Eventi. L’attualità del santo di Ippona e il dialogo con i musulmani
Questa primavera ad Algeri…
… si terrà un convegno su sant’Agostino. Lo ha voluto il presidente Bouteflika, come gesto di pace per l’Algeria e di dialogo tra cristianesimo e islam. Henri Teissier, arcivescovo di Algeri, spiega come sia importante per la libertà di tutti ritornare ad Agostino
di Giovanni Cubeddu
«E che dire, poi, dell’algerino sant’Agostino che tanto diede alla Chiesa? Teologo, filosofo, scrittore, tribuno e uomo d’azione, l’autore della Città di Dio e delle Confessioni, che fu vescovo di Ippona, l’attuale Annaba, è considerato giustamente come uno dei dottori più influenti e più prestigiosi della Chiesa cattolica». «…E soprattutto desidero rendere omaggio alla Chiesa cattolica guidata dal compianto monsignor Duval – che Dio l’abbia in gloria – che divenne dopo l’indipendenza il primo cardinale algerino. Il nostro buono e vecchio amico Mohammed Habib Duval, monsignor Duval, come noi lo chiamavamo, il cui ricordo non abbandonerà mai i nostri cuori finché noi saremo a questo mondo, ha vissuto la sua “algerinità” nei momenti più difficili con la passione di Cristo e il calvario di Gesù: la salvezza sia su di lui, allo stesso titolo dei profeti delle grandi religioni monoteistiche».
Molti ricordano ancora con quali rispetto e amicizia il presidente algerino Abdelaziz Bouteflika, al Meeting di Rimini del 1999, aveva citato sant’Agostino e il compianto arcivescovo di Algeri Léon Étienne Duval. E come, colloquiando con gli studenti universitari di Roma nel novembre seguente, aveva ricordato ancora Agostino «figlio dell’Algeria e il più notevole dei padri della Chiesa… santo, tanto per il cristianesimo quanto per l’islam». Bouteflika, musulmano e fautore di un islam della «laicità prudente», da un anno e mezzo si è assunto i grandi rischi e la responsabilità di sedare le sanguinose lotte interne in Algeria e di ricondurre il suo Paese a dignità internazionale. In una partita così delicata, il presidente non ha mai mancato di giocarsi con grande sincerità nel rapporto con la Chiesa cattolica. Tanto è vero che si sta organizzando, grazie al suo interessamento, un convegno su questo grande santo africano e padre della Chiesa, che si terrà nella prima settimana dell’aprile 2001, dal titolo “Sant’Agostino, africanità e universalità”.
Successore di Léon Étienne Duval è oggi il settantunenne arcivescovo di Algeri Henri Teissier. A lui, che fa parte del comitato organizzatore del convegno, abbiamo rivolto alcune domande.
Che cosa significa per l’Algeria musulmana celebrare un santo come Agostino?
HENRI TEISSIER: È davvero importante, perché finora nel Paese non s’era mai parlato dell’Algeria dei primi secoli, cristiana, ma solo di quella posteriore al secolo VII, cioè datando dall’arrivo dell’islam e tenendo in conto solo il patrimonio storico-religioso arabo-musulmano. Perciò questo non è un convegno qualunque: dimostra che l’Algeria oggi accetta integralmente il suo patrimonio culturale, si riappropria dell’epoca cristiana come parte della sua identità nazionale, e riconosce la personalità eccezionale di sant’Agostino. E questo non perché la storia di questo Paese manchi di grandi figure musulmane, come il grande filosofo del secolo XIV Ibn Kaldun o l’emiro Abd al-Kader che fu protagonista della resistenza alla penetrazione francese…
Quali sono le ragioni della scelta di celebrare Agostino?
TEISSIER: Sono tanto semplici quanto valide. La prima ragione è ovviamente il desiderio – politico nel senso più ampio e positivo – di rendere una pubblicità internazionale ad una grande personalità della storia dell’Algeria, anche se una personalità cristiana. Nell’Africa settentrionale dei primi secoli in verità troviamo anche san Cipriano e Tertulliano, però ambedue sono nati nella parte che adesso si trova nel territorio della Tunisia. Chiaramente gli algerini celebrano il “loro” Agostino, che è nato a Tagaste (l’attuale Souk-Ahras), nella provincia proconsolare che aveva in Cartagine la sua capitale e che oggi è nel territorio dell’Algeria, al pari di Ippona, della quale Agostino fu vescovo per 35 anni e dove ha scritto la quasi totalità delle sue opere. La seconda ragione è il presidente della Repubblica Abdelaziz Bouteflika: è un uomo di vasta cultura, che ha vissuto lungamente fuori dall’Algeria intessendo fitte relazioni internazionali. Per questo Bouteflika ha capito forse prima e meglio di altri chi è Agostino e quanto ha contribuito anche alla civiltà occidentale attraverso la sua testimonianza cristiana. Forse è proprio nella Chiesa che ce lo dimentichiamo… Il messaggio del presidente algerino all’opinione pubblica interna e internazionale è stato: «Noi riconosciamo Agostino, anche se è cristiano. Lo riconosciamo come uno di noi». In questa luce ha aperto le porte del Paese perché vengano al convegno di Algeri da tutto il mondo amici ed esperti di Agostino. Il fine è duplice: riannunciare i temi propri del santo di Ippona che possano essere interessanti dal punto di vista internazionale, ma anche presentare Agostino all’uomo contemporaneo, e innanzitutto ai suoi “concittadini” algerini.
