Un paese da maneggiare con cura
Intervista con Celso Furtado, uno dei massimi esponenti del pensiero economico e sociale dell’America Latina: «È necessario stare all’erta con il Brasile. Se brucia, anche gli Usa si scottano. Bisogna trattarlo con cautela, come se fosse una bomba»
di Stefania Falasca e Davide Malacaria

Celso Furtado nello studio della sua abitazione a Rio de Janeiro;
Professore, dal punto di vista economico e sociale quali fattori hanno aperto la strada alla presidenza di Lula?
CELSO FURTADO: Bisogna partire dalla grande delusione popolare davanti alla stagione politica di Fernando Henrique Cardoso. Sotto il suo governo molti hanno capito che non si poteva andare avanti così, con una totale svendita del Paese alle dinamiche e agli interessi dei settori finanziari internazionali, con l’internazionalizzazione dell’economia e soprattutto con l’indebitamento del Paese cresciuto vertiginosamente. Oggi in Brasile c’è uno dei tassi d’interesse più alti del mondo, perfino di quello della Nigeria. Il potere del settore finanziario condiziona e manovra tutti i livelli decisionali della nazione…

la Borsa di San Paolo
FURTADO: È stato un segnale d’allarme per molti. Ricordo che prima di quella catastrofe nazionale c’erano forti pressioni per “dollarizzare” integralmente l’economia brasiliana. Poi, molti hanno intuito che se si fosse presa quella strada, il futuro del Brasile sarebbe stato argentino. Anche ampi settori dell’imprenditoria brasiliana hanno cominciato a vedere che la totale resa dell’economia brasiliana ai flussi finanziari internazionali avrebbe travolto anche i loro interessi.
Molti dicono che la vittoria di Lula è stata il segno più eclatante del fallimento delle ricette economiche imposte dall’ideologia liberista. Condivide questo giudizio?
FURTADO: Ci sono tanti liberismi. Se lei vuol sapere se il liberismo economico inteso come apertura e sostegno all’economia di mercato è fallito, direi di no. In Europa, ad esempio, funziona e permette ancora un benessere diffuso. Ma da noi il liberismo economico è diventato un’altra cosa. Una dottrina di dominio, lo strumento ideologico di una sorta di imperialismo accaparratore gestito dalle centrali finanziarie speculative con base nordamericana. Una macchina che non tiene in alcuna considerazione situazioni ed esigenze locali. Ad esempio, in Brasile non si può non partire dal fatto che il dinamismo economico ha sempre contato su un coinvolgimento decisivo dell’azione dello Stato. Il prodotto economico nazionale ha sempre poggiato poco sulle esportazioni delle imprese private. Mentre i settori portanti come quello petrolifero ed energetico hanno sempre avuto un’impronta statale e pubblica. Ogni politica economica seria non può trattare questo patrimonio come un’eredità da dilapidare e da svendere ai meccanismi della finanza internazionale.
Questo lo hanno capito anche i settori imprenditoriali e finanziari nazionali che hanno appoggiato Lula…
FURTADO: Non è stato proprio un appoggio, ma un’adesione a partita già iniziata. Hanno mostrato consensi verso Lula quando hanno visto che interpretava il comune sentimento della gente. E che questa sintonia esprimeva anche un’affermazione e una difesa degli interessi nazionali, rispetto alle prospettive di svendita del Paese al capitale straniero. Ma riguardo al settore finanziario, non so fino a che punto si possa ragionare in termini, per così dire, di interesse nazionale. È un settore completamente internazionalizzato. Appena nasce una banca, viene subito assorbita in un sistema di relazioni e di condizionamenti internazionali.
Quali sono, allora, le prospettive future? Lula inizierà un braccio di ferro con gli ambienti finanziari?
FURTADO: C’è una sinistra in America Latina che la pensa così. Pensa che non si può sfuggire allo scontro inevitabile con queste forze, e neanche con la loro matrice statunitense. Ma io non la penso così. Confido nella sua prudenza. Lula è un uomo che non si butta nel conflitto, sfrutta il conflitto per avvicinarsi alla possibile conciliazione. È chiaro che il potere reale è in mano agli ambienti finanziari. Che controllano tutto, in particolare l’informazione. Ma non sta in piedi l’idea di fare la guerra a questi poteri forti. Si tratta invece di condizionare, contrattare, difendere l’essenziale, cercando di avvicinarsi agli obiettivi gradualmente. E facendo leva sul fatto che la stessa finanza internazionale, per non compromettere i suoi interessi, non può mandare il Brasile in bancarotta. Il Brasile paga interessi molto alti ed essi non vogliono smettere con questa gallina dalle uova d’oro. È un Paese troppo grande, con cui bisogna andare cauti, come se fosse una bomba. Il suo collasso sarebbe devastante per tutto il sistema geoeconomico.
Come primo passo, ha dichiarato guerra alla fame che attanaglia milioni di brasiliani.
È chiaro che il potere reale è in mano agli ambienti finanziari. Che controllano tutto, in particolare l’informazione. Non sta in piedi l’idea di fare la guerra a questi poteri forti. Si tratta invece di condizionare, contrattare, difendere l’essenziale, cercando di avvicinarsi
agli obiettivi gradualmente
FURTADO: È stata una scelta ovvia, e allo stesso tempo furba, azzeccata anche dal punto di vista tattico. Se si indica come priorità la lotta alla fame, nessuno può fare obiezioni. Significa che su quel punto Lula non si troverà da solo. Risolvere il problema dei milioni che non hanno da mangiare viene prima di ogni progetto teso a ridisegnare i rapporti di forza col capitale internazionale.Nella prospettiva della lotta alla fame, bisognerà affrontare in maniera energica la tanto discussa riforma agraria?
FURTADO: La fame dei brasiliani è un’assurdità totale, se si pensa alle risorse naturali di questo immenso Paese. E la riforma agraria, con la distribuzione di terre alle masse di poveri e disoccupati che si accalcano nelle sterminate periferie urbane, avrebbe anche il risultato di disinnescare l’emergenza prodotta dal disagio sociale, che nelle favelas alimenta i traffici degli apparati criminali, che ormai hanno una forza d’urto quasi militare. Ma ormai è tramontata l’idea ingenua che la riforma agraria possa risolvere tutti i problemi sociali ed economici del Brasile. Non è lì che si gioca la partita.
E allora, da cosa si deve partire? Da dove dovrebbero sprigionarsi energie e risorse per rilanciare lo sviluppo del Paese?
FURTADO: Bisogna ripartire dal mercato interno. Per cinquant’anni il Brasile è cresciuto in virtù dei dinamismi del mercato interno, con un’incidenza delle entrate dovute alle esportazioni che non superava il 10 per cento del prodotto nazionale. Il potenziale di crescita del Brasile è molto grande, perché c’è una popolazione in crescita, un mercato interno dinamico, le cui spinte espansive oggi vengono imbrigliate dalla politica monetaria. Come si può sviluppare il mercato interno quando i tassi d’interesