo. Vi è così la lunga missione laggiù dell’inviato pontificio, cardinal Satolli, a fine Ottocento, con la tessitura non facile del rapporto con l’episcopato; vi è la reazione del tutto sbilanciata a favore e contro l’invio del generale Clark come rappresentante stabile a Roma (1069 lettere contro le solo 186 a favore); si snodano le sottili procedure volte a risolvere o a impedire la soluzione presentandola come un problema di spesa pubblica, come tale dominio del Senato.
La storia intrecciata di due grandi personaggi – il presidente Roosevelt e Pio XII (anzi, ancor prima il cardinale Pacelli nel suo viaggio oltre Atlantico voluto da Pio XI) – rappresenta un momento di incontro, con ricerca di radici comuni nella politica sociale rooseveltiana e nella dottrina sociale della Chiesa.

Jean-Louis Tauran con Jim Nicholson
La belligeranza italiana comportò gravi disagi per il corpo diplomatico, costretto a rifugiarsi entro le mura apostoliche. In Vaticano visse il numero due della Rappresentanza, il signor Tittman, ma, previ accordi con il governo italiano – che ne curò il viaggio via Lisbona – poté venire (17 settembre 1942) per due settimane il signor Myron Taylor, ricevuto due volte dal Santo Padre personalmente, oltre ampi colloqui con la Segreteria di Stato.
Secondo un dispaccio dell’ambasciatore italiano Guariglia, diretto al ministro Ciano (che trascrivo): «Taylor a nome del presidente Roosevelt avrebbe detto a Sua Santità che l’alleanza e la collaborazione dell’America e dell’Inghilterra con la Russia sono basate su solide basi e del tutto libere da equivoci o sottintesi. Esiste con la Russia una solidarietà non solo di guerra ma anche di azione politica: l’America è ben decisa a far partecipare la Russia bolscevica anche ai negoziati e all’assetto della futura pace.
A tale comunicazione il Santo Padre avrebbe risposto chiedendo come mai l’America e l’Inghilterra potessero concordare sui piani morali sociali ed economici con la Russia sede del comunismo. Taylor avrebbe risposto che tali obbiezioni non corrispondevano più ormai all’evoluzione che il comunismo aveva subito sia come partito sia come pratica di Stato.
Molte attenuazioni erano intervenute nella dottrina e nell’organizzazione sovietica, i principi del comunismo sono ormai diffusi e in certo qual modo sono permeati nella coscienza e nei concetti del mondo moderno; era quindi questione di forma e di adattamento alle singole condizioni dei vari Paesi e dei vari agglomerati sociali dei quali si doveva naturalmente tener conto ma che necessariamente avvieranno il nuovo assetto internazionale, nel campo sociale come in quello economico e politico, all’adattamento e alla conciliazione dei vecchi principi con i nuovi derivati dalla dottrina comunista».

Da sinistra, i cardinali Agostino Cacciavillan, Darío Castrillón Hoyos e Pio Laghi
Mi corre l’obbligo anche morale di ricordare qui la grandiosa attività di assistenza che il popolo italiano ricevette dal popolo americano dopo la guerra, con un’intensità di aiuti autenticamente provvidenziale.
A questo ricordo va abbinata anche la creazione della Città dei ragazzi da parte di uno stupendo sacerdote, monsignor John Patrick Carroll-Abbing, al quale nel 1987 fu conferita emblematicamente con grande solennità la cittadinanza onoraria di Roma.
Ma vi è anche un altro personaggio da ricordare, che fu a lungo straordinariamente operoso nell’interesse della Chiesa, dell’America e dell’Italia: il generale Anthony Vernon Walters, già combattente con l’armata brasiliana in Toscana, addetto militare presso l’ambasciata statunitense di Roma, ambasciatore a Bonn e presso le Nazioni Unite, vicedirettore della Cia durante la direzione di George Bush.
Straordinario poliglotta, fu incaricato dal presidente Eisenhower e da altri presidenti degli Stati Uniti di missioni delicatissime, compresa una periodica visita in Vaticano per far rapporto a quello che con filiale rispetto chiamava il “numero uno”. Papi e presidenti si succedevano ma Vernon Walters manteneva il suo ruolo ufficioso dedicando sempre nelle sue visite romane non poco spazio alla preghiera nella chiesa americana di Santa Susanna.
Ho ricordato nell’introduzione al nostro libro che durante la visita in Roma del presidente John Kennedy, nel corso di una colazione ristretta offerta dall’ambasciatore americano, ebbi modo di chiedere al presidente quando si sarebbe potuta avere l’apertura di una seconda ambasciata qui. L’essere lui cattolico favoriva questa ipotesi o la allontanava? Rispose con molta precisione che avrebbe potuto dedicarsi a questo dopo la rielezione. Purtroppo John Kennedy, assassinato, non completò neppure il primo quadriennio.