Così si capisce l’accento posto sui caratteri dell’universalità e dell’africanità di Agostino, temi sui quali basiamo il convegno.
Come avete inteso l’universalità?
TEISSIER: Abbiamo suggerito a chi verrà di tenere relazioni su argomenti come “Agostino e la dignità dell’uomo”, “fede e ragione in sant’Agostino”, “l’azione di Dio, la potenza di Dio e la libertà dell’uomo”, “la relazione tra l’onnipotenza di Dio e la libertà dell’uomo”, “il volto di Dio in sant’Agostino” e certamente anche “sant’Agostino tra la città terrestre e la città di Dio”. Al tempo stesso gli algerini affronteranno questi temi, nuovi per loro, dal punto di vista della dottrina musulmana, come avverrà ad esempio per “fede e ragione in sant’Agostino” e per “la relazione tra l’onnipotenza di Dio e la libertà dell’uomo”. Sarà sorprendente riscoprire l’attualità di Agostino per la Chiesa e vedere l’intrecciarsi di una relazione tra lui e la storia dell’islam.
E l’africanità?
TEISSIER: Qui sorge un problema, per noi e per gli algerini. C’è chi afferma che sant’Agostino era un “romano”, perché scriveva in latino, aveva un nome latino, Augustinus, eccetera, e per questo non sarebbe un vero africano… Va inteso che al tempo di Agostino il termine “africano” indicava gli abitanti dell’Africa settentrionale e per parlare di africani in quanto uomini di colore i romani usavano il latino aethiops, etiopico. “Africani” erano gli abitanti della sponda meridionale del mare Mediterraneo e non i neri subsahariani… Così durante il convegno dovremo cercare nelle opere di Agostino i segni della sua africanità e dell’appartenenza alla cultura romano-africana.
Inoltre, capire se Agostino rappresentasse l’Impero romano più che l’Africa è importante anche perché nella società algerina è tuttora vivo il dibattito sulla sua posizione “politica”: secondo alcuni egli avrebbe parteggiato per Roma contro coloro che in quel tempo rappresentavano l’identità nazionale algerina in opposizione all’Impero, cioè i donatisti. Questa è una falsa rappresentazione. I primi che domandarono l’aiuto dell’Impero romano, per fini religiosi, furono proprio i donatisti, e sant’Agostino li avversò non a causa della loro relazione con l’Impero romano, ma a motivo della rottura della comunione con la Chiesa universale. Rimproverava ai donatisti di voler essere una Chiesa isolata, e di non prediligere né volere la comunione con la Chiesa universale. L’opposizione di sant’Agostino ai donatisti era dettata dall’amore alla Chiesa, non fu un’opposizione politica. Questo ha la sua importanza per l’Algeria odierna, dove la maggioranza del popolo immagina sant’Agostino come il rappresentante dÂlla cultura romana, straniera, e i donatisti come gli autentici cristiani dell’Africa. Saremmo contenti di aiutare gli algerini a capire che si trovano di fronte ad una errata semplificazione.
Lei è tra i relatori. Quale aspetto dell’insegnamento di Agostino ha ritenuto più importante e ha scelto di affrontare?
TEISSIER: Parlerò del De civitate Dei. Come lei sa, nei Paesi musulmani in questo momento c’è dibattito su che cosa voglia dire che lo Stato debba essere uno Stato islamico. Allora, quali scintille possiamo trovare nel pensiero di sant’Agostino per illuminare il problema della relazione tra la fede e la società? Dopo Agostino, l’agostinismo posteriore aveva favorito la creazione di una città teocratica e inteso il potere cristiano come imposizione della religione a tutta la società. Secondo tale agostinismo, Agostino sollecitava il potere teocratico. Questo non è vero! La concezione di sant’A×ostino della presenza della città di Dio nella città degli uomini è molto più rispettosa della distinzione laica tra società umana e società spirituale. È la grazia che viene da Dio che fa la differenza. Capire il De civitate Dei vale non soltanto per i cristiani del tempo di sant’Agostino, ma per le società musulmane e cristiane di oggi.
