INTERVISTA. Incontro con l’arcivescovo di Tegucigalpa
La fedeltà al depositum fidei non vuol dire conservare un museo
La notizia della sua recente nomina a cardinale ha suscitato un grande entusiasmo nel popolo honduregno e non solo. Rodríguez Maradiaga parla della sua vocazione di sacerdote salesiano, dell’equilibrio tra fedeltà e novità. E poi degli ultimi venti anni di guerre in America centrale, dell’attuale fragile pace e, con grande simpatia, di Cuba
di Gianni Cardinale
Degli undici latinoamericani che ricevono la berretta cardinalizia il 21 febbraio la figura su cui si è particolarmente concentrata l’attenzione dei mass media è quella di Oscar Andrés Rodríguez Maradiaga, il primo porporato nella storia dell’Honduras, il piccolo Paese centroamericano da cui proviene.
Rodríguez Maradiaga, salesiano, 59 anni il prossimo dicembre, è sacerdote dal ’70. Nominato ausiliare di Tegucigalpa il 28 ottobre del ’78, nel ’93 è stato promosso alla guida dell’arcidiocesi honduregna. Ha ricoperto incarichi di responsabilità nel Consiglio episcopale latinoamericano (Celam): dall’87 al ’91 ne è stato segretario generale, dal ’91 al ’95 presidente del Comitato economico e dal ’95 al ’99 presidente.
Raggiunto telefonicamente in Honduras durante una riunione della Conferenza episcopale locale, di cui è presidente dal ’96, il neocardinale honduregno ha risposto volentieri ad alcune nostre domande.
Eccellenza, ritiene che la sua creazione cardinalizia sia un premio per la sua persona, per la Chiesa dell’Honduras o per il Consiglio episcopale latinoamericano (Celam), che lei ha presieduto nel quadriennio 1995-99?
=SCAR ANDRÉS RODRÍGUEZ MARADIAGA: Non è un premio per la mia persona, io sono soltanto uno strumento. Né forse per il fatto di essere stato presidente del Celam, che è soltanto il rappresentante di una grande folla di fedeli, di vescovi, di sacerdoti, di religiose che lavorano con un grande slancio missionario nella Chiesa. Credo che questo premio sia venuto dal Signore soprattutto per l’Honduras. Siamo un Paese povero, un Paese che lotta tanto, un Paese di molta fede. Per questo credo che la nomina sia un gesto d’amore del Santo Padre per l’Honduras e anche per tutta la Chiesa dell’America centrale che è una Chiesa giovane, una Chiesa che cerca di seguire il Signore Gesù.
Quali sono le reazioni alla sua nomina che più l’hanno commossa e stupita?
RODRÍGUEZ MARADIAGA: Soprattutto quelle della gente semplice, della gente più povera, loro non hanno sovente buone notizie. La maggior parte di loro ha una vita dura, una vita di grande povertà, di sacrifici... Qualcuno poi ha fatto notare, simpaticamente, che la notizia della mia nomina cardinalizia ha suscitato più festeggiamenti che per una importante partita di calcio che c’è stata nei giorni immediatamente precedenti.
Ma anche il presidente della repubblica ha espresso la sua gioia.
RODRÍGUEZ MARADIAGA: Sì, è voluto essere personalmente presente all’aeroporto per accogliermi al mio rientro da un viaggio, dopo che la notizia della mia nomina era stata ufficializzata. Infatti quando il Papa ha annunciato i nomi dei nuovi cardinali mi trovavo fuori dell’Honduras, in Florida, dove c’era una coppia che mi aveva chiesto di benedire il loro matrimonio. Ero partito dal mio Paese giovedì e venerdì mattina mi hanno chiamato dalla nunziatura di Tegucigalpa e ho pensato: chissà che grosso problema c’è in Honduras visto che sono appena andato via e già mi telefonano... invece mi hanno comunicato la nomina, che comunque doveva rimanere segreta fino a domenica.
Quali sono le persone che hanno segnato il suo percorso di fede?
RODRÍGUEZ MARADIAGA: Soprattutto il mio vecchio arcivescovo, monsignor Hector Enrique Santos Hernández, che è stato come un padre della mia vocazione. Era lui il direttore del collegio salesiano dove studiavo. Ricordo benissimo quando (avevo dieci anni) lui mi fece la proposta vocazionale. Per me fu una cosa naturale accettarla, a quell’età pensavo soltanto al Signore. Ma quando ho chiesto a mio papà il permesso di andare in seminario minore, lui mi disse di no. Ero molto vivace, e mio padre mi disse: se vai ora in seminario è facile che ti rimandino indietro dopo una settimana, se invece quando hai finito la scuola secondaria, vuoi ancora entrare in seminario, allora ti lascerò andare. Così ho proseguito gli studi e volevo diventare pilota. Per questo ho studiato con tutto il mio slancio tutto quello che riguarda l’aviazione, pensavo soltanto a quello. Ho imparato a volare a 14 anni. Però alla fine del liceo ho partecipato ad un ritiro spirituale dove il predicatore ci disse: se voi siete chiamati, non siate codardi... E io non volevo essere un codardo, e allora entrai in seminario. Così è capitato tutto.
Per me è stata molto importante anche la mamma, per l’educazione cristiana che mi ha donato da piccolo. Non posso poi dimenticare una figura che mi ha aiutato molto durante la mia strada vocazionale, quella di don Egidio Viganò che fu il nostro rettor maggiore della Congregazione salesiana. È stato per me sempre come un padre. Ricordo che andai a visitarlo pochi giorni prima che lui morisse, mentre mi trovavo a Roma ed ero appena stato eletto presidente del Celam. Lui ha sempre mostrato un grande affetto per me, è stata una persona decisiva per la mia formazione. A queste persone devo poi aggiungere il Santo Padre che è stato fonte di coraggio nei miei 22 anni di episcopato. A volte quando sono stanco dopo una giornata di grande lavoro pastorale, pensare all’esempio di Giovanni Paolo II mi dà nuove forze.
Alcuni commentatori l’hanno descritta come un sacerdote, un vescovo tradizionale, ma molto attento agli aspetti sociali. Attento al sociale e attento alla Tradizione. Si riconosce in questa definizione?
RODRÍGUEZ MARADIAGA: Sono convinto che una persona non si può inquadrare in schemi. Direi che la persona umana è qualcosa di molto complesso e nella mia vita ho cercato sempre di trovare l’equilibrio, non per niente i latini dicevano in medio stat virtus. Non sempre è facile. Certamente la Chiesa è custode del depositum fidei che dobbiamo conservare, che non è nostro, è del Signore Gesù. Però la nostra fedeltà non è una fedeltà da museo, ma è una fedeltà di dialogo con le novità. Così ogni giorno nel discernimento spirituale si deve trovare questo equilibrio, che è come una risultante fra tradizione e novità.
Il Santo Padre nel discorso che ha fatto al corpo diplomatico a gennaio ha parlato con toni piuttosto preoccupati della realtà latinoamericana. Condivide questo sguardo?
RODRÍGUEZ MARADIAGA: Sì, certo. Tutte le nostre nazioni sono democrazie troppo fragili, perché ancora non si è sviluppata una cultura veramente democratica. L’abbiamo visto, per esempio, nel Perù e nell’Ecuador. E poi c’è la Colombia che non riesce a trovare la strada della pace. Anche negli Stati dell’America centrale, dopo quasi venti anni di guerra, siamo arrivati a una pace, ma è fragile. Questo è un aspetto fonte di preoccupazione. L’altro è la crescente povertà. Negli ultimi decenni si ha l’impressione che i ricchi siano diventati più ricchi e i poveri più poveri. D’altra parte però ci sono anche segni di speranza, soprattutto per la nostra gioventù. I nostri ragazzi, ad esempio, sono molto impegnati nel prepararsi a ricevere il sacramento della cresima, e così la preparazione a questo sacramento arriva a fargli trovare Gesù Cristo in un incontro veramente personale. Questo è veramente un segno di speranza. Le vocazioni al sacerdozio poi aumentano e inoltre ci sono molti laici impegnati che danno segni di speranza.
