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REPORTAGE DAL BRASILE
tratto dal n. 01 - 2003

Una Chiesa che non pretende di dominare la storia


Viene da lontano il rapporto tra il nuovo presidente brasiliano e la Chiesa di questo Paese che è quello con il più grande numero di cattolici al mondo. Una storia fatta di amicizia, di sintonia nelle lotte sindacali e di collaborazione nella difesa dei poveri. I pareri di cardinali e vescovi brasiliani sul fenomeno Lula


di Stefania Falasca


Fedeli in preghiera in una chiesa dello Stato di Pernambuco

Fedeli in preghiera in una chiesa dello Stato di Pernambuco

São Bernardo do Campo. Siamo a poco più di venti chilometri dalla metropoli paulista. È da qui che inizia la lunga strada di Lula e del suo partito. Questo è l’epicentro storico della loro formazione. Qui, in questo comune, uno dei sette che costituiscono la regione industriale più importante del Brasile, alla fine degli anni Settanta cominciarono a manifestarsi i grandi scioperi degli operai. Erano gli anni della dittatura militare. L’inasprirsi della crisi provocata dalla recessione economica e le inumane condizioni dei lavoratori nelle fabbriche fecero scattare la molla: il 1� aprile del ’79, per la prima volta nella storia del Paese, più di 200mila metallurgici, insieme alle loro famiglie, presero il coraggio di incrociare le braccia. Padre Adelino de Carli ci aspetta sul sagrato della chiesa di São Bernardo. Di fronte si apre la grande spianata del campo di calcio Vila Euclides, teatro di quel memorabile momento. Quel giorno lui era lì. Ricorda i militari che dagli elicotteri minacciavano di sparare sulla folla seduta a terra. "Avevano proibito gli scioperi e chiuso tutte le sedi in cui gli operai si riunivano in assemblee", racconta. "Fu allora che decidemmo di aprire le porte della chiesa per proteggere questa gente e per permettere loro di continuare a riunirsi, nel tentativo di cercare una soluzione pacifica. Alcuni fedeli si scandalizzarono di questo gesto", ricorda; "mi dissero: "Padre, questo è un sacrilegio!". "Ma a che vale", risposi, "dare culto a Dio se poi si voltano le spalle a chi chiede il pane per la vita?"".
Dom Cláudio Hummes, il cardinale di San Paolo, allora era vescovo di questa diocesi. Anche lui quegli anni li ha vissuti in prima persona. "Sono stati anni difficili. Decisivi in termini sociali", commenta. Lei ha conosciuto Lula in quel periodo? "Certo. Molto bene. Ha cominciato ad emergere come leader sindacale nei primi anni Settanta. Nel ’75 fu eletto presidente del sindacato degli operai con il 92 per cento dei voti. Il sindacalismo che si era andato creando attorno alla sua liderança era un sindacalismo nuovo rispetto a quello che c’era prima, paragonabile a quello esistente in Italia al tempo di Mussolini. Era veramente un sindacalismo autonomo. Reale espressione della voce e dei diritti degli operai. Le loro riunioni erano pacifiche. Tutto veniva discusso, vagliato e poi presentato democraticamente. Lula non era certo una testa calda. Un rivoluzionario marxista non lo è mai stato. Cristiano sì, questo sì". E che relazioni aveva con la Chiesa? "Buone, senza dubbio. Era in contatto con con la Pastorale operaia, con le Comunità ecclesiali di base, espressione di una Chiesa vicina al popolo. Le rivendicazioni dei leader del sindacato erano giuste e i loro metodi non erano violenti; per questo anch’io, come vescovo, li ho appoggiati. Così, nel momento di maggior tensione e pericolo, quando il disordine avrebbe potuto degenerare in violenza, con repressioni cruente da parte dei militari, insieme al Consiglio episcopale decidemmo di aprire la chiesa per permettere loro di riunirsi e tenere il controllo della situazione. Sono stato anche presente alle negoziazioni tra gli operai in sciopero e la Fiesp, la Federazione delle industrie dello Stato di San Paolo. Fui presente persino alla fondazione della Cut, la Centrale unica dei lavoratori. Poi Lula e gli altri dirigenti del sindacato, prendendo atto che la questione sindacale era anche più ampiamente una questione politica, decisero di costituire un partito". E lei fu presente anche alla fondazione del Partito dei lavoratori? "No. Non ho voluto, perché tutti noi eravamo d’accordo che la Chiesa, come Chiesa, non doveva partecipare ad un partito, né, quindi, alla sua creazione".
