Sem terra
La riforma agraria non è un’utopia. Da decenni in Brasile si succedono occupazioni della terra e si formano nuove aggregazioni rurali, che ora lo Stato comincia a riconoscere. Viaggio in due accampamenti dei sem terra
di Davide Malacaria

Un blocco stradale operato dai Sem terra
La fazenda di Pauliño
L’accampamento “Irma Alberta” si trova su terre del demanio pubblico. L’Mst prevede, alla fine del negoziato, la distribuzione di 250 ettari e la creazione di una piccola cooperativa che produca fagioli, manioca, ma soprattutto uva. «Siamo contrari alla monocultura», dice Fabrizio. Una scelta a favore della piccola produzione, ma anche per evitare la concorrenza, persa in partenza, con le multinazionali. Riprende Fabrizio: «Qui all’accampamento l’Mst distribuisce una dotazione minima per la sopravvivenza. Al campo c’è una scuola e un ambulatorio, ma la gente preferisce curarsi alla vecchia maniera, ricorrendo alle erbe». A finanziare le infrastrutture è lo stesso Mst, che è riuscito ad ottenere finanziamenti statali proprio a questo scopo. Altri fondi vengono dalle Ong e da altri enti internazionali. Nell’accampamento fa caldo, e sotto le tende di plastica fa ancora più caldo: «Questa plastica nera è una scelta: è un materiale che non costa molto e poi, rispetto ad altri materiali poveri, è come un marchio, il marchio dei sem terra: non si tratta solo di indigenti, ma di gente che lotta per acquisire un diritto», afferma Sheila. Qualcuno ha già iniziato a piantare qualcosa. Per la sussistenza, spiegano, e per rendere più difficile lo sgombero forzato da parte delle autorità: distruggere un campo equivale a privare le persone dei necessari mezzi di sussistenza, ed è meno giustificabile da un punto di vista legale. Ma, ovviamente, non sempre le autorità interpretano la legge in questo modo.
I viveri e l’abbigliamento distribuiti dall’Mst non bastano a tutte le necessità. Così molti degli accampati, la mattina prendono l’autobus, il treno e vanno a lavorare in città. È il caso di Lucianeia, che ogni mattina si alza alle sei, fa il caffè per i figli, poi va a San Paolo a fare la domestica. «Anche prima di venire qui facevo la domestica», racconta: «Guadagnavo 300 reais al mese [135 dollari, ndr], di cui 170 andavano via per l’affitto. Mio marito era un muratore alla giornata, un pedrero. Ma non lavorava tutti i giorni. Io invece avevo un’occupazione fissa, ma in nero, senza nessuna garanzia. Ho cinque figli. Quando ho avuto l’ultima bambina, ho subìto il parto cesareo e, subito dopo, sono andata al lavoro. Non potevamo perdere l’unica fonte di sostentamento. Così per qualche anno ho lavorato affidando i bambini alla figlia più grande. Ora sono venuta qua con mio marito e quattro figli. Uno è voluto rimanere a San Paolo. Spero che tutto vada bene e che presto possiamo iniziare a lavorare un pezzo di terra». Mentre parla si avvicina un bambino smagrito, uno di quelli che si vedono tante volte nelle fotografie dei reportage, Isaias il suo nome. Ha 11 anni. Raccontano che viene da un altro accampamento, qui vicino, che è stato sgomberato a forza e che da cinque anni vive in mezzo alle tende. Altri bambini invece sono nati in accampamento. Non si stava meglio in città? Sorridono tutti alla domanda. È Pauliño che risponde: «Qui non c’è violenza, la notte si può dormire tranquilli...». E racconta di quando era arrivato a San Paolo vent’anni prima, e dei suoi quattro figli, dei quali uno ancora vive nella metropoli paulista. È cattolico, Pauliño, anche lui faceva il pedrero. Ma la paga non bastava: «Il padrone ci diceva che ci avrebbe aumentato il salario, che le cose sarebbero cambiate, ma non cambiavano mai. Così, quando ho saputo della possibilità di venire qui, mi sono buttato». Da poco aveva piantato un po’ di legumi intorno alla capanna. Ma di notte sono venuti i cavalli e hanno mangiato i germogli. Non si dispera per questo. Sorridendo scopre i grandi denti, indica orgoglioso la sua capanna e dice: «Questa è la mia fazenda. La fazenda di Pauliño».
La terra della Febem
Un asientamento è un insediamento rurale autorizzato. Quello che i sem terra hanno voluto chiamare “Tomás Balduino” (il nome del presidente della Commissione della pastorale della terra) sorge a pochi chilometri dall’accampamento “Irma Alberta”. Qui vivono due suore, Luisa e Maria, e un sacerdote indiano, padre Navin. L’occupazione del 18 giugno 2001 è stata legalizzata in fretta: l’8 marzo dell’anno dopo. Ed è ancora ai primi passi. Un avvocato e i coordinatori dell’asientamento, in contatto con l’Mst, stanno ancora completando il progetto di sviluppo. Ma già alcune famiglie lavorano alcuni appezzamenti. Nella strada che immette all’insediamento c’è il magazzino in cui sono custoditi viveri e abbigliamento che, come dotazione minima, vengono distribuiti alla gente, in attesa che possano vivere del proprio lavoro. Vicino, un piccolo laboratorio per fare candele. Qui la corrente non è ancora arrivata. Hernando Pereira Lopez è il custode del magazzino. È lui che ci accompagna a visitare l’asientamento e racconta che non piove da troppo tempo e la terra comincia ad essere arida. Presto sarà costruito un sistema d’irrigazione. Mentre cammina per la strada polverosa spiega che la terra ora “liberata” era di proprietà pubblica, della Febem (Fundação estadual do bem-estar do menor, organismo per la “tutela” giudiziaria dei minori). Colpisce sapere che la Febem possiede migliaia e migliaia di ettari di terra abbandonata, mentre i ragazzi che ha in custodia sono affollati in pochi metri quadrati dentro le prigioni cittadine. Dice che la prima volta che avevano tentato di occupare quella terra non era andata così bene. Erano stati fatti sgombrare. Irma Luisa era presente e racconta di quella sera: pioveva a dirotto. All’improvviso era arrivata la tropa de choque, un corpo di unità speciali tristemente famose per la violenza dei loro interventi. «Padre Navin è corso a parlare con i capi. Ma ha capito subito che tirava una brutta aria: ci hanno dato dieci minuti per sgombrare. Padre Navin si è precipitato a dire di andar via, ma in dieci minuti non c’è stato neanche il tempo di avvertire tutti. Ci hanno pensato loro a manganellate. Siamo andati via tra due cordoni di agenti carichi di mitragliatori, caschi e scudi. Poi, a piedi, di notte, ci siamo incolonnati sotto una pioggia torrenziale, portando con noi oltre novanta bambini». Poteva andare peggio, la tropa de choque di solito non usa le buone maniere: «Se non ci fosse stato padre Navin…», ricorda irma Luisa.

Una caratteristica tenda dei sem terra realizzata con teli di plastica nera