Lei è stato molto impegnato sulla questione del debito estero. Alcuni osservatori hanno notato che su questo punto, come anche sul gesto di clemenza verso i carcerati, i governi non sono stati molto pronti ad ascoltare gli appelli giubilari del Papa.
RODRÍGUEZ MARADIAGA: Sì, purtroppo. C’è stato qualche passo importante, ma ci aspettavamo qualcosa di più. Per esempio in Honduras il debito bilaterale è stato alleviato un po’, ma per quanto riguarda quello multilaterale siamo ancora in alto mare: gli organismi finanziari internazionali (Fmi, Banca mondiale) dovrebbero fare molto di più. La comunità internazionale non può lasciarci soli in questa lotta che è un punto chiave per alleviare la povertà.
E riguardo il gesto di clemenza verso i carcerati?
RODRÍGUEZ MARADIAGA: Penso dipenda molto di più dai parlamenti dei singoli Paesi. Ma qui c’è un problema: in quasi tutta l’America Latina la violenza cittadina è cresciuta in modo terribile. E le forze dell’ordine non riescono a controllarla. Per questo à parlamenti sono stati restii a concedere amnistie ed indulti. Però un aspetto positivo è stata la crescita della pastorale nelle carceri, che è stato un punto qualificante nell’Anno giubilare.
L’America Latina è un continente importante, ma che si trova ad avere vicino una realtà altrettanto importante come quella degli Stati Uniti. Quali sono i suoi rapporti con la Chiesa Usa, anche alla luce della sua presidenza del Celam.
RODRÍGUEZ MARADIAGA: Dopo il Sinodo d’America il rapporto con la Chiesa degli Stati Uniti è avanzato grandemente. Siamo molto contenti, ad esempio, che le quindici diocesi del Texas hanno deciso di fare un gemellaggio con noi. Per questo c’è un grande entusiasmo nelle comunità del Texas e nelle nostre, perché non si tratta solo di dare o ricevere soldi, ma soprattutto di partecipare la stessa fede. Anche i rapporti tra Celam e Conferenza episcopale statunitense si sono rafforzati.
Qual è la sua impressione sul cambio della guardia nella Casa Bianca?
RODRÍGUEZ MARADIAGA: Riguardo all’amministrazione Bush direi che c’è preoccupazione, ma anche ottimismo. C’è preoccupazione perché il Partito repubblicano tradizionalmente non ha una politica positiva verso l’immigrazione dei latinoamericani negli Stati Uniti. Ci sarà qualche eccezione, ma i nostri concittadini non vanno negli Usa per delinquere o per rubare agli americani l’impiego. I lavori che fanno i latinoamericani sono quelli che molti americani non vogliono più fare. Non solo, spesso i latinoamericani vengono sfruttati in questi lavori. I nostri concittadini abbandonano i propri Paesi per aiutare i familiari che rimangono a casa. Per esempio, i soldi che mandano i salvadoregni che abitano negli Stati Uniti rappresentano la prima voce del bilancio degli introiti dello Stato del Salvador. Questo capita anche in altre nazioni; anche in Honduras con la crisi del prezzo del caffè queste rimesse familiari sono uno dei punti che più aiutano il bilancio nazionale. E poi questa gente che va a lavorare, paga le tasse...
Questa la preoccupazione, e l’ottimismo da dove viene?