Nel segno di dom Hélder
La prima riunione del Pt si tenne a São Bernardo do Campo nel gennaio del 1980, in un vecchio collegio della borghesia paulista. Il sociologo Luiz Eduardo Wanderley, ex rettore della Puc, la Pontificia Università Cattolica di San Paolo, e dirigente dell’Azione cattolica negli anni Sessanta, era amico di alcuni che parteciparono a quella prima riunione. Il succedersi di quei fatti li ha seguiti da vicino. "Le forze che diedero vita al Pt", spiega, "erano tutte popolari, provenienti dal movimento sindacale, dai lavoratori industriali, bancari e rurali, dai movimenti sociali. Solo più tardi si aggiunse a queste un gruppo di intellettuali. Era la prima volta che le direttive di un partito si formavano dal basso, creando un modello nuovo di politica". E orientativamente come poteva definirsi? "Di sinistra, ma non comunista. Ma credo sia importante", afferma Wanderley, "sottolineare un altro aspetto: non si può capire l’origine storica del Pt, la formazione di Lula, senza la presenza a livello popolare delle Comunità ecclesiali di base. Senza il clima che queste hanno maturato, educando alla partecipazione, alla corresponsabilità, al discernimento, al realismo (indirizzi e metodologie che si ritrovano poi nell’elaborazione del modello petista). In quel momento, durante la dittatura", spiega ancora, "l’espressione di una Chiesa vicina al popolo, solidale con i poveri e con quanti soffrono a causa della fame e dell’ingiustizia, era molto viva e forte. Il frutto concreto del Concilio Vaticano II, della speranza suscitata da Paolo VI con la Populorum progressio. Alimentata da figure profetiche, lucide, come dom Hélder Câmara, fondatore della Conferenza episcopale brasiliana". Oggi l’episcopato brasiliano, che con i suoi 421 vescovi è l’episcopato più grande del mondo, non è più così omogeneo, sono cambiate sensibilità e prospettive. Anche in seguito ad una sorta di "normalizzazione" che la Chiesa brasiliana ha avuto negli ultimi vent’anni, rispetto soprattutto alle tendenze, allora molto forti, della Teologia della liberazione. "Ed anche per l’influsso di movimenti ecclesiali provenienti dall’estero" continua Wanderley. "Tuttavia a livello della direzione della Conferenza episcopale e nell’opera della Chiesa presente nel sociale attraverso le diverse pastorali, quegli orientamenti che l’hanno caratterizzata sono rimasti". Ed è in questa luce che vanno letti i documenti della Cnbb. L’ultimo, che ha lanciato la campagna per il superamento della miseria e della fame, è un chiaro esempio. Anche le diverse iniziative promosse o caldeggiate in questi ultimi anni dalla Conferenza sono in questa direzione, come quella del "Grido degli esclusi", che ogni anno, il 7 di settembre, promuove incontri e manifestazioni in diverse città del Brasile, o come quella sostenuta quest’anno dalla Pastorale sociale, con l’ausilio di tutte quelle organizzazioni popolari sorte o legate alle Comunità di base, sulla solidarietà tra i Paesi. Iniziativa che ha riscosso un grande consenso. Più di dieci milioni di persone hanno espresso la loro contrarietà ad aderire all’Alca (Area di libero commercio delle Americhe). "E sono iniziative", commenta Paulo Lima, direttore di Sem fronteiras, la rivista dei missionari comboniani, "che hanno in una certa misura influito anche sul determinarsi di questo cambiamento politico".
Lavoratori sostenitori del Pt festeggiano davanti alla chiesa di Urucurituba in Amazzonia;