Sarebbe stato il presidente Reagan a poter dar vita all’ambasciata in Vaticano, con il suo amico William Wilson, che nei mesi scorsi ho rivisto con piacere in visita qui in Roma. L’ambasciatore Nicholson sottolinea con molta esattezza che il punto d’incontro tra la Casa Bianca e il Papa polacco fu la presa di coscienza da ambo le parti del ruolo che sarebbe stato possibile svolgere per iniziare, attraverso Solidarnosc, il tramonto dei sovietici. A sua volta Reagan, dando fiducia ai propositi di Gorbaciov, realizzò il capolavoro di riduzione a metà degli armamenti nucleari.
È con grande tenerezza che il nostro pensiero va all’ammalato presidente Reagan che, ormai da tanti anni, nel silenzio della sua California è alle soglie di una morte annunciata, che quasi dispettosamente si attarda.
Nel frattempo le circostanze internazionali non solo non hanno consentito ulteriori passi nella via reaganiana del disarmo bilanciato, ma – pur registrando la caduta dell’impero sovietico – hanno visto nuovi fronti offensivi all’insegna di un terrorismo spietato.
Nella seconda parte del saggio l’ambasciatore analizza alcuni aspetti di attualità nel rapporto con la Santa Sede.
La natura e le prospettive delle due entità internazionali sono molto diverse e lo stesso approccio ai grandi problemi della pace e dello sviluppo solo in parte può coincidere. Bisogna però – specie in una fase di grandi preoccupazioni, di ricerca di schemi, di tensioni di vario tipo – mettere in atto uno sforzo di convergenza superando pregiudizi e barriere rigide. Nella stessa elaborazione di un modello più valido di ristrutturazione dell’Onu occorre cercare punti d’incontro obiettivi.
Certamente quando collidono tesi fondamentali come la difesa della vita – come avvenne nella Conferenza del Cairo – non sono possibili transazioni. Ma i campi di possibile comprensione e di reciproco sostegno non sono marginali. In un moto di ricorsi storici la Chiesa educatrice può giovare al superamento di incomprensioni e di contrasti di interesse. Il tema qui trattato dei cibi biotecnologici, ad esempio, richiama da vicino le polemiche che a suo tempo si accesero per l’introduzione dei concimi chimici. In un mondo che cresce e che la nostra visione teologica non consente di vedere fatalmente contraddetto dalla mancanza di pane, dobbiamo salutare le innovazioni; anzi stimolarle abbandonando stati d’animo di diffidenza e di vari tipi di protezionismo.

Un momento della presentazione del libro
Sul piano storico Saddam Hussein si autoproclamò campione dell’ordine, partendo in guerra – ed anche orrenda guerra chimica – contro la Rivoluzione iraniana. L’Italia in proposito fu molto saggia. Certamente le esagerazioni della “Guida” di Teheran non potevano non suscitare timori, ma non era serio considerare Saddam come il restauratore del modello imperiale che specie nell’ultima fase era andato oltre tutte le linee possibili. Saddam, verso il quale continuò un sostegno massiccio da parte dell’Occidente e di alcuni Paesi arabi (vedi Egitto), si sentì incoraggiato ad invadere il Kuwait, convinto che, come d’uso, l’Onu si sarebbe limitato a documenti solenni di riprovazione. Punto e basta.
Può anche dirsi con preoccupazione storico-morale che se Saddam non avesse invaso il Kuwait probabilmente sarebbe tuttora al suo posto di comando, continuando indisturbato la persecuzione di curdi e di altre quote di popolazione; sempre a condizione che non accentuasse la temuta ostilità operativa verso Israele.
Per il resto, allo stato degli atti, non è – specie in questa sede lateranense – tanto importante accertare se e quante fossero le armi di distruzione di massa, di cui il dittatore disponeva. Il problema è di individuare ora in che modo si possa favorire nella ex dittatura il subentro di condizioni di vita mutuamente proficue, in un contesto più che eterogeneo. Sarebbe ingiusto addebitare ad alcune posizioni politiche – americane e di altri – una natura esclusivamente petrolifera. Ma ancor più ingiusto è il non capire che nella indomita difesa della pace la Chiesa non è minimamente soggetta a preoccupazioni mercantili.
Se si rimane in ottiche meramente materiali ci si scontra anche con fortissime contraddizioni.
Una nota finale, tornando a Pio IX. Se personalmente e istituzionalmente non fosse stata insuperabile la sua ostilità alla guerra all’Austria forse – dico forse – avrebbe salvato lo Stato pontificio con un modello confederale, con la sola Italia del nord liberata e unificata. Garibaldi e Mazzini si univano a Gioberti nell’applaudire.
L’attaccamento insuperabile alla pace – anche a prescindere dalle dotte citazioni di sant’Agostino – è una linea non derogabile dalla quale i papi moderni, affrancati come sono da ogni implicazione temporalista, non potranno mai allontanarsi.