RODRÍGUEZ MARADIAGA: Il primo atto amministrativo di Bush alla Casa Bianca è stato quello di bloccare i finanziamenti statali a quegli enti che si adoperano per il controllo delle nascite nei Paesi del terzo mondo. Finanziamenti che le amministrazioni democratiche avevano restaurato e ampliato. E questo è stato un gesto positivo. Non può essere certo il controllo demografico il modo con cui un grande Paese come gli Stati Uniti aiuta i Paesi vicini, e lontani, più sfortunati...
‚ei ha avuto modo di conoscere alcuni nuovi leader dell’America Latina come il messicano Vicente Fox e il venezuelano Hugo Chavez?
RODRÍGUEZ MARADIAGA: Non li conosco personalmente, ma questi sviluppi li seguiamo anche tramite l’analisi che ne fa il Celam. Io non sono più nella dirigenza del Celam, ma come presidente della mia Conferenza episcopale partecipo all’assemblea generale che si tiene ogni due anni. E quest’anno l’assemblea si svolgerà a maggio proprio a Caracas... Ho sentito dai confratelli messicani che c’è un grande ottimismo per l’arrivo di Fox al potere. Lui non è un mago ma sta facendo passi che potranno portare a ulteriori sviluppi positivi.
Un’ultima domanda. Quando si parla dell’area centroamericana non si può non parlare di Cuba...
RODRÍGUEZ MARADIAGA: Ho grande affetto per la Chiesa di Cuba. Infatti se potessi andrei missionario là, dove ho trovato tanta sete di Dio. Auspico che le autorità governative siano più aperte di quanto già lo sono nei confronti della Chiesa. Desidererei per il futuro più possibilità per la Chiesa di lavorare e di ricevere più aiuto missionario. D’altra parte devo manifestare un grande ringraziamento a Cuba, perché dopo la tragedia dell’uragano Mitch nel ’98 i cubani sono stati i primi ad accorrere, e ancora oggi continuano ad aiutarci. Abbiamo più di 120 medici cubani che stanno lavorando nelle zone più povere della nazione, nei paesetti sperduti dove non c’era mai stato un medico. Sono gesti umani che ci fanno essere vicini al popolo cubano. Certo a L’Avana si potrebbe avanzare ogni giorno di più nella democratizzazione. Ma non è facile. Riguardo Cuba poi ho sempre pensato, e lo penso ancora, che l’embargo di cui è vittima è profondamente ingiusto perché danneggia la popolazione.
Rodríguez Maradiaga, salesiano, 59 anni il prossimo dicembre, è sacerdote dal ’70. Nominato ausiliare di Tegucigalpa il 28 ottobre del ’78, nel ’93 è stato promosso alla guida dell’arcidiocesi honduregna. Ha ricoperto incarichi di responsabilità nel Consiglio episcopale latinoamericano (Celam): dall’87 al ’91 ne è stato segretario generale, dal ’91 al ’95 presidente del Comitato economico e dal ’95 al ’99 presidente.
Raggiunto telefonicamente in Honduras durante una riunione della Conferenza episcopale locale, di cui è presidente dal ’96, il neocardinale honduregno ha risposto volentieri ad alcune nostre domande.
Eccellenza, ritiene che la sua creazione cardinalizia sia un premio per la sua persona, per la Chiesa dell’Honduras o per il Consiglio episcopale latinoamericano (Celam), che lei ha presieduto nel quadriennio 1995-99?
=SCAR ANDRÉS RODRÍGUEZ MARADIAGA: Non è un premio per la mia persona, io sono soltanto uno strumento. Né forse per il fatto di essere stato presidente del Celam, che è soltanto il rappresentante di una grande folla di fedeli, di vescovi, di sacerdoti, di religiose che lavorano con un grande slancio missionario nella Chiesa. Credo che questo premio sia venuto dal Signore soprattutto per l’Honduras. Siamo un Paese povero, un Paese che lotta tanto, un Paese di molta fede. Per questo credo che la nomina sia un gesto d’amore del Santo Padre per l’Honduras e anche per tutta la Chiesa dell’America centrale che è una Chiesa giovane, una Chiesa che cerca di seguire il Signore Gesù.