Lavoratori sostenitori del Pt festeggiano davanti alla chiesa di Urucurituba in Amazzonia;


Un’autonomia preziosa
"La Chiesa in Brasile ha sempre avuto uno sguardo aperto sulla realtà alla luce del Vangelo", afferma dom Marcelo Pinto Carvalheira, vescovo di Paraíba e vicepresidente della Cnbb. "E con responsabilità, continua fedele ad essere solidale con i poveri e a sostenere quello che è buono e giusto per il popolo. È pronta quindi a porsi in atteggiamento critico quando gli interessi di alcuni calpestano i più deboli o al contrario ad appoggiare quelle forze che manifestano la volontà di un cambiamento in sintonia con questi intenti". Anche dom Marcelo è amico personale di vecchia data del nuovo presidente. Ed è fiducioso che il suo governo possa portare a un maggior dialogo e a un possibile cambiamento della situazione del Paese. Tuttavia riguardo alla posizione della Chiesa nei confronti del potere governativo tiene a precisare: "La Chiesa in Brasile negli ultimi quarant’anni ha sempre mantenuto una totale autonomia davanti al governo, del resto da noi esiste una separazione netta tra Chiesa e Stato. Non c’è un concordato, in quanto le relazioni sono state interrotte con la proclamazione della Repubblica nel 1889. Ma questa autonomia è preziosa", ribadisce. "Il programma "Fome zero", ad esempio, è una cosa molto buona, e dunque la Chiesa lo appoggerà, studierà anche il modo di trasformarlo in realtà, ma senza che questo significhi, come diceva dom Hélder Câmara, "legare la Chiesa ad alcuna persona, partito o movimento di carattere politico od economico. La Chiesa non vuole dominare il cammino degli avvenimenti". Questo è molto importante e questa è per tradizione la nostra posizione. La Chiesa vuole servire gli uomini, aiutandoli a rimettersi in piedi quando sono annichiliti da condizioni inumane, aiutandoli a essere liberi, rimanendo al suo posto. Questo servizio, semmai, può essere considerato, ed è stato, il nostro contributo alla politica". "Non mi piacerebbe un governo Lula clericale", rilancia deciso dom Tomás Balduino, responsabile nazionale della Pastorale della terra. E la sua posizione è ampiamente condivisa, soprattutto dagli orientamenti della Chiesa più aperta al sociale. Anche, dunque, se la Conferenza episcopale non si è schierata né si è pronunciata pubblicamente riguardo all’elezione di Lula, in linea generale si può affermare che c’è stata, nella Chiesa, un’accoglienza positiva nei riguardi della sua elezione. Ma questa accoglienza favorevole non mette Lula al riparo da apprensioni, preoccupazioni e riserve da parte della Chiesa, come ha sottolineato dom Jayme Chemello, presidente della Cnbb, in occasione della visita di Lula alla direzione dei vescovi del Brasile il 28 novembre. Apprensioni e riserve che possono essere diverse e possono rispecchiare orientamenti diversi.

