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AFRICA
tratto dal n. 01 - 2001

Spostare il centro


È il titolo di un suo recente saggio in cui spiega che l’Occidente non può continuare ad egemonizzare le risorse economiche dell’intero pianeta imponendo la sua cultura e le sue regole a tutti. E qui ribadisce: non siamo un continente senza speranza


di Roberto Rotondo


Oggi, a sessant’anni, è una delle voci più importanti della letteratura africana contemporanea. I suoi romanzi e le opere teatrali sono tradotte in più di venti lingue e in molti scommettono sulla sua prossima candidatura a premio Nobel per la letteratura. È Ngugi wa Thiong’o, keniota, cresciuto nel suo Paese durante le lotte per l’indipendenza, maturando però anche una posizione critica nei confronti del regime postcoloniale. Posizione costatagli nel 1977 la condanna al carcere duro. Quando ne uscì un anno dopo per prendere la via dell’esilio negli Stati Uniti, dove vive ancora oggi insegnando letterature comparate presso la New York University, venne a salutarlo Alberto Moravia.
Ngugi fin dai primi tempi del suo esilio ha smesso di scrivere in inglese e realizza le sue opere in gikuyu, la sua lingua madre. Non solo per non perdere la propria identità o per garantire ai suoi scritti rivoluzionari la massima divulgazione in Kenya, ma soprattutto per far capire agli africani che è possibile e importante conservare la propria tradizione e non rinunciare alla propria storia. Per Ngugi le lingue africane, infatti, sono la chiave per lo sviluppo della democrazia nel continente e sono un mezzo di coesione, di autostima e di mobilitazione del popolo africano contro le costrizioni psicologiche e materiali imposte dai regimi postcoloniali e dall’imperialismo occidentale.

Professore, sembra che il continente nero, afflitto da carestie, da crisi politiche violente, da guerre, dall’Aids, possa essere definito dalla sola parola: disperazione. È davvero così o ci sono segnali di ripresa, pur in una situazione di arretratezza generale ?
Ngugi WA THIONG’O: Sono ottimista e sono convinto che nessuna situazione sia immutabile. Durante il colonialismo britannico il popolo keniota ha sofferto, ma da quando abbiamo ottenuto l’indipendenza la situazione è molto migliorata. Anche con Moi, l’attuale dittatore del Kenya, in un clima in cui le ingiustizie e le violenze sono all’ordine del giorno, nel 1991 siamo riusciti ad ottenere il pluripartitismo. Faccio altri esempi: Mobutu ha governato in Zaire per quasi quaranta anni, eppure anche quell’amaro capitolo della storia si è chiuso. Allo stesso modo nessuno avrebbe mai scommesso sull’indipendenza del Sudafrica e sulla fine dell’apartheid ma, alla fine, ci si è arrivati. C’è anche da dire che le continue crisi del continente africano sono sì dovute a problemi interni come le divisioni tribali, o al disinteresse frequente della classe dirigente africana, oppressiva e autocratica, ma anche agli interessi in conflitto dei Paesi occidentali, che ancora pesano sull’economia e la politica del nostro continente
ýn suo connazionale, Alì Mazrui, ha parlato più volte del tentativo di ricolonizzare l’Africa sotto la bandiera dell’umanitarismo... In effetti in Occidente per mesi non si parla di Africa, poi improvvisamente una guerra, una carestia riempiono i mass media. Dopo qualche giorno è di nuovo oblio. Cosa c’è dietro l’interesse così ondivago dell’Occidente per l’Africa ?
Ngugiý Il fatto grave è che le potenze occidentali continuano a sostenere i regimi più antidemocratici ed oppressivi dei nostri Paesi. Se si considera questo è facile capire come mai l’interesse dell’Occidente per i problemi africani sia così mutevole e condizionato dalle circostanze.
È in atto un timido processo di unificazione politico-economica degli Stati africani. Cosa ne pensa di una futura unione africana?
Ngugi: Posso solo dire che siamo stati molto forti quando ci siamo uniti. Oggi, con la creazione dell’Unione europea, l’Africa, se non unisce le sue forze, corre il rischio di perdere ulteriormente il suo potere di negoziazione con il resto del mondo. È importante però che questa unione degli Stati africani non sia intesa come chiusura verso l’esterno. È una unità che deve mirare a proteggere e a rivalutare l’immenso patrimonio culturale, linguistico, visivo e musicale che fa parte della nostra storia, con la consapevolezza del contributo che la nostra cultura può dare alle altre realtà e dell’arricchimento che essa può ricevere. Il rispetto delle diversità è fondamentale in questa prospettiva.
La globalizzazione: una possibilità di progresso economico in più per ogni Paese africano o un motivo ulteriore di impoverimento?
Ngugi: Il mondo è dominato oggi dal fondamentalismo capitalistico, per il quale la privatizzazione è la sola via possibile dello sviluppo. Il neoliberismo si limita all’abbattimento di tutte le barriere che impediscono la circolazione del capitale finanziario all’interno e all’esterno dei confini nazionali. Altre barriere però vengono create, spesso dettate dal razzismo più bieco, intese a bloccare la circolazione di manodopera. Altro che libero mercato, la globalizzazione è una nuova forma di imperialismo che ha esasperato il divario tra ricchi e poveri, tanto da costituire una minaccia alla stabilità sociale non soltanto dell’Africa ma anche dei Paesi occidentali.
Inoltre, i governi che spesso sono troppo deboli per interferire nelle manovre del capitale finanziario, tuttavia sono forti abbastanza per reprimere le popolazioni quando insorgono contro i danni sociali provocati dal fondamentalismo capitalista.
Il debito dei Paesi poveri: le è sembrato sufficiente quello che è stato condonato durante l’anno 2000?
Ngugi: L’Africa appare oggi oppressa dal peso del debito pubblico. In campo economico, così come in campo politico e culturale, l’Occidente è rimasto al centro del mondo. La nostra grande conquista del ventesimo secolo, ovvero l’indipendenza giuridica, ottenuta con immensi sacrifici, è stata purtroppo accompagnata dalla nascita di una nuova forma di oppressione: il “colonialismo del debito”.
Il 90 per cento delle risorse dell’intero pianeta sono appannaggio di pochi Paesi ricchi, e l’Africa, che avrebbe bisogno più di qualunque altro continente di capitali per svilupparsi, è diventata il luogo che li esporta in Occidente. Basti pensare che il 45 per cento del reddito nazionale del mio Paese finisce all’estero. La frattura tra i sette Paesi più ricchi del mondo e il resto del pianeta diventa sempre più grande. Oggi loro sono il centro, ma fino a quando questa situazione sbilanciata reggerà?
È per questo che nel mio libro Moving the Centre esprimo la necessità di uno spostamento dei poli di attrazione economici e culturali.
Dal 1977 lei ha abbandonato la lingua inglese per scrivere unicamente nella sua lingua madre, il gikuyu. Perché?
Ngugi: Lo scrivere in gikuyu mi fa sentire libero, anche in esilio, perché la lingua che parliamo è la nostra identità, la nostra storia, il contatto con le nostre radici. Ogni Paese può far progredire la sua cultura e la sua economia solo attraverso il profondo legame con la sua lingua naturale. Quasi ovunque, invece, in Africa, fatta eccezione per l’Eritrea, l’Etiopia e il Sudafrica, le lingue ufficiali della politica e dell’insegnamento sono quelle delle ex potenze coloniali. (Ha collaborato Giovanna Maria Salerno)


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