REPORTAGE DAL BRASILE
tratto dal n. 01 - 2003

Sem terra


La riforma agraria non è un’utopia. Da decenni in Brasile si succedono occupazioni della terra e si formano nuove aggregazioni rurali, che ora lo Stato comincia a riconoscere. Viaggio in due accampamenti dei sem terra


di Davide Malacaria


Un blocco stradale operato dai Sem terra

Un blocco stradale operato dai Sem terra

L’accampamento “Irma Alberta” (suor Alberta) è a 29 chilometri da San Paolo. Distribuite su un ettaro di terra, strutture in legno coperte da plastica nera, quella usata anche per le buste dell’immondizia per intenderci, accolgono una piccola comunità di sem terra. Una delle tante del Brasile. Per arrivarci bisogna prendere una strada sterrata, che si dipana dalla grande autostrada Anhanguera. Un rudimentale passaggio a livello, presidiato da alcuni ragazzi del Movimento dei sem terra (Mst), immette nella radura. Sheila, una delle coordinatrici dell’accampamento, spiega come avviene un’occupazione: «L’Mst programma tutto nei minimi particolari. Una commissione si occupa di individuare terre idonee, ovvero che abbiano i requisiti giuridici che permettano l’occupazione e che siano fertili. Allo stesso tempo pianifica lo sviluppo futuro, quanta gente potrà lavorare sulla terra occupata, le infrastrutture necessarie (scuole, ambulatori, strutture sportive), indica le coltivazioni adatte al luogo e altro». Nell’accampamento “Irma Alberta” vivono attualmente 700 famiglie, con 170 bambini. Sono arrivati il 20 luglio scorso, di prima mattina, e, in fretta, hanno montato le loro strutture di legno e plastica. Vengono dai vari quartieri degradati di San Paolo. Come avviene in questi casi, sono i vari uffici dell’Mst sparsi sul territorio a passare la voce e ad accogliere le richieste che vengono dai tanti disperati che affollano le favelas. In genere, come la maggior parte dei poveri che vivono in città, è gente che ha abbandonato il lavoro dei campi per cercare fortuna in un centro urbano. L’accampamento, spiegano, è solo il primo passo di un’occupazione. Dopo aver preso un fazzoletto di terra, inizia la fase della negoziazione con le autorità. Se questa va in porto, e si ottiene l’autorizzazione, inizia l’insediamento vero e proprio, l’asientamento, come lo chiamano loro, le terre sono distribuite e coltivate: «Una negoziazione può durare mesi, anni a volte. Ed è accompagnata da manifestazioni e iniziative per sensibilizzare le autorità e la società civile», spiega Sheila. Ma non sempre le cose vanno lisce. E raccontano di sgomberi forzati ad opera delle autorità. A volte con morti e feriti. Se le terre occupate sono di privati, ad intervenire sono pistoleros con pochi scrupoli. Anche i militari non scherzano: resta come una pagina nera della storia recente del Brasile il massacro di El Dorado, quando questi trucidarono 19 persone. Un eccidio talmente efferato che il governo fu costretto ad istituire un Ministero per le Questioni della terra, che però finora non ha risolto nessun problema. Gli scontri più accesi avvengono al sud, al nord e al nord-est del Paese. Ora, spiegano al campo, con l’elezione di Lula, queste cose dovrebbero appartenere al passato.