Quali sono le reazioni alla sua nomina che più l’hanno commossa e stupita?
RODRÍGUEZ MARADIAGA: Soprattutto quelle della gente semplice, della gente più povera, loro non hanno sovente buone notizie. La maggior parte di loro ha una vita dura, una vita di grande povertà, di sacrifici... Qualcuno poi ha fatto notare, simpaticamente, che la notizia della mia nomina cardinalizia ha suscitato più festeggiamenti che per una importante partita di calcio che c’è stata nei giorni immediatamente precedenti.
Ma anche il presidente della repubblica ha espresso la sua gioia.
RODRÍGUEZ MARADIAGA: Sì, è voluto essere personalmente presente all’aeroporto per accogliermi al mio rientro da un viaggio, dopo che la notizia della mia nomina era stata ufficializzata. Infatti quando il Papa ha annunciato i nomi dei nuovi cardinali mi trovavo fuori dell’Honduras, in Florida, dove c’era una coppia che mi aveva chiesto di benedire il loro matrimonio. Ero partito dal mio Paese giovedì e venerdì mattina mi hanno chiamato dalla nunziatura di Tegucigalpa e ho pensato: chissà che grosso problema c’è in Honduras visto che sono appena andato via e già mi telefonano... invece mi hanno comunicato la nomina, che comunque doveva rimanere segreta fino a domenica.
Quali sono le persone che hanno segnato il suo percorso di fede?
RODRÍGUEZ MARADIAGA: Soprattutto il mio vecchio arcivescovo, monsignor Hector Enrique Santos Hernández, che è stato come un padre della mia vocazione. Era lui il direttore del collegio salesiano dove studiavo. Ricordo benissimo quando (avevo dieci anni) lui mi fece la proposta vocazionale. Per me fu una cosa naturale accettarla, a quell’età pensavo soltanto al Signore. Ma quando ho chiesto a mio papà il permesso di andare in seminario minore, lui mi disse di no. Ero molto vivace, e mio padre mi disse: se vai ora in seminario è facile che ti rimandino indietro dopo una settimana, se invece quando hai finito la scuola secondaria, vuoi ancora entrare in seminario, allora ti lascerò andare. Così ho proseguito gli studi e volevo diventare pilota. Per questo ho studiato con tutto il mio slancio tutto quello che riguarda l’aviazione, pensavo soltanto a quello. Ho imparato a volare a 14 anni. Però alla fine del liceo ho partecipato ad un ritiro spirituale dove il predicatore ci disse: se voi siete chiamati, non siate codardi... E io non volevo essere un codardo, e allora entrai in seminario. Così è capitato tutto.
Per me è stata molto importante anche la mamma, per l’educazione cristiana che mi ha donato da piccolo. Non posso poi dimenticare una figura che mi ha aiutato molto durante la mia strada vocazionale, quella di don Egidio Viganò che fu il nostro rettor maggiore della Congregazione salesiana. È stato per me sempre come un padre. Ricordo che andai a visitarlo pochi giorni prima che lui morisse, mentre mi trovavo a Roma ed ero appena stato eletto presidente del Celam. Lui ha sempre mostrato un grande affetto per me, è stata una persona decisiva per la mia formazione. A queste persone devo poi aggiungere il Santo Padre che è stato fonte di coraggio nei miei 22 anni di episcopato. A volte quando sono stanco dopo una giornata di grande lavoro pastorale, pensare all’esempio di Giovanni Paolo II mi dà nuove forze.
Alcuni commentatori l’hanno descritta come un sacerdote, un vescovo tradizionale, ma molto attento agli aspetti sociali. Attento al sociale e attento alla Tradizione. Si riconosce in questa definizione?