L’ambasciatore Jim Nicholson
Quest’anno segna il ventesimo anniversario delle formali relazioni diplomatiche tra gli Stati Uniti e la Santa Sede. Ho spesso definito la nostra relazione come quella tra il più grande potere temporale del mondo e il più grande potere spirituale, entrambi interessati a promuovere la dignità umana. Quando sono diventato ambasciatore degli Stati Uniti presso la Santa Sede, ho capito che la storia di questo rapporto non era ben conosciuta. E quando 30Giorni si è rivolto a me chiedendomi di scriverne, ho accolto cordialmente l’opportunità di dire qualcosa in più sulla storia delle relazioni diplomatiche tra il mio Paese e la Santa Sede.
Voglio ringraziare il senatore Andreotti e 30Giorni per il loro interesse per gli Stati Uniti e per l’opportunità di scrivere a proposito del nostro rapporto col Vaticano. (Mi piacerebbe anche esprimere il mio grazie speciale al vicedirettore di 30Giorni Giovanni Cubeddu e alla sua squadra, per la loro eminente collaborazione e professionalità in ambedue le pubblicazioni di La lunga strada. È stato un piacere lavorare con Giovanni. È un uomo paziente quando si tratta di scadenze editoriali, sebbene io sappia che noi abbiamo messo alla prova la sua pazienza una volta o due...). Sono onorato che sua eminenza il cardinale Tauran e il segretario di Stato Powell abbiano arricchito questo libro con due prefazioni nelle quali essi eloquentemente condividono le prospettive di questo rapporto. Infine, desidero ringraziare sua eccellenza monsignor Fisichella per il suo interesse al tema e per l’ospitalità di stasera qui al Laterano.
È un piacere veder così tanti amici qui stasera. Sono particolarmente lieto di vedere un così gran numero di colleghi del Vaticano e dei corpi diplomatici con i quali ho avuto il privilegio di collaborare in questi due anni e più.
Appena iniziai a lavorare alla prima edizione di Usa e Santa Sede. La lunga strada, due anni fa, con un gruppo di giovani assistenti ricercatori, fui affascinato dallo scoprire che questa relazione iniziò davvero i primi anni della Repubblica americana. I suoi primi protagonisti erano personalità come George Washington, Benjamin Franklin, il gesuita John Carroll e papa Pio VI.
La seconda edizione de La lunga strada conduce la nostra storia proprio fino al nostro ventesimo anniversario. Il tema centrale di questo arco di tempo così recente è stato naturalmente la guerra in Iraq – tema che nella nostra relazione è stato oggetto di un fraintendimento piuttosto evidente
Per circa duecento anni la relazione
diplomatica tra gli Stati Uniti e la Santa Sede ha avuto flussi e riflussi
seguendo l’influenza del clima geopolitico di ciascun periodo storico. I primi
anni videro la nomina di consoli e ministri residenti in quello che era allora
lo Stato Pontificio, per assistere in loco i cittadini americani e favorire gli
interessi commerciali degli Stati Uniti. Con la caduta dello Stato Pontificio
nel 1870, la relazione entrò in una lunga pausa, sebbene Stati Uniti e Santa
Sede continuarono a mantenere impegni vicendevoli, ma a una distanza diplomatica.
Con lo scoppio della Seconda guerra mondiale e la sfida che essa pose alla libertà e alla giustizia, un impegno così limitato non fu più tollerabile. Riconoscendo il ruolo importante che la Santa Sede giocava in tutta Europa, il presidente Roosevelt nominò Myron Taylor suo rappresentante personale presso il papa Pio XI. Taylor si sarebbe rivelato un mediatore cruciale tra il presidente e il Papa quando gli Stati Uniti tentarono senza successo di impedire all’Italia di entrare in guerra. Fedele al volto umanitario che Roosevelt aveva dato alla sua missione – missione che noi oggi continuiamo a svolgere –, Taylor operò in stretto collegamento con il Vaticano per nutrire i rifugiati che attraversavano i confini dell’Europa, per fornire aiuto materiale alle vittime dell’Europa orientale dilaniata dalla guerra e per assistere i prigionieri di guerra alleati.
Nonostante lo sforzo del presidente Truman di formalizzare le relazioni nominando un eroe della Seconda guerra mondiale, il generale Mark Clark, come ambasciatore degli Stati Uniti, il tentativo si arenò ancora nel Congresso, dove le preoccupazioni emotive, a proposito della separazione tra Chiesa e Stato, continuavano a generare opposizione. Come risultato ci furono occasionali rappresentanti negli anni Settanta e nei primi anni Ottanta, ma fu solo nel 1984, quando il papa Giovanni Paolo II emergeva come voce critica per la libertà e la giustizia, che il presidente Reagan decise che gli Stati Uniti non potevano più a lungo permettersi di restare senza un ambasciatore presso la Santa Sede. Riconoscendo nel Papa polacco e “giramondo” un amico e un alleato nella sua spinta ad “abbattere” la cortina di ferro, il presidente Reagan riuscì, per la prima volta, a ottenere il necessario consenso del Congresso degli Stati Uniti e nominò William Wilson primo ambasciatore degli Stati Uniti presso la Santa Sede. Quando Wilson presentò le sue credenziali al papa Giovanni Paolo II nell’aprile 1984, il Papa gli disse che la rinnovata collaborazione tra gli Stati Uniti e la Santa Sede doveva significare «esercitare degli sforzi comuni per difendere la dignità e i diritti della persona umana». Le parole del Papa avrebbero tracciato la direzione per il futuro di questa vitale relazione tra le principali voci mondiali per la libertà, la giustizia e la dignità umana.