I nostri amici musulmani desiderano che la religione abbia tutta la sua importanza nella vita totale della società. Non accettano la distinzione tra temporale e spirituale che (più o meno facilmente) si fa tra i cristiani, e dicono che tutta la civitas deve essere sottomessa alla legge di Dio. Quando Agostino cammina nella città di Dio cammina contemporaneamente nella città degli uomini, e indica certamente l’imprescindibilità della città di Dio nell’esistenza dell’uomo, però non c’è teocrazia. L’importante non è avere un capo cristiano religioso che imponga per obbedienza religiosa le sue convinzioni alla società, ma che ciascuno dei credenti si apra alla grazia di Dio, al dono di Dio. È così che avviene la città di Dio nella città umana. C’è un testo di sant’Agostino che è molto vicino alla Didaché, nel quale afferma che noi cristiani non siamo diversi per la lingua, per costumi o altro dagli altri membri della civitas terrena, bensì siamo nella luce di Dio e desideriamo camminare nella luce di Dio: un Dio che non cambia le cose secondarie, come l’organizzazione della città, ma risponde al cuore dell’uomo. È vero che il principio della laicità non basta come “contenitýre” dell’azione di Dio nel mondo, la laicità implica una distinzione che è vera e rimane, però la grazia di Dio può certamente illuminare tutti i settori della vita, personale e quindi politica, economica, culturale… Tutte le cose vengono dal dono di Dio, ma Dio non ha creato la teocrazia.
Il tema della grazia – attraverso la quale si diventa cristiani, rimanendo buoni cittadini – in Agostino è centrale.
TEISSIER: Nel convegno lo si approfondirà. Tra i relatori, il professor Wermelinger rivisiterà le decisioni del Concilio Africano del 418 su grazia e libertà presentate da Agostino a Bonifacio vescovo di Roma. La questione diviene più delicata all’interno della riflessione musulmana, perché l’islam esamina il problema della relazione tra la potenza di Dio e la libertà dell’uomo ma non conosce la problematica della grazia: non come la conosciamo noi cristiani. Noi abbiamo un concetto e un’esperienza dell’agire di Dio tramite la grazia che non esiste nel pensiero musulmano. Anche l’islam sa che l’uomo per essere fedele a Dio ha bisogno di essere guidato da Dio, però non vi è una riflessione elaborata su grazia e libertà, che è un tema specificamente cristiano.
Al dialogo tra cristianesimo e islam – attraverso Agostino – questo convegno dà un segnale e una spinta notevoli. Forte dell’esempio algerino, lei che cosa suggerirebbe alle altre Chiese locali dove la Chiesa, come da voi, è una piccola minoranza?
TEISSIER: Che non bisogna affrontare il dialogo islamico-cristiano dal punto di vista dei dogmi. Cristianesimo e islam sono due mondi diversi sul piano dogmatico, perché l’islam non capisce né accetta ad esempio l’Incarnazione, la Trinità, la Chiesa, i sacramenti e ultimamente tutto quello che è specifico nel cristianesimo. Il punto di partenza è la vita, la vita accompagnata dalla luce di Dio, come ricorda nelle sue Confessioni Agostino. Allora sì, abbiamo tante cose da fare insieme, non soltanto da dire. Ciò mi meraviglia e mi dà gioia, pur vivendo in un momento storico ancora incerto nella società algerina. Lo sapete, ci sono violenze e orrori che, anche a conoscerne la causa politico-religiosa o economica, restano umanamente incomprensibili, però resta assicurata la possibilità di musulmani e cristiani di convivere, con uno spirito di amicizia. Musulmani e cristiani, giochiamo in questo rapporto ciò che per ognuno dà luce alla propria vita, tentiamo insieme delle scelte utili al bene comune della nazione, delle famiglie, dei poveri… Penso che bisogna incontrarsi prima sul terreno dell’amicizia e dopo lavorare insieme: così sono i lavori del regno di Dio. Nella Redemptoris missio il Papa ricorda che dove c’è la riconciliazione e la solidarietà tra gli uomini viene il regno di Dio. Questo è un dono del Signore, che chiediamo e talvolta ci pare di ricevere.
Prima del Natale una musulmana algerina mi diceva che – in questi ultimi dieci anni terribili che ha conosciuto la società – l’approfondirsi di rapporti buoni tra i musulmani e la Chiesa in Algeria aveva «qualcosa di divino». Costei non sa nulla di teologia né sapeva esattamente spiegare che cosa intendesse come «divino», però l’ha detto. Io la interpreto così: c’è un dono di Dio che condividiamo nelle collaborazioni quotidiane, la grazia soltanto permette tra cristiani e musulmani un rapporto autentico, in un dialogo fatto di cose e concretissimo.
Lei ha detto prima che alcuni argomenti saranno esposti da relatori cattolici e contemporaneamente affrontati dal punto di vista islamico. Quali temi in particolare sarebbe opportuno che emergessero da questo convegno su Agostino, tali da essere conosciuti e valutati positivamente anche in altri Paesi islamici, per accrescere la confidenza reciproca tra cristiani e musulmani?