RODRÍGUEZ MARADIAGA: Sono convinto che una persona non si può inquadrare in schemi. Direi che la persona umana è qualcosa di molto complesso e nella mia vita ho cercato sempre di trovare l’equilibrio, non per niente i latini dicevano in medio stat virtus. Non sempre è facile. Certamente la Chiesa è custode del depositum fidei che dobbiamo conservare, che non è nostro, è del Signore Gesù. Però la nostra fedeltà non è una fedeltà da museo, ma è una fedeltà di dialogo con le novità. Così ogni giorno nel discernimento spirituale si deve trovare questo equilibrio, che è come una risultante fra tradizione e novità.
Il Santo Padre nel discorso che ha fatto al corpo diplomatico a gennaio ha parlato con toni piuttosto preoccupati della realtà latinoamericana. Condivide questo sguardo?
RODRÍGUEZ MARADIAGA: Sì, certo. Tutte le nostre nazioni sono democrazie troppo fragili, perché ancora non si è sviluppata una cultura veramente democratica. L’abbiamo visto, per esempio, nel Perù e nell’Ecuador. E poi c’è la Colombia che non riesce a trovare la strada della pace. Anche negli Stati dell’America centrale, dopo quasi venti anni di guerra, siamo arrivati a una pace, ma è fragile. Questo è un aspetto fonte di preoccupazione. L’altro è la crescente povertà. Negli ultimi decenni si ha l’impressione che i ricchi siano diventati più ricchi e i poveri più poveri. D’altra parte però ci sono anche segni di speranza, soprattutto per la nostra gioventù. I nostri ragazzi, ad esempio, sono molto impegnati nel prepararsi a ricevere il sacramento della cresima, e così la preparazione a questo sacramento arriva a fargli trovare Gesù Cristo in un incontro veramente personale. Questo è veramente un segno di speranza. Le vocazioni al sacerdozio poi aumentano e inoltre ci sono molti laici impegnati che danno segni di speranza.
Lei è stato molto impegnato sulla questione del debito estero. Alcuni osservatori hanno notato che su questo punto, come anche sul gesto di clemenza verso i carcerati, i governi non sono stati molto pronti ad ascoltare gli appelli giubilari del Papa.
RODRÍGUEZ MARADIAGA: Sì, purtroppo. C’è stato qualche passo importante, ma ci aspettavamo qualcosa di più. Per esempio in Honduras il debito bilaterale è stato alleviato un po’, ma per quanto riguarda quello multilaterale siamo ancora in alto mare: gli organismi finanziari internazionali (Fmi, Banca mondiale) dovrebbero fare molto di più. La comunità internazionale non può lasciarci soli in questa lotta che è un punto chiave per alleviare la povertà.
E riguardo il gesto di clemenza verso i carcerati?
RODRÍGUEZ MARADIAGA: Penso dipenda molto di più dai parlamenti dei singoli Paesi. Ma qui c’è un problema: in quasi tutta l’America Latina la violenza cittadina è cresciuta in modo terribile. E le forze dell’ordine non riescono a controllarla. Per questo à parlamenti sono stati restii a concedere amnistie ed indulti. Però un aspetto positivo è stata la crescita della pastorale nelle carceri, che è stato un punto qualificante nell’Anno giubilare.
L’America Latina è un continente importante, ma che si trova ad avere vicino una realtà altrettanto importante come quella degli Stati Uniti. Quali sono i suoi rapporti con la Chiesa Usa, anche alla luce della sua presidenza del Celam.
RODRÍGUEZ MARADIAGA: Dopo il Sinodo d’America il rapporto con la Chiesa degli Stati Uniti è avanzato grandemente. Siamo molto contenti, ad esempio, che le quindici diocesi del Texas hanno deciso di fare un gemellaggio con noi. Per questo c’è un grande entusiasmo nelle comunità del Texas e nelle nostre, perché non si tratta solo di dare o ricevere soldi, ma soprattutto di partecipare la stessa fede. Anche i rapporti tra Celam e Conferenza episcopale statunitense si sono rafforzati.