Venti anni dopo, posso attestare che tale partnership ha dato prova del suo valore, agli Stati Uniti, alla Santa Sede e alla causa della dignità umana. Lavorando insieme durante questi venti anni, gli Stati Uniti e la Santa Sede hanno entrambi originato il collasso del comunismo attraverso le nostre strette consultazioni sugli sviluppi in Polonia e, più profondamente, tramite quella che i consiglieri del presidente Reagan definivano «un’unità di intenti spirituali e un’unità di vedute sull’impero sovietico», per cui il diritto alla fine avrebbe prevalso. Similmente nell’America centrale, gli Stati Uniti e la Santa Sede si sono opposti agli insorti comunisti e hanno infine restituito la stabilità alla regione. Nelle Filippine, gli Stati Uniti e la Santa Sede sono stati ancora insieme dalla parte della libertà, collaborando a guidare quel Paese verso una pacifica transizione democratica. Nei fori internazionali continuiamo attivamente a promuovere i diritti umani, la libertà religiosa e la dignità della vita umana in ogni continente.
La prima edizione de La lunga strada tratta di questa relazione dall’inizio fino al mio arrivo qui a Roma, in coincidenza con i tragici attacchi dell’11 settembre. Essa annovera il sostegno della Santa Sede alle azioni degli Stati Uniti contro la minaccia di Al Qaeda – una posizione allora espressa con vigore da sua eminenza il cardinale Tauran. La seconda edizione de La lunga strada conduce la nostra storia proprio fino al nostro ventesimo anniversario. Il tema centrale di questo arco di tempo così recente è stato naturalmente la guerra in Iraq – tema che nella nostra relazione è stato oggetto di un fraintendimento piuttosto evidente. Sono stato perciò lieto dell’opportunità offerta da 30Giorni di porre mano ad una seconda edizione de La lunga strada al fine di portare un po’ di chiarezza a tali malintesi.
Innanzitutto, lasciatemi dire che il vero test di una solida relazione tra Stati-nazione è se essa resiste alla tensione e al disaccordo. La guerra in Iraq ha fornito tale test agli Stati Uniti e alla Santa Sede, sebbene esso sia stato dovuto al disaccordo sui mezzi più che sui fini. Abbiamo superato questo test per la ragione fondamentale che gli Stati Uniti e la Santa Sede non hanno mai cessato di fissare entrambi la loro attenzione sul popolo iracheno e su come poter lavorare assieme per aiutare a costruire un futuro prospero e democratico per gli iracheni che da lungo tempo soffrono. Difatti la Caritas, organizzazione di soccorso della Santa Sede, è stata attiva in Iraq prima, durante e dopo la guerra, e sta operando in stretto contatto con gli Stati Uniti nello sforzo di ricostruire le infrastrutture sanitarie.
Allo stesso modo la Chiesa caldea, con oltre mezzo milione di cattolici in Iraq, ha offerto una necessaria voce di moderazione e di tolleranza religiosa. Il patriarca caldeo mantiene un dialogo regolare con l’amministratore statunitense, l’ambasciatore Bremer, a proposito del soccorso, della ricostruzione e della libertà religiosa. Mia moglie Suzanne e io abbiamo avuto il privilegio di incontrare il patriarca a Roma poco dopo la sua elezione, ed egli mi ha salutato dicendo: «Grazie per aver liberato il mio popolo!».

Il presidente del Consiglio governativo iracheno, Mohammed Bahr al-Ulloum, firma la Costituzione provvisoria, l’8 marzo 2004
Questo non significa che la Santa Sede sostenesse la guerra. Il Papa non era favorevole alla guerra. Egli è contro tutte le guerre perché è un uomo di pace. Ma non è un pacifista! Egli affermò con coerenza ciò che la Chiesa insegna a proposito della guerra, cioè che essa talvolta è necessaria come ultima risorsa e che spetta ai leader del potere civile prendere decisioni ponderate su quando l’azione militare sia da intraprendere per proteggere i loro cittadini. La Santa Sede ci ha fornito il quadro morale ed etico che essa ha usato per valutare la situazione in Iraq. Il cardinale Laghi, in rappresentanza del Papa, fece un buon lavoro spiegando la posizione del Vaticano. Il presidente ascoltò attentamente; io c’ero. Egli poi prese la sua decisione basandosi sulle informazioni che aveva a proposito delle minaccia irachena e si assunse le sue responsabilità verso il popolo americano.