ýEISSIER: La cosa più importante, anche al di là dei singoli temi, è trovarsi insieme e discutere di un padre della Chiesa. Qui in Algeria è una novità. È come se in Turchia i turchi stessi si ritrovassero a discutere con i cristiani sull’opera di san Basilio, di san Gregorio Nazianzeno, di san Gregorio di Nissa o di san Giovanni Crisostomo; o in Egitto si intrattenessero assieme su sant’Atanasio di Alessandria o sulla vita dei monaci del deserto perché testimoni della ricerca di Dio; ed ancora in Iraq cristiani e musulmani identificassero sant’Efraim come tesoro di tutta la nazione… Non voglio dire che per un dialogo si deve partire solo dagli autori cristiani, non li imporrei mai: come ho detto, possiamo con gli algerini leggere assieme i testi spirituali dell’emiro Abd al-Kader…
In settembre il Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso parteciperà a Teheran ad un confronto con le autorità dell’islam sciita. Qualche spunto proveniente dal simposio algerino potrebbe essere recepito in quella sede? La lungimiranza dell’Algeria sarà un buon precedente?
TEISSIER: Manca ancora del tempo sino a settembre, e sarei prudente su ogni proposta. Però, sarebbe bello se i musulmani sciiti potessero studiare la storia stupenda della missione nestoriana nella loro regione, che a quel tempo non era l’Iran e non era ancora monoteista. I missionari dell’Iran partirono per la Cina per condividere con quei popoli il messaggio monoteista del cristianesimo e fu attraverso di loro che per la prima volta tanti uomini incontrarono il Dio unico. È una storia che conoscono solo i cristiani, ma è storia, è perciò patrimonio anche dei musulmani dell’Iran, della nazione iraniana. Se così fosse, anche i musulmani sciiti potrebbero guardare a chi è cristiano non come ad un nemico.
Sant’Agostino è un padre della Chiesa testimone autorevole della Tradizione. La quale, se interpretata correttamente – in questo caso con Agostino –, non pone ostacoli al dialogo, sia pure con l’islam. Né giustifica battaglie religiose o teocratiche. È questa un’implicazione del convegno algerino…
TEISSIER: Il depositum fidei non è mai spunto per battaglie teocratiche o religiose contro altri fedeli, e nel depositum ritroviamo anche la memoria di santi che hanno conosciuto l’islam e sapientemente vi hanno dialogato. La testimonianza della sincera ricerca di Dio reciprocamente data da cristiani e musulmani, del resto, la possiamo con semplicità accogliere, e nelle due tradizioni, il depositum e la “tradizione” musulmana, possiamo rinvenire dei temi che contengono dei semi di dialogo. Come il tema della relazione tra la potenza di Dio e la libertà umana, che è in Agostino e nel pensiero islamico. O il tema della Trinità: nell’islam esistono i 99 nomi del volto di Dio, che ne rappresentano i diversi aspetti. È il modo musulmano di chiedere “chi è Dio per noi?”. Ma anche noi, messi di fronte al mistero della Trinità, esprimiamo una domanda e una preghiera. Non dico certo che i musulmani possano accettare la Trinità cristiana, ma se riconoscono che Dio è “misericordioso”, è “giusto”, potrebbero intuire per analogia che cosa è per noi.
Quando ero studente all’Università del Cairo seguii un corso di teologia islamica intitolato “scienza del discorso su Dio”. Il professore musulmano che stava discutendo dell’essenza e degli attributi di Dio ad un tratto lasciò scivolare un paragone: «Ma questo è vicino a quanto dicono i cristiani sulla Trinità…». E chiese se c’era qualche cristiano tra gli studenti, così che parlasse dell’argomento. Vi erano dei giovani copti vicino a me, ma lì per lì non dissero nulla. Solo allora m’alzai e parlando un arabo imperfetto tentai con semplicità di dire qualcosa, per non sprecare l’occasione di quella possibilità di dialogo. I musulmani sanno la differenza tra noi e loro, e dicono che noi siamo mushrikin, cioè “infedeli” nei confronti del “loro” monoteismo, perché associamo alla persona del Padre sia Gesù che lo Spirito Santo. Se noi oggi ci interessiamo al mistero della vita interiore di Dio, è per azione della grazia, per via di Gesù, che ce l’ha raccomandato quando è venuto in mezzo a noi, incarnandosi.
Infine, questo congresso su sant’Agostino darà risultati utili anche alla Chiesa d’Algeria?