Qual è la sua impressione sul cambio della guardia nella Casa Bianca?
RODRÍGUEZ MARADIAGA: Riguardo all’amministrazione Bush direi che c’è preoccupazione, ma anche ottimismo. C’è preoccupazione perché il Partito repubblicano tradizionalmente non ha una politica positiva verso l’immigrazione dei latinoamericani negli Stati Uniti. Ci sarà qualche eccezione, ma i nostri concittadini non vanno negli Usa per delinquere o per rubare agli americani l’impiego. I lavori che fanno i latinoamericani sono quelli che molti americani non vogliono più fare. Non solo, spesso i latinoamericani vengono sfruttati in questi lavori. I nostri concittadini abbandonano i propri Paesi per aiutare i familiari che rimangono a casa. Per esempio, i soldi che mandano i salvadoregni che abitano negli Stati Uniti rappresentano la prima voce del bilancio degli introiti dello Stato del Salvador. Questo capita anche in altre nazioni; anche in Honduras con la crisi del prezzo del caffè queste rimesse familiari sono uno dei punti che più aiutano il bilancio nazionale. E poi questa gente che va a lavorare, paga le tasse...
Questa la preoccupazione, e l’ottimismo da dove viene?
RODRÍGUEZ MARADIAGA: Il primo atto amministrativo di Bush alla Casa Bianca è stato quello di bloccare i finanziamenti statali a quegli enti che si adoperano per il controllo delle nascite nei Paesi del terzo mondo. Finanziamenti che le amministrazioni democratiche avevano restaurato e ampliato. E questo è stato un gesto positivo. Non può essere certo il controllo demografico il modo con cui un grande Paese come gli Stati Uniti aiuta i Paesi vicini, e lontani, più sfortunati...
‚ei ha avuto modo di conoscere alcuni nuovi leader dell’America Latina come il messicano Vicente Fox e il venezuelano Hugo Chavez?
RODRÍGUEZ MARADIAGA: Non li conosco personalmente, ma questi sviluppi li seguiamo anche tramite l’analisi che ne fa il Celam. Io non sono più nella dirigenza del Celam, ma come presidente della mia Conferenza episcopale partecipo all’assemblea generale che si tiene ogni due anni. E quest’anno l’assemblea si svolgerà a maggio proprio a Caracas... Ho sentito dai confratelli messicani che c’è un grande ottimismo per l’arrivo di Fox al potere. Lui non è un mago ma sta facendo passi che potranno portare a ulteriori sviluppi positivi.
Un’ultima domanda. Quando si parla dell’area centroamericana non si può non parlare di Cuba...
RODRÍGUEZ MARADIAGA: Ho grande affetto per la Chiesa di Cuba. Infatti se potessi andrei missionario là, dove ho trovato tanta sete di Dio. Auspico che le autorità governative siano più aperte di quanto già lo sono nei confronti della Chiesa. Desidererei per il futuro più possibilità per la Chiesa di lavorare e di ricevere più aiuto missionario. D’altra parte devo manifestare un grande ringraziamento a Cuba, perché dopo la tragedia dell’uragano Mitch nel ’98 i cubani sono stati i primi ad accorrere, e ancora oggi continuano ad aiutarci. Abbiamo più di 120 medici cubani che stanno lavorando nelle zone più povere della nazione, nei paesetti sperduti dove non c’era mai stato un medico. Sono gesti umani che ci fanno essere vicini al popolo cubano. Certo a L’Avana si potrebbe avanzare ogni giorno di più nella democratizzazione. Ma non è facile. Riguardo Cuba poi ho sempre pensato, e lo penso ancora, che l’embargo di cui è vittima è profondamente ingiusto perché danneggia la popolazione.