Come risultato, la gente in Iraq ha oggi una possibilità per vivere in libertà e per oltrepassare l’epoca delle fosse comuni, della tortura e della repressione. Questa transizione non è senza costi e non sarà semplice, ma il mondo sarà migliore con un Iraq pacifico, stabile e democratico. Alla luce di questa nuova opportunità, a gennaio il segretario di Stato vaticano, il cardinale Angelo Sodano, disse al vicepresidente Cheney che la Santa Sede era addolorata per le vittime americane e di altri Paesi in Iraq, rilevando che la Santa Sede guardava a questi valorosi soldati come a “operatori di pace”.
I nostri sforzi a favore della dignità e dei diritti umani in Iraq sono parte integrante della più ampia strategia degli Stati Uniti di alzare la voce contro le violazioni delle esigenze non negoziabili di dignità umana, e di lavorare attivamente per favorire la libertà. Infatti la Strategia della sicurezza nazionale degli Stati Uniti chiarisce che il primo fine del nostro impegno internazionale oggi è di «favorire con fermezza le rivendicazioni non negoziabili per la dignità umana, lo Stato di diritto, i limiti al potere assoluto dello Stato, la libertà di parola, la libertà di culto, una giustizia giusta, il rispetto delle donne, la tolleranza religiosa ed etnica e il rispetto della proprietà privata»1. Questo fine è anche al centro del vigoroso impegno internazionale della Santa Sede.
Tale desiderio comune di difendere la dignità umana fa nascere un dialogo attivo sui diritti umani. Lo scorso anno gli Stati Uniti chiesero alla voce morale della Santa Sede di levarsi per condannare le esecuzioni e le detenzioni sommarie a Cuba. La Santa Sede si pronunciò davvero, con noi e con le altre nazioni che sostengono la libertà e i valori democratici, contro le azioni arbitrarie del governo cubano. In modo analogo, la Santa Sede è stata sollecita nel portare alla nostra attenzione il suo turbamento per la minaccia dei diritti umani in Sudan, Uganda, Zimbabwe e Arabia Saudita, e per esortare l’impegno degli Stati Uniti ad affrontare questi problemi.
Nel mondo di oggi il crimine del traffico di persone è una delle offese più grandi alla dignità umana, ed è un’altra circostanza nella quale gli Stati Uniti sono in prima fila nel difendere tale dignità. Il presidente Bush ha sorpreso molti quando lo scorso settembre ha dedicato quasi un terzo del suo discorso all’Assemblea generale delle Nazioni Unite a ciò che ha definito «una dilagante crisi umanitaria, ancora nascosta allo sguardo», che coinvolge quasi un milione di esseri umani comprati, venduti o condotti a forza ad attraversare i confini del mondo. Tra queste vittime ci sono centinaia di migliaia di donne e di ragazze, che cadono vittime del commercio sessuale. Per aiutare a sconfiggere questo male la mia ambasciata lavora attivamente in accordo con la Santa Sede, in particolare per sviluppare strategie di prevenzione e riabilitazione per le vittime di questo traffico. Nel maggio 2002 abbiamo cercato di far conoscere meglio questa schiavitù dei nostri giorni organizzando con la Santa Sede una conferenza internazionale con 400 partecipanti di 35 Paesi. Fummo lieti di avere in quell’evento il cardinale Tauran a rappresentare la Santa Sede e ad affermare l’impegno del Papa per sconfiggere questo male.

Il segretario di Stato Colin Powell durante la presentazione del rapporto annuale sul traffico degli esseri umani, Washington, giugno 2003
La fame uccide un bambino ogni sei secondi. Per salvaguardare in futuro milioni di persone dalla fame, gli Stati Uniti sono determinati ad aiutare le nazioni in difficoltà a evitare carestie condividendo con loro i più moderni metodi di produzione dei raccolti. Grazie alle nuove scoperte nella biotecnologia, molti agricoltori nelle nazioni tecnologicamente avanzate sono capaci di far crescere raccolti resistenti alla siccità, agli insetti nocivi e alle malattie, che si adattano all’ambiente, con maggiori raccolti per singolo acro. Anche in questa impresa stiamo lavorando a stretto contatto con la Santa Sede, la quale ha riconosciuto l’imperativo morale di nutrire il mondo che ha fame e ha mantenuto un’apprezzata apertura al potenziale della biotecnologia per limitare fame e malnutrizione. Credo che questo sia un tema nel quale la Santa Sede debba investire la sua autorità morale con ancora maggiore energia. Giacché questo non è solo un tema politico ed economico; è un tema morale vitale – è il tema della vita – perché un bambino che muore per fame è morto proprio come uno che muore per aborto. Noi vogliamo che il Vaticano stia con noi in prima fila per far sì che il cibo biotecnologico sia condiviso con coloro che sono nel bisogno più grande.