TEISSIER: Davvero noi non cerchiamo a priori il bene della Chiesa, ma quello della comunità umana, nella quale c’è la Chiesa e ci sono i musulmani (e ci potrebbero essere altre religioni…). Allora, quello che ci aspettiamo da questo congresso è un bene per l’uomo algerino, così che riapra il cuore e la mente alla sua storia tutta intera. È un bene per la collaborazione tra noi e i nostri amici musulmani che essi possano guardare a un cristiano come ad uno che ha qualcosa da dirgli. Anch’io leggo gli scritti di Abd al-Kader, vi ritrovo delle cose utili anche a me, ma non per questo lascio la mia fede cristiana. Perché il dono della fede cristiana è il mio bene personale che mi ha dato la Chiesa. E se trovo del bene nell’altro, non è mai per lasciare quanto ho ricevuto dalla Chiesa. Anche Agostino sarebbe d’accordo.
Molti ricordano ancora con quali rispetto e amicizia il presidente algerino Abdelaziz Bouteflika, al Meeting di Rimini del 1999, aveva citato sant’Agostino e il compianto arcivescovo di Algeri Léon Étienne Duval. E come, colloquiando con gli studenti universitari di Roma nel novembre seguente, aveva ricordato ancora Agostino «figlio dell’Algeria e il più notevole dei padri della Chiesa… santo, tanto per il cristianesimo quanto per l’islam». Bouteflika, musulmano e fautore di un islam della «laicità prudente», da un anno e mezzo si è assunto i grandi rischi e la responsabilità di sedare le sanguinose lotte interne in Algeria e di ricondurre il suo Paese a dignità internazionale. In una partita così delicata, il presidente non ha mai mancato di giocarsi con grande sincerità nel rapporto con la Chiesa cattolica. Tanto è vero che si sta organizzando, grazie al suo interessamento, un convegno su questo grande santo africano e padre della Chiesa, che si terrà nella prima settimana dell’aprile 2001, dal titolo “Sant’Agostino, africanità e universalità”.
Successore di Léon Étienne Duval è oggi il settantunenne arcivescovo di Algeri Henri Teissier. A lui, che fa parte del comitato organizzatore del convegno, abbiamo rivolto alcune domande.
Che cosa significa per l’Algeria musulmana celebrare un santo come Agostino?
HENRI TEISSIER: È davvero importante, perché finora nel Paese non s’era mai parlato dell’Algeria dei primi secoli, cristiana, ma solo di quella posteriore al secolo VII, cioè datando dall’arrivo dell’islam e tenendo in conto solo il patrimonio storico-religioso arabo-musulmano. Perciò questo non è un convegno qualunque: dimostra che l’Algeria oggi accetta integralmente il suo patrimonio culturale, si riappropria dell’epoca cristiana come parte della sua identità nazionale, e riconosce la personalità eccezionale di sant’Agostino. E questo non perché la storia di questo Paese manchi di grandi figure musulmane, come il grande filosofo del secolo XIV Ibn Kaldun o l’emiro Abd al-Kader che fu protagonista della resistenza alla penetrazione francese…
Quali sono le ragioni della scelta di celebrare Agostino?
TEISSIER: Sono tanto semplici quanto valide. La prima ragione è ovviamente il desiderio – politico nel senso più ampio e positivo – di rendere una pubblicità internazionale ad una grande personalità della storia dell’Algeria, anche se una personalità cristiana. Nell’Africa settentrionale dei primi secoli in verità troviamo anche san Cipriano e Tertulliano, però ambedue sono nati nella parte che adesso si trova nel territorio della Tunisia. Chiaramente gli algerini celebrano il “loro” Agostino, che è nato a Tagaste (l’attuale Souk-Ahras), nella provincia proconsolare che aveva in Cartagine la sua capitale e che oggi è nel territorio dell’Algeria, al pari di Ippona, della quale Agostino fu vescovo per 35 anni e dove ha scritto la quasi totalità delle sue opere. La seconda ragione è il presidente della Repubblica Abdelaziz Bouteflika: è un uomo di vasta cultura, che ha vissuto lungamente fuori dall’Algeria intessendo fitte relazioni internazionali. Per questo Bouteflika ha capito forse prima e meglio di altri chi è Agostino e quanto ha contribuito anche alla civiltà occidentale attraverso la sua testimonianza cristiana. Forse è proprio nella Chiesa che ce lo dimentichiamo… Il messaggio del presidente algerino all’opinione pubblica interna e internazionale è stato: «Noi riconosciamo Agostino, anche se è cristiano. Lo riconosciamo come uno di noi». In questa luce ha aperto le porte del Paese perché vengano al convegno di Algeri da tutto il mondo amici ed esperti di Agostino. Il fine è duplice: riannunciare i temi propri del santo di Ippona che possano essere interessanti dal punto di vista internazionale, ma anche presentare Agostino all’uomo contemporaneo, e innanzitutto ai suoi “concittadini” algerini.