La fazenda di Pauliño
L’accampamento “Irma Alberta” si trova su terre del demanio pubblico. L’Mst prevede, alla fine del negoziato, la distribuzione di 250 ettari e la creazione di una piccola cooperativa che produca fagioli, manioca, ma soprattutto uva. «Siamo contrari alla monocultura», dice Fabrizio. Una scelta a favore della piccola produzione, ma anche per evitare la concorrenza, persa in partenza, con le multinazionali. Riprende Fabrizio: «Qui all’accampamento l’Mst distribuisce una dotazione minima per la sopravvivenza. Al campo c’è una scuola e un ambulatorio, ma la gente preferisce curarsi alla vecchia maniera, ricorrendo alle erbe». A finanziare le infrastrutture è lo stesso Mst, che è riuscito ad ottenere finanziamenti statali proprio a questo scopo. Altri fondi vengono dalle Ong e da altri enti internazionali. Nell’accampamento fa caldo, e sotto le tende di plastica fa ancora più caldo: «Questa plastica nera è una scelta: è un materiale che non costa molto e poi, rispetto ad altri materiali poveri, è come un marchio, il marchio dei sem terra: non si tratta solo di indigenti, ma di gente che lotta per acquisire un diritto», afferma Sheila. Qualcuno ha già iniziato a piantare qualcosa. Per la sussistenza, spiegano, e per rendere più difficile lo sgombero forzato da parte delle autorità: distruggere un campo equivale a privare le persone dei necessari mezzi di sussistenza, ed è meno giustificabile da un punto di vista legale. Ma, ovviamente, non sempre le autorità interpretano la legge in questo modo.
I viveri e l’abbigliamento distribuiti dall’Mst non bastano a tutte le necessità. Così molti degli accampati, la mattina prendono l’autobus, il treno e vanno a lavorare in città. È il caso di Lucianeia, che ogni mattina si alza alle sei, fa il caffè per i figli, poi va a San Paolo a fare la domestica. «Anche prima di venire qui facevo la domestica», racconta: «Guadagnavo 300 reais al mese [135 dollari, ndr], di cui 170 andavano via per l’affitto. Mio marito era un muratore alla giornata, un pedrero. Ma non lavorava tutti i giorni. Io invece avevo un’occupazione fissa, ma in nero, senza nessuna garanzia. Ho cinque figli. Quando ho avuto l’ultima bambina, ho subìto il parto cesareo e, subito dopo, sono andata al lavoro. Non potevamo perdere l’unica fonte di sostentamento. Così per qualche anno ho lavorato affidando i bambini alla figlia più grande. Ora sono venuta qua con mio marito e quattro figli. Uno è voluto rimanere a San Paolo. Spero che tutto vada bene e che presto possiamo iniziare a lavorare un pezzo di terra». Mentre parla si avvicina un bambino smagrito, uno di quelli che si vedono tante volte nelle fotografie dei reportage, Isaias il suo nome. Ha 11 anni. Raccontano che viene da un altro accampamento, qui vicino, che è stato sgomberato a forza e che da cinque anni vive in mezzo alle tende. Altri bambini invece sono nati in accampamento. Non si stava meglio in città? Sorridono tutti alla domanda. È Pauliño che risponde: «Qui non c’è violenza, la notte si può dormire tranquilli...». E racconta di quando era arrivato a San Paolo vent’anni prima, e dei suoi quattro figli, dei quali uno ancora vive nella metropoli paulista. È cattolico, Pauliño, anche lui faceva il pedrero. Ma la paga non bastava: «Il padrone ci diceva che ci avrebbe aumentato il salario, che le cose sarebbero cambiate, ma non cambiavano mai. Così, quando ho saputo della possibilità di venire qui, mi sono buttato». Da poco aveva piantato un po’ di legumi intorno alla capanna. Ma di notte sono venuti i cavalli e hanno mangiato i germogli. Non si dispera per questo. Sorridendo scopre i grandi denti, indica orgoglioso la sua capanna e dice: «Questa è la mia fazenda. La fazenda di Pauliño».