L’Aids uccide ottomila persone ogni giorno. È un affronto alla dignità umana. Il presidente Bush lo ha definito una “sfida alla nostra coscienza”. L’Aids uccide più di tre milioni di persone ogni anno. Dobbiamo agire con decisione per affrontare questa crisi umanitaria. Anche qui gli Stati Uniti mostreranno una leadership globale senza precedenti, appena inizieremo a dare esecuzione al Piano di emergenza per il soccorso contro l’Aids voluto dal presidente, un piano finalizzato alla prevenzione dell’Aids su grande scala, curando milioni di persone che hanno già la malattia. Per tenere fede a questo impegno, gli Stati Uniti hanno garantito quindici miliardi di dollari per i prossimi cinque anni per combattere l’Aids nel mondo. La nostra ambasciata sta anche contribuendo a tale iniziativa, agevolando il sostegno finanziario del Fondo presidenziale all’efficace programma di trattamento antiretrovirale della Comunità di Sant’Egidio in Mozambico e negli altri principali Paesi in Africa. Tramite le agenzie di Catholic Relief gli americani sostengono anche le eccezionali opere del mondo cattolico in tutto il mondo nel provvedere di cura ed assistenza il 25 per cento di tutte le vittime di questa terribile catastrofe sanitaria.
Dato che noi agiamo insieme per progredire in questo e in altri campi, credo che questa relazione diplomatica ancora giovane, ma in via di maturazione, tra Stati Uniti e Santa Sede – relazione che ha radici proprio nel primato della persona umana e della sua libertà – si dimostrerà sempre più determinante per poter affrontare le molte sfide del nostro tempo.
Le sfide di oggi sono sfide morali, e devono essere risolte con chiarezza morale e con l’abilità di tradurre questa chiarezza in azione. Lavorando insieme, gli Stati Uniti e la Santa Sede possono aiutare a costruire un mondo di libertà, speranza e pace. Abbiamo già fatto molto per migliorare le condizioni di vita dell’uomo, ma molto c’è da fare ancora. Con fede e con determinazione, continueremo a promuovere la causa della dignità umana. Questa seconda edizione di La lunga strada celebra i nostri passati successi e guarda in avanti ad un futuro più luminoso. Una volta ancora, ringrazio il senatore Andreotti e 30Giorni per il loro interesse, la loro iniziativa e il loro sostegno per far condividere questa storia della nostra importante partnership per la dignità umana.
Grazie per essere venuti.
Nota
1 Strategia della sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, settembre 2002.

Il cardinale Jean-Louis Tauran
Mi perdonerete se comincio citando l’ex segretario di Stato americano Henry Kissinger. Nelle due ultime frasi del suo libro Diplomacy, egli scrive: «The Wilsonian goals of America’s past – peace, stability, progress, and freedom for mankind – will have to be sought in a journey that has no end. Traveller, says a Spanish proverb, there are no roads. Roads are made by walking». («Gli scopi wilsoniani dell’America del passato – pace, stabilità, progresso e libertà per l’umanità – dovranno essere ricercati in un viaggio che non ha fine. Oh viaggiatore, dice un proverbio spagnolo, non ci sono strade. Le strade si fanno camminando»).
È proprio ciò che dimostra, in modo molto eloquente, il libro che abbiamo fra le mani: Stati Uniti e Santa Sede. La lunga strada. Nella prima parte della sua opera, l’ambasciatore Jim Nicholson ci fa scoprire – e dico “scoprire” perché i fatti riferiti, finora, erano noti soltanto agli specialisti – che gli sviluppi storici e le iniziative epocali sono dovuti non solamente a circostanze storiche, ma anche a personalità di spicco le quali, con le loro intuizioni, il loro senso del dovere, la capacità di cogliere i segni dei tempi, aprono, appunto, nuove strade, e permettono agli uomini di costruire, mano nella mano, le strade della storia.
Da Giovanni Sartori che, nel 1797, fu il primo console americano nello Stato Pontificio, all’ambasciatore Jim Nicholson di oggi, si sono succeduti rappresentanti americani accreditati presso la Santa Sede, i quali hanno saputo – spesso in condizioni non facili – mantenere e nutrire una relazione fatta di lealtà e di rispetto. Ognuno di questi rappresentanti, con la sua storia personale – umana e politica – ha permesso il riallacciamento delle relazioni diplomatiche nel 1984, e proprio nel mese di aprile prossimo celebreremo il XX anniversario della presentazione delle lettere credenziali al papa Giovanni Paolo II da parte dell’ambasciatore William Wilson.
A titolo personale, consentitemi di aggiungere una situazione che non è stata menzionata e che è stata oggetto di costanti consultazioni tra Washington e la Città del Vaticano: mi riferisco alla Terra Santa [...] La Santa Sede è convinta, in effetti, che l’irrisolta crisi israelo-palestinese sia la “madre” di tutte le crisi in Medio Oriente
Leggendo questa storia, si capisce ciò che
suppone l’arte della diplomazia: apertura ai problemi altrui; considerazione di
ciò che fa la differenza e la specificità dell’altro; accettazione del fatto
che ognuno è partner responsabile; ricerca e perseguimento dei soli mezzi
pacifici per risolvere le difficoltà; ricerca di ciò che è comune alle due
parti.Tutto questo sotto il segno della cortesia, della discrezione e della sincerità.
