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REPORTAGE DAL BRASILE
tratto dal n. 01 - 2003

Riforma agraria, tra attese e realismo


Incontro con João Pedro Stedile, economista e leader storico dei sem terra. Per realizzare una vera riforma agraria bisognerebbe uscire dal modello economico neoliberista. Ma una riforma minima è possibile da subito


di Davide Malacaria


João Pedro Stedile

João Pedro Stedile

Riforma agraria. Un problema vecchio del Brasile, dove una politica di questo genere non c’è mai stata e dove i latifondi hanno continuato ad aumentare a dismisura. L’intensa meccanizzazione nell’agricoltura, introdotta dal regime militare alla fine degli anni Settanta, e l’avvento della produzione industriale ad opera delle multinazionali, hanno svuotato le campagne e affollato le favelas delle città. Luiz Inácio da Silva, detto Lula, durante la campagna elettorale ha promesso la tanto attesa riforma. E tutti i battaglieri movimenti che organizzano i milioni di lavoratori delle campagne lo hanno appoggiato. Tra questi, il Movimento dei sem terra (Mst), il più organizzato e agguerrito movimento rurale del mondo. Ma Lula potrà attuare le sue promesse? I grandi proprietari terrieri e le grandi multinazionali frenano. Abbiamo chiesto un parere a João Pedro Stedile, economista e guida storica dei sem terra.
Come giudica la vittoria di Lula?
JOÃO PEDRO STEDILE: Il popolo brasiliano ha votato contro il modello neoliberista, sconfiggendo il modello economico voluto dall’élite. Lula è stato scelto come portavoce di questo cambiamento, di questa rottura con il passato, anche in considerazione della sua storia personale.
Leggendo i giornali brasiliani sembra che si sia creata una situazione di conflitto tra voi e il Pt. Si legge anche che vorreste fare un altro partito di sinistra unendovi alle frange estreme del partito. Quanto c’è di vero?
STEDILE: Nulla. In realtà noi stiamo già collaborando con il futuro governo, ci siamo già incontrati diverse volte con alcuni esponenti del Pt per un lavoro comune, senza dare troppa pubblicità a questi incontri. Abbiamo sempre mantenuto con il Pt un’identità nei processi di lungo periodo, ma un’autonomia nel quotidiano. La stampa brasiliana, soprattutto quella di San Paolo, sta cercando di creare difficoltà. Malgrado la sconfitta, i ricchi brasiliani e i loro alleati esterni continuano la loro battaglia per far cadere Lula e per non far cambiare il modello economico brasiliano. La maggiore sfida al governo di Lula non verrà certo dall’Mst, dai poveri, ma dai ricchi e dalle multinazionali.
Il Movimento dei sem terra agisce da solo?
STEDILE: In realtà ci sono tante organizzazioni contadine, come i seringueiros, il movimento delle donne contadine, il movimento dei piccoli produttori, il sindacato dei lavoratori rurali…. Per non farla lunga, c’è una serie di organizzazioni contadine, ognuna con il suo tratto peculiare, che chiede la riforma agraria. Da poco è stata creata una rete internazionale, che unisce organizzazioni contadine di 87 nazioni, chiamata “Via campesina”, in cui è presente anche la Commissione per la pastorale della terra. Insomma, non siamo soli…
Durante il governo di Fernando Henrique Cardoso la repressione è stata pesante…
STEDILE: Sì, è stato forse il momento più duro per il nostro Movimento. La repressione si è svolta sia a livello di polizia che di autorità giudiziaria. Ma con il governo Lula queste cose dovrebbero mutare e credo che la nostra azione potrà svolgersi in un clima di dialogo. Ma, a parte la repressione, il governo precedente ha il grande torto di aver introdotto in maniera selvaggia il modello neoliberista creando i disastri che sono sotto gli occhi di tutti. La disoccupazione è aumentata in maniera vertiginosa, interessando il 25% della popolazione, una percentuale mai registrata in Brasile… Il modello neoliberista ha prodotto danni anche nelle campagne. E non solo per l’impulso dato alla concentrazione delle proprietà e per il favore accordato alle grandi multinazionali. Per fare un solo esempio, sono state realizzate numerose centrali idroelettriche espropriando, con un indennizzo irrisorio, le terre di migliaia di famiglie contadine, che ora sono alla fame…
Esiste un catasto in cui è registrata la situazione agraria del Paese?