No a un governo clericale
Cardinale Claudio Hummes: «Quello di Lula era veramente un sindacalismo autonomo. Reale espressione della voce e dei diritti degli operai. Lula non era certo una testa calda. Un rivoluzionario marxista non lo è mai stato. Cristiano sì, questo sì»
São Salvador da Bahia è la sede primaziale della Chiesa cattolica brasiliana. Ma Bahia è sede anche di un altro primato: quello della povertà. Lo Stato di Bahia è lo Stato brasiliano che registra il livello più alto di indigenza con il 60 per cento della popolazione che vive sotto il livello minimo della sopravvivenza. L’ultimo dei primati invece se l’è conquistato di recente: è qui che Lula ha incassato l’indice più alto di voti, arrivando all’89 per cento. Dom Geraldo Majella è il cardinale di São Salvador. Lo incontriamo nell’antica sede episcopale, dopo aver attraversato chilometri di favelas. "Lula viene da origini umili, la gente lo sente quindi come una sua espressione ed è piena di speranza. Ma questo un po’ mi preoccupa. Perché non è che io non creda ai miracoli, non credo che un politico possa farli. E tutti sappiamo che la situazione è molto complessa. Sappiamo bene che il governo non dipende solo da lui e quanto siano condizionanti anche le congiunture internazionali. Ma ci sono altri aspetti che mi preoccupano", sottolinea. "Il Pt non è un partito omogeneo, nel suo interno ci sono molte spinte anche di estrema sinistra, marxiste". Anche il Pt, infatti, nel corso degli anni, ha avuto una sua evoluzione. Ha allargato le sue basi. E quelli che provengono dalla Pastorale operaia o dalle Comunità di base, si contano oggi, a livello di dirigenza del Partito o del governo, sulle dita di una mano. "È un partito di tendenze laiche", afferma Majella, "e temo che i valori cristiani, della vita, della famiglia non vengano difesi". Ed è questa una preoccupazione condivisa in certi ambiti della Chiesa brasiliana. Come quella espressa verso le alleanze strette da Lula con alcuni partiti appoggiati dalle sette. In alcuni settori dell’episcopato è infatti sentita come una minaccia la crescita esponenziale delle sette evangeliche che contano oggi circa 26 milioni di adepti e sono diventate ora più combattive anche dal punto di vista politico, tanto che la bancada evangélica conta attualmente in Parlamento circa 60 seggi su 513. "Le sette? Se devo essere sincero personalmente non mi affliggo per questo" risponde deciso il cardinale Aloísio Lorscheider. Dom Aloísio è senza dubbio una delle figure storiche più argute della Chiesa brasiliana. Aparecida, la città di cui attualmente è vescovo, è sede del santuario mariano più venerato del Brasile, il santuario di Nossa Senhora Aparecida. Ed è proprio al termine di una celebrazione eucaristica nel santuario che andiamo ad incontrarlo. "Non voglio soffermarmi sul problema della proliferazione delle sette in quanto tale. Voglio dire che semmai la mia preoccupazione è un’altra: che la Chiesa diventi una setta, che usi gli stessi criteri anche nel rapportarsi al potere politico. Le sette evangeliche, come dimostrano i recenti avvenimenti, hanno l’ambizione di conquistare, di confessionalizzare, per interessi corporativi, lo Stato. La Chiesa in Brasile, invece, come tale, si è sempre tenuta fuori dall’esercizio della politica in senso stretto, nonostante in passato sia stata accusata erroneamente di questo. Neanche durante i grandi scioperi degli operai degli anni Settanta-Ottanta, diversamente forse da quanto può essere accaduto in quegli stessi anni con Solidarnosc in Polonia, ha mai tentato di dominare il corso degli eventi, di cavalcare il corso della storia. E che non ci sia questo dominio da parte della Chiesa è un bene non solo per la Chiesa, ma per tutti".
"Non credo che questo costituisca un problema da porsi in termini confessionali", gli fa eco Giampiero Baresi, responsabile nazionale della Pastorale operaia. "Se Lula ha stretto alleanze con questi partiti appoggiati dagli evangelici, lo ha fatto per puro calcolo politico al fine di ottenere la vittoria. Il punto centrale ora", afferma, "è la governabilità necessaria affinché il Brasile possa realmente ricominciare a crescere e bisogna che siano tenute insieme tutte le forze che hanno permesso questo cambiamento. Ma", conclude, "fallirà o non fallirà, la vittoria di Lula è e resta comunque un fatto, un fatto senza precedenti".


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