Nel caso degli Stati Uniti, questo esercizio è stato facilitato perché, come ben mette in risalto l’autore, «se qualche volta Stati Uniti e Santa Sede possono essere in disaccordo sui mezzi, sono totalmente d’accordo sugli obiettivi finali: libertà, pace e creazione di opportunità» (p. 14).
Molto convenientemente, Jim Nicholson sottolinea il contributo insostituibile della Chiesa cattolica negli Stati Uniti nel creare il clima che ha permesso di raggiungere il traguardo del 1984. I cattolici statunitensi hanno saputo dimostrare che la loro fedeltà al Papa non li rendeva meno ligi alla patria. Il contributo del cardinal Francis Spellman, arcivescovo di New York, è stato pure determinante.
Nella seconda parte del libro, l’ambasciatore Nicholson fornisce alcune valutazioni sulla maniera in cui ha informato le sue autorità in merito alle reazioni della Santa Sede all’efferato attentato dell’11 settembre 2001 e all’operazione militare in Iraq, nello scorso anno.
Opportunamente, egli afferma che, se le posizioni non hanno sempre collimato, ciò è stato dovuto «più al disaccordo sui mezzi che sui fini», grazie ai valori che le due parti condividono: la tutela della dignità umana, che non è negoziabile; la difesa del diritto, che pone limiti al potere assoluto dello Stato; la promozione delle libertà fondamentali; il desiderio della giustizia e della pace.
Accennando alla questione del cibo biotecnologico, egli espone un campo di collaborazione bilaterale originale, per favorire non solamente la sopravvivenza della gente povera ma, ancor di più, la sua dignità.
A titolo personale, consentitemi di aggiungere una situazione che non è stata menzionata e che è stata oggetto di costanti consultazioni tra Washington e la Città del Vaticano: mi riferisco alla Terra Santa. Posso testimoniare che l’argomento è stato al centro di tutte le conversazioni che il papa Giovanni Paolo II, i suoi segretari di Stato e i loro collaboratori hanno avuto con le autorità statunitensi in questi ultimi anni, con un riferimento speciale alla nota questione dei Luoghi santi delle tre religioni.
La Santa Sede è convinta, in effetti, che l’irrisolta crisi israelo-palestinese sia la “madre” di tutte le crisi in Medio Oriente, e che convenga che le due parti riprendano, senza indugio, con l’aiuto della comunità internazionale, il dialogo ed il negoziato.
A titolo personale, vorrei anche evocare quanto la pace in Terra Santa potrebbe trasformare l’intera regione: sprigionerebbe energie e risorse per lo sviluppo economico; rinforzerebbe la società civile e la democratizzazione di quelle società; eliminerebbe ogni motivo di azione violenta per gli estremisti che si nutrono della disperazione dei diseredati; favorirebbe un dialogo pacifico tra le religioni, evitando così l’emigrazione dei cristiani.
Non posso che ringraziare l’ambasciatore Nicholson che, attraverso queste pagine, ci fa scoprire, attraverso la vita di un diplomatico e l’azione di un governo, il tipo di contributo che la Santa Sede, potere morale disarmato, può svolgere nella comunità delle nazioni: promuovere la fiducia; ricordare la necessità impellente del dialogo; rispettare il diritto; negoziare soluzioni eque; superare le passioni e i pregiudizi; aiutare l’adozione di misure puntuali che lastrichino la strada verso la soluzione dei problemi più difficili; sfruttare il potenziale di pace delle religioni.
Tali sono alcune priorità che la Santa Sede ritiene suo dovere promuovere. Il libro che presentiamo stasera mi sembra mostrare il risultato di tale strategia, che ho appena illustrato.
Nella precarietà del mondo odierno è più che mai necessario unire i nostri sforzi per ricercare le condizioni di un mondo più umano, e senza dubbio la fede dà una visione dell’uomo e della società rinnovata, con motivazioni particolari che possono rinforzare la convivenza tra i popoli.
E, terminando, stasera non posso che far riecheggiare le parole che il papa Giovanni Paolo II pronunciò nel gennaio 2002 ad Assisi: «Mai più violenza! Mai più guerra! Mai più terrorismo! In nome di Dio, ogni religione porti sulla terra giustizia e pace, perdono e vita, amore!»
Noi soffriamo, come nella situazione attuale, perché siamo costretti ad assistere con angoscia ad uno stillicidio di morti tale da diventare una fatalità, una routine. Allora noi sentiamo che ci deve essere la possibilità di una costruzione diversa di un rapporto umano. E questa costruzione è quella che può dirsi – dato che l’ambasciatore ha citato sant’Agostino, vorrei concludere anch’io con sant’Agostino – una concezione naturaliter christiana
GIULIO ANDREOTTI: Prima di tutto, io credo che sia da apprezzarsi il fatto che in una fase del mondo così agitata, così piena di problemi, noi abbiamo potuto dedicare un’ora e mezza per ricordare un fatto positivo, quello delle piene relazioni diplomatiche tra Usa e Santa Sede. Un fatto che aveva tali difficoltà ad essere portato a soluzione che, come abbiamo visto, è stato necessario un lungo svolgersi di tempi e di avvenimenti. Io non debbo trarre delle conclusioni. Credo importante poter dire due cose che sono emerse da quanto ci ha detto l’ambasciatore Nicholson e da quanto ci ha detto il cardinale Tauran.