Così si capisce l’accento posto sui caratteri dell’universalità e dell’africanità di Agostino, temi sui quali basiamo il convegno.
Come avete inteso l’universalità?
TEISSIER: Abbiamo suggerito a chi verrà di tenere relazioni su argomenti come “Agostino e la dignità dell’uomo”, “fede e ragione in sant’Agostino”, “l’azione di Dio, la potenza di Dio e la libertà dell’uomo”, “la relazione tra l’onnipotenza di Dio e la libertà dell’uomo”, “il volto di Dio in sant’Agostino” e certamente anche “sant’Agostino tra la città terrestre e la città di Dio”. Al tempo stesso gli algerini affronteranno questi temi, nuovi per loro, dal punto di vista della dottrina musulmana, come avverrà ad esempio per “fede e ragione in sant’Agostino” e per “la relazione tra l’onnipotenza di Dio e la libertà dell’uomo”. Sarà sorprendente riscoprire l’attualità di Agostino per la Chiesa e vedere l’intrecciarsi di una relazione tra lui e la storia dell’islam.
E l’africanità?
TEISSIER: Qui sorge un problema, per noi e per gli algerini. C’è chi afferma che sant’Agostino era un “romano”, perché scriveva in latino, aveva un nome latino, Augustinus, eccetera, e per questo non sarebbe un vero africano… Va inteso che al tempo di Agostino il termine “africano” indicava gli abitanti dell’Africa settentrionale e per parlare di africani in quanto uomini di colore i romani usavano il latino aethiops, etiopico. “Africani” erano gli abitanti della sponda meridionale del mare Mediterraneo e non i neri subsahariani… Così durante il convegno dovremo cercare nelle opere di Agostino i segni della sua africanità e dell’appartenenza alla cultura romano-africana.
Inoltre, capire se Agostino rappresentasse l’Impero romano più che l’Africa è importante anche perché nella società algerina è tuttora vivo il dibattito sulla sua posizione “politica”: secondo alcuni egli avrebbe parteggiato per Roma contro coloro che in quel tempo rappresentavano l’identità nazionale algerina in opposizione all’Impero, cioè i donatisti. Questa è una falsa rappresentazione. I primi che domandarono l’aiuto dell’Impero romano, per fini religiosi, furono proprio i donatisti, e sant’Agostino li avversò non a causa della loro relazione con l’Impero romano, ma a motivo della rottura della comunione con la Chiesa universale. Rimproverava ai donatisti di voler essere una Chiesa isolata, e di non prediligere né volere la comunione con la Chiesa universale. L’opposizione di sant’Agostino ai donatisti era dettata dall’amore alla Chiesa, non fu un’opposizione politica. Questo ha la sua importanza per l’Algeria odierna, dove la maggioranza del popolo immagina sant’Agostino come il rappresentante dÂlla cultura romana, straniera, e i donatisti come gli autentici cristiani dell’Africa. Saremmo contenti di aiutare gli algerini a capire che si trovano di fronte ad una errata semplificazione.
Lei è tra i relatori. Quale aspetto dell’insegnamento di Agostino ha ritenuto più importante e ha scelto di affrontare?
TEISSIER: Parlerò del De civitate Dei. Come lei sa, nei Paesi musulmani in questo momento c’è dibattito su che cosa voglia dire che lo Stato debba essere uno Stato islamico. Allora, quali scintille possiamo trovare nel pensiero di sant’Agostino per illuminare il problema della relazione tra la fede e la società? Dopo Agostino, l’agostinismo posteriore aveva favorito la creazione di una città teocratica e inteso il potere cristiano come imposizione della religione a tutta la società. Secondo tale agostinismo, Agostino sollecitava il potere teocratico. Questo non è vero! La concezione di sant’A×ostino della presenza della città di Dio nella città degli uomini è molto più rispettosa della distinzione laica tra società umana e società spirituale. È la grazia che viene da Dio che fa la differenza. Capire il De civitate Dei vale non soltanto per i cristiani del tempo di sant’Agostino, ma per le società musulmane e cristiane di oggi.
I nostri amici musulmani desiderano che la religione abbia tutta la sua importanza nella vita totale della società. Non accettano la distinzione tra temporale e spirituale che (più o meno facilmente) si fa tra i cristiani, e dicono che tutta la civitas deve essere sottomessa alla legge di Dio. Quando Agostino cammina nella città di Dio cammina contemporaneamente nella città degli uomini, e indica certamente l’imprescindibilità della città di Dio nell’esistenza dell’uomo, però non c’è teocrazia. L’importante non è avere un capo cristiano religioso che imponga per obbedienza religiosa le sue convinzioni alla società, ma che ciascuno dei credenti si apra alla grazia di Dio, al dono di Dio. È così che avviene la città di Dio nella città umana. C’è un testo di sant’Agostino che è molto vicino alla Didaché, nel quale afferma che noi cristiani non siamo diversi per la lingua, per costumi o altro dagli altri membri della civitas terrena, bensì siamo nella luce di Dio e desideriamo camminare nella luce di Dio: un Dio che non cambia le cose secondarie, come l’organizzazione della città, ma risponde al cuore dell’uomo. È vero che il principio della laicità non basta come “contenitýre” dell’azione di Dio nel mondo, la laicità implica una distinzione che è vera e rimane, però la grazia di Dio può certamente illuminare tutti i settori della vita, personale e quindi politica, economica, culturale… Tutte le cose vengono dal dono di Dio, ma Dio non ha creato la teocrazia.