La terra della Febem
Un asientamento è un insediamento rurale autorizzato. Quello che i sem terra hanno voluto chiamare “Tomás Balduino” (il nome del presidente della Commissione della pastorale della terra) sorge a pochi chilometri dall’accampamento “Irma Alberta”. Qui vivono due suore, Luisa e Maria, e un sacerdote indiano, padre Navin. L’occupazione del 18 giugno 2001 è stata legalizzata in fretta: l’8 marzo dell’anno dopo. Ed è ancora ai primi passi. Un avvocato e i coordinatori dell’asientamento, in contatto con l’Mst, stanno ancora completando il progetto di sviluppo. Ma già alcune famiglie lavorano alcuni appezzamenti. Nella strada che immette all’insediamento c’è il magazzino in cui sono custoditi viveri e abbigliamento che, come dotazione minima, vengono distribuiti alla gente, in attesa che possano vivere del proprio lavoro. Vicino, un piccolo laboratorio per fare candele. Qui la corrente non è ancora arrivata. Hernando Pereira Lopez è il custode del magazzino. È lui che ci accompagna a visitare l’asientamento e racconta che non piove da troppo tempo e la terra comincia ad essere arida. Presto sarà costruito un sistema d’irrigazione. Mentre cammina per la strada polverosa spiega che la terra ora “liberata” era di proprietà pubblica, della Febem (Fundação estadual do bem-estar do menor, organismo per la “tutela” giudiziaria dei minori). Colpisce sapere che la Febem possiede migliaia e migliaia di ettari di terra abbandonata, mentre i ragazzi che ha in custodia sono affollati in pochi metri quadrati dentro le prigioni cittadine. Dice che la prima volta che avevano tentato di occupare quella terra non era andata così bene. Erano stati fatti sgombrare. Irma Luisa era presente e racconta di quella sera: pioveva a dirotto. All’improvviso era arrivata la tropa de choque, un corpo di unità speciali tristemente famose per la violenza dei loro interventi. «Padre Navin è corso a parlare con i capi. Ma ha capito subito che tirava una brutta aria: ci hanno dato dieci minuti per sgombrare. Padre Navin si è precipitato a dire di andar via, ma in dieci minuti non c’è stato neanche il tempo di avvertire tutti. Ci hanno pensato loro a manganellate. Siamo andati via tra due cordoni di agenti carichi di mitragliatori, caschi e scudi. Poi, a piedi, di notte, ci siamo incolonnati sotto una pioggia torrenziale, portando con noi oltre novanta bambini». Poteva andare peggio, la tropa de choque di solito non usa le buone maniere: «Se non ci fosse stato padre Navin…», ricorda irma Luisa.
Una caratteristica tenda dei sem terra realizzata con teli di plastica nera

Una caratteristica tenda dei sem terra realizzata con teli di plastica nera

Irma Luisa mostra la sua “casa”, anche qui legno e plastica nera. Arrotola un lembo di plastica che funge da finestra e mostra la piccola stanza con un letto. Attaccato alla parete è appeso un grande rosario. Mostra il suo maiale e la conigliera. Poi ci fa accomodare in “salotto”, alcuni tronchi posti a cerchio attorno a uno più grande che serve da tavolo. Attorno, lontano, si vedono le strutture dell’asientamento. Seduto nel salotto di irma Luisa, Pereira Lopez spiega che quasi tutte le famiglie che ora occupano la zona provengono, come lui, dalla periferia nord di San Paolo. Lui era l’ultimo di dieci figli di una famiglia contadina dello Stato di Minas Gerais. Scuote la testa e riprende: «Poi, a tredici anni, ho tentato la fortuna. E sono andato a San Paolo. Ma non è andata bene, ho lavorato un po’ come operaio…». Una pausa: «Qui si sta bene. Ora aspetto. Il lotto di terra che mi spetta è di 3600 metri quadrati. Ci vorrà un anno forse». Racconta che all’inizio erano 420, ma ora sono molti di meno. Non tutti si riadattano alla vita contadina. Poco male, ne arriveranno altri, ci sono 500 ettari di terra coltivabile da dividere. Chiediamo a irma Luisa se all’asientamento ci sono cattolici e del loro lavoro pastorale. «Il Movimento sem terra non ha connotazioni religiose», risponde: «La terra è un problema di tutti, siano cattolici o evangelici o quanto altro. E poi i capi dei sem terra temono l’invasione delle sette e dei predicatori. In molti accampamenti l’unica funzione religiosa comune è una celebrazione ecumenica. Poi ognuno è libero di andare a messa dove vuole. Nel nostro accampamento stiamo costruendo una cappella. E a dicembre padre Navin battezzerà dieci bambini e alcuni adulti». Un piccolo accenno che, unito al fatto che questi agglomerati rurali prendono nome da religiosi e religiose, dà la misura di quanto sia cara ai sem terra la vicinanza della Chiesa. Eppure questi sacerdoti non rivendicano ruoli o riconoscimenti. Non è interessante. La gente, conquistato un pezzo di terra, ritrova speranza. Alcuni di loro si battezzano. Questo è interessante.


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