Roma è una città particolarmente privilegiata perché ha un doppio, anzi un triplo corpo diplomatico. Infatti anche presso la Fao, oltre che presso lo Stato italiano e la Santa Sede, esiste la rappresentanza degli Stati. Tutte queste presenze di nazionalità diverse ci consentono di conoscere meglio i problemi. E consente a loro volta ai rappresentanti diplomatici stranieri, anche a quelli che non hanno frequentemente contatti con i vertici del potere, di capire quello che accade – e non sempre è facile – nella nostra nazione.
Vorrei riprendere soltanto l’ultimo punto che il cardinale Tauran ha menzionato, cioè la questione della Terra Santa: è il punto più nevralgico oggi della situazione internazionale. Un punto pieno di difficoltà. La Scrittura ci dice che Gesù pianse sulla sua città. E continua a piangere.
Lo sforzo di carattere politico, sia collettivo sia bilaterale o multilaterale, deve essere quello di cercare di creare delle condizioni perché si possa passare dalla coesistenza alla convivenza delle due popolazioni. Probabilmente gli storici nel campo internazionale possono oggi muovere una critica alle decisioni del 1948. Nel senso che, probabilmente, sotto l’urgenza di alleggerire l’Inghilterra dalla sua presenza laggiù, venne creato lo Stato di Israele e lo Stato arabo. Se noi guardiamo i lavori preparatori, c’è una certa superficialità. Forse se ci fosse stata maggiore riflessione per capire meglio che cos’era lo Stato arabo e avere comunque la contemporaneità della nascita di queste due entità, probabilmente molte delle complicazioni successive si sarebbero potute evitare. Ma non serve a niente dire questo oggi.
A me pare importante rimarcare, e questa è la mia conclusione, il dato così eloquente del numero dei rappresentanti del Papa che sono nel mondo, e quindi dei rappresentanti del mondo che sono qui, presso la Santa Sede. C’è stato un grande sviluppo nei rapporti diplomatici con alcuni momenti significativi. Momenti importanti non sempre condivisi da tutti, perché nelle cose umane c’è sempre la possibilità di condividere o di non condividere. E, senza togliere meriti a nessuno, bisogna riconoscere al cardinal Tauran una grande attenzione verso alcuni punti sensibili della situazione internazionale.
Vediamo, ad esempio, due momenti: il primo, che creò qualche critica, fu proprio quando si allacciarono le relazioni diplomatiche con l’Autorità Palestinese, in attesa della nascita dello Stato palestinese. Non fu fatto davvero in una posizione di antitesi, ma con lo scopo di agevolare quello che è lo sviluppo fatale a cui si dovrà certamente arrivare. Ma non tutti lo compresero. Secondo: quando la Santa Sede allacciò le relazioni diplomatiche con la Libia. Per un lungo tempo parlare della Libia era qualcosa, non solo di polemico, ma di impossibile. Bene, oggi vediamo che la situazione sta cambiando e siamo alla vigilia, non è un segreto di Stato, della ripresa delle relazioni diplomatiche tra gli Stati Uniti e Tripoli.
Allora qual è la conclusione? A me la conclusione pare questa: che se noi osserviamo lo svolgersi della diplomazia pontificia, constatiamo che è sempre al servizio della ricerca di soluzioni positive che guardino più in là del particolare momento storico e politico che si sta vivendo. I momenti politici nei singoli Paesi possono cambiare. La vita della Chiesa, forse, ha il vantaggio di non essere legata ad elezioni, di non avere legislature che cambiano, di non avere quelle preoccupazioni che il mondo civile ha e che a volte determinano alcune scelte.
Ma la cosa importante, che emerge sia da quello che ha detto l’ambasciatore Nicholson, sia da quello che ha detto il cardinal Tauran, è che noi dobbiamo essere al servizio dell’uomo, dell’uomo malato, dell’uomo che ha fame, dell’uomo che non ha territorio sufficiente, dell’uomo che si sente oppresso dalla mancanza di una concezione, magari minima, magari adattata alle singole parti del mondo, di libertà. Io credo che, proprio in questa direzione vi sia un lavoro comune da fare. E su questo non vi è distinzione di ruoli tra le varie ambasciate a Roma. Noi siamo, credo, tutti al servizio dell’umanità e noi in una crisi soffriamo senza fare differenze se muore un uomo o il suo antagonista. Noi soffriamo, come nella situazione attuale, perché siamo costretti ad assistere con angoscia ad uno stillicidio di morti tale da diventare un fatalità, una routine. Allora noi sentiamo che ci deve essere la possibilità di una costruzione diversa di un rapporto umano. E questa costruzione è quella che può dirsi – dato che l’ambasciatore ha citato sant’Agostino, vorrei concludere anch’io con sant’Agostino – una concezione naturaliter christiana.