STEDILE: No, perché il governo nasconde questi dati. Ma, anche senza mappe, la fotografia della situazione è semplice: in Brasile ci sono 800 milioni di ettari di terra, di cui 600 milioni adatti alla coltivazione, il resto sono fiumi e Amazzonia. Di questi 600 milioni di ettari, 200 sono pubblici, gli altri privati. I grandi proprietari, almeno a parole, vorrebbero che fossero distribuite le terre pubbliche, ma si tratta in genere di terre lontane, periferiche… Insomma, vogliono mandare la nostra gente in esilio. Invece bisogna lavorare sui 400 milioni di ettari privati, di cui 200 milioni appartengono all’1 per cento del totale dei proprietari terrieri. Ci sono 27mila fazende proprietarie ognuna di più di 2000 ettari di terra, per un totale di 178 milioni di ettari.
Magari sono terre improduttive…
STEDILE: No, in realtà solo una minima parte delle terre fertili viene sfruttata, ovvero 40 milioni di ettari. Il governo ha dichiarato che la produzione agraria è aumentata, ma mente. Da vent’anni in Brasile si produce per 80-90 milioni di tonnellate. In Argentina, che è un terzo del nostro territorio, si produce per 120 milioni di tonnellate. Molte terre apparentemente sono utilizzate per l’allevamento del bestiame, ma, di fatto, risultano inutilizzate. Faccio un solo esempio: a pochi chilometri da San Paolo una multinazionale dell’alluminio possiede 25mila ettari di terra per allevare zebù. Cosa se ne fa una multinazionale dell’alluminio di queste terre? Nulla. Ma è così dappertutto. In realtà queste terre sono acquistate a fini speculativi e per congelare fondi...
Dati i tanti vincoli, esterni ed interni, che influenzeranno il futuro governo, crede che sarà possibile attuare la riforma agraria?
STEDILE: Il modello neoliberista ha inserito talmente tanti freni alla nostra economia che è impossibile tornare a crescere economicamente, a distribuire il reddito senza cambiare il modello. Si deve rompere con la dipendenza esterna, smettere di dirottare miliardi di dollari all’estero. Ci vorrà tempo per cambiare questo modello di sviluppo. Però il governo Lula ha dei piccoli margini operativi che può porre in essere da subito: la prima cosa è combattere la fame, con il progetto “Fome zero”. Per fare questo, secondo i calcoli, servono 6 miliardi di reais l’anno (1,7 miliardi di dollari, circa un quinto di quanto la classe media invia all’estero). Secondo: realizzare la riforma agraria.
Il modello economico attuale ha favorito le grandi concentrazioni della proprietà terriera, distruggendo le piccole e medie proprietà, e ha indotto un tipo di produzione rivolto essenzialmente all’esportazione
In quali termini ritiene che si possa fare questa riforma?
STEDILE: Credo che, almeno per ora, sia difficile attuare una riforma agraria di tipo classico, ovvero una scelta politica indotta da ragioni di giustizia sociale, ma volta anche a creare un mercato interno e a distribuire ricchezza. Per fare questo occorrerebbe prima cambiare il modello di sviluppo economico neoliberista instaurato in Brasile e crearne uno nuovo. Il modello attuale ha favorito le grandi concentrazioni della proprietà terriera, distruggendo le piccole e medie proprietà, e ha indotto un tipo di produzione rivolto essenzialmente all’esportazione. Ma, almeno all’inizio, è difficile che il nuovo governo voglia un conflitto con le grandi multinazionali. Però, da subito, si possono attuare alcune misure minime, che tutta la società sta aspettando, in grado di combattere la miseria e la povertà nel medio termine. In Brasile ci sono 4 milioni di famiglie senza terra. Per il modello neoliberista, il loro posto sarebbe nelle periferie delle città, dove regna la violenza e la disoccupazione. Si tratta di gente che, per la sua condizione, non riuscirebbe ad integrarsi nel mondo del lavoro. Noi invece riteniamo possibile una loro sistemazione all’interno, dove possano vivere del loro lavoro e far crescere i loro figli. …
E come?
STEDILE: La nostra proposta è semplice: confiscare la terra non sfruttata, andando ad intaccare i grandi possedimenti privati, in particolare quelli superiori ai 2000 ettari, e distribuirla alle famiglie di senza terra e ai piccoli produttori (circa 5 milioni di famiglie) che, per l’esigua estensione dei terreni di cui sono proprietari, stentano a sopravvivere al mercato. Ma ovviamente non basta distribuire le terre, senza adottare allo stesso tempo misure che aiutino la piccola produzione ad inserirsi nel mercato. Occorre introdurre altre misure che favoriscano il decentramento del settore agro-industriale, così che anche il piccolo produttore possa vendere i suoi prodotti vicino casa, e favorire un tipo di produzione che possa essere assorbito dal mercato interno.


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