Il tema della grazia – attraverso la quale si diventa cristiani, rimanendo buoni cittadini – in Agostino è centrale.
TEISSIER: Nel convegno lo si approfondirà. Tra i relatori, il professor Wermelinger rivisiterà le decisioni del Concilio Africano del 418 su grazia e libertà presentate da Agostino a Bonifacio vescovo di Roma. La questione diviene più delicata all’interno della riflessione musulmana, perché l’islam esamina il problema della relazione tra la potenza di Dio e la libertà dell’uomo ma non conosce la problematica della grazia: non come la conosciamo noi cristiani. Noi abbiamo un concetto e un’esperienza dell’agire di Dio tramite la grazia che non esiste nel pensiero musulmano. Anche l’islam sa che l’uomo per essere fedele a Dio ha bisogno di essere guidato da Dio, però non vi è una riflessione elaborata su grazia e libertà, che è un tema specificamente cristiano.
Al dialogo tra cristianesimo e islam – attraverso Agostino – questo convegno dà un segnale e una spinta notevoli. Forte dell’esempio algerino, lei che cosa suggerirebbe alle altre Chiese locali dove la Chiesa, come da voi, è una piccola minoranza?
TEISSIER: Che non bisogna affrontare il dialogo islamico-cristiano dal punto di vista dei dogmi. Cristianesimo e islam sono due mondi diversi sul piano dogmatico, perché l’islam non capisce né accetta ad esempio l’Incarnazione, la Trinità, la Chiesa, i sacramenti e ultimamente tutto quello che è specifico nel cristianesimo. Il punto di partenza è la vita, la vita accompagnata dalla luce di Dio, come ricorda nelle sue Confessioni Agostino. Allora sì, abbiamo tante cose da fare insieme, non soltanto da dire. Ciò mi meraviglia e mi dà gioia, pur vivendo in un momento storico ancora incerto nella società algerina. Lo sapete, ci sono violenze e orrori che, anche a conoscerne la causa politico-religiosa o economica, restano umanamente incomprensibili, però resta assicurata la possibilità di musulmani e cristiani di convivere, con uno spirito di amicizia. Musulmani e cristiani, giochiamo in questo rapporto ciò che per ognuno dà luce alla propria vita, tentiamo insieme delle scelte utili al bene comune della nazione, delle famiglie, dei poveri… Penso che bisogna incontrarsi prima sul terreno dell’amicizia e dopo lavorare insieme: così sono i lavori del regno di Dio. Nella Redemptoris missio il Papa ricorda che dove c’è la riconciliazione e la solidarietà tra gli uomini viene il regno di Dio. Questo è un dono del Signore, che chiediamo e talvolta ci pare di ricevere.
Prima del Natale una musulmana algerina mi diceva che – in questi ultimi dieci anni terribili che ha conosciuto la società – l’approfondirsi di rapporti buoni tra i musulmani e la Chiesa in Algeria aveva «qualcosa di divino». Costei non sa nulla di teologia né sapeva esattamente spiegare che cosa intendesse come «divino», però l’ha detto. Io la interpreto così: c’è un dono di Dio che condividiamo nelle collaborazioni quotidiane, la grazia soltanto permette tra cristiani e musulmani un rapporto autentico, in un dialogo fatto di cose e concretissimo.
Lei ha detto prima che alcuni argomenti saranno esposti da relatori cattolici e contemporaneamente affrontati dal punto di vista islamico. Quali temi in particolare sarebbe opportuno che emergessero da questo convegno su Agostino, tali da essere conosciuti e valutati positivamente anche in altri Paesi islamici, per accrescere la confidenza reciproca tra cristiani e musulmani?
ýEISSIER: La cosa più importante, anche al di là dei singoli temi, è trovarsi insieme e discutere di un padre della Chiesa. Qui in Algeria è una novità. È come se in Turchia i turchi stessi si ritrovassero a discutere con i cristiani sull’opera di san Basilio, di san Gregorio Nazianzeno, di san Gregorio di Nissa o di san Giovanni Crisostomo; o in Egitto si intrattenessero assieme su sant’Atanasio di Alessandria o sulla vita dei monaci del deserto perché testimoni della ricerca di Dio; ed ancora in Iraq cristiani e musulmani identificassero sant’Efraim come tesoro di tutta la nazione… Non voglio dire che per un dialogo si deve partire solo dagli autori cristiani, non li imporrei mai: come ho detto, possiamo con gli algerini leggere assieme i testi spirituali dell’emiro Abd al-Kader…
In settembre il Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso parteciperà a Teheran ad un confronto con le autorità dell’islam sciita. Qualche spunto proveniente dal simposio algerino potrebbe essere recepito in quella sede? La lungimiranza dell’Algeria sarà un buon precedente?
TEISSIER: Manca ancora del tempo sino a settembre, e sarei prudente su ogni proposta. Però, sarebbe bello se i musulmani sciiti potessero studiare la storia stupenda della missione nestoriana nella loro regione, che a quel tempo non era l’Iran e non era ancora monoteista. I missionari dell’Iran partirono per la Cina per condividere con quei popoli il messaggio monoteista del cristianesimo e fu attraverso di loro che per la prima volta tanti uomini incontrarono il Dio unico. È una storia che conoscono solo i cristiani, ma è storia, è perciò patrimonio anche dei musulmani dell’Iran, della nazione iraniana. Se così fosse, anche i musulmani sciiti potrebbero guardare a chi è cristiano non come ad un nemico.
Sant’Agostino è un padre della Chiesa testimone autorevole della Tradizione. La quale, se interpretata correttamente – in questo caso con Agostino –, non pone ostacoli al dialogo, sia pure con l’islam. Né giustifica battaglie religiose o teocratiche. È questa un’implicazione del convegno algerino…
TEISSIER: Il depositum fidei non è mai spunto per battaglie teocratiche o religiose contro altri fedeli, e nel depositum ritroviamo anche la memoria di santi che hanno conosciuto l’islam e sapientemente vi hanno dialogato. La testimonianza della sincera ricerca di Dio reciprocamente data da cristiani e musulmani, del resto, la possiamo con semplicità accogliere, e nelle due tradizioni, il depositum e la “tradizione” musulmana, possiamo rinvenire dei temi che contengono dei semi di dialogo. Come il tema della relazione tra la potenza di Dio e la libertà umana, che è in Agostino e nel pensiero islamico. O il tema della Trinità: nell’islam esistono i 99 nomi del volto di Dio, che ne rappresentano i diversi aspetti. È il modo musulmano di chiedere “chi è Dio per noi?”. Ma anche noi, messi di fronte al mistero della Trinità, esprimiamo una domanda e una preghiera. Non dico certo che i musulmani possano accettare la Trinità cristiana, ma se riconoscono che Dio è “misericordioso”, è “giusto”, potrebbero intuire per analogia che cosa è per noi.
Quando ero studente all’Università del Cairo seguii un corso di teologia islamica intitolato “scienza del discorso su Dio”. Il professore musulmano che stava discutendo dell’essenza e degli attributi di Dio ad un tratto lasciò scivolare un paragone: «Ma questo è vicino a quanto dicono i cristiani sulla Trinità…». E chiese se c’era qualche cristiano tra gli studenti, così che parlasse dell’argomento. Vi erano dei giovani copti vicino a me, ma lì per lì non dissero nulla. Solo allora m’alzai e parlando un arabo imperfetto tentai con semplicità di dire qualcosa, per non sprecare l’occasione di quella possibilità di dialogo. I musulmani sanno la differenza tra noi e loro, e dicono che noi siamo mushrikin, cioè “infedeli” nei confronti del “loro” monoteismo, perché associamo alla persona del Padre sia Gesù che lo Spirito Santo. Se noi oggi ci interessiamo al mistero della vita interiore di Dio, è per azione della grazia, per via di Gesù, che ce l’ha raccomandato quando è venuto in mezzo a noi, incarnandosi.
Infine, questo congresso su sant’Agostino darà risultati utili anche alla Chiesa d’Algeria?
TEISSIER: Davvero noi non cerchiamo a priori il bene della Chiesa, ma quello della comunità umana, nella quale c’è la Chiesa e ci sono i musulmani (e ci potrebbero essere altre religioni…). Allora, quello che ci aspettiamo da questo congresso è un bene per l’uomo algerino, così che riapra il cuore e la mente alla sua storia tutta intera. È un bene per la collaborazione tra noi e i nostri amici musulmani che essi possano guardare a un cristiano come ad uno che ha qualcosa da dirgli. Anch’io leggo gli scritti di Abd al-Kader, vi ritrovo delle cose utili anche a me, ma non per questo lascio la mia fede cristiana. Perché il dono della fede cristiana è il mio bene personale che mi ha dato la Chiesa. E se trovo del bene nell’altro, non è mai per lasciare quanto ho ricevuto dalla Chiesa. Anche Agostino sarebbe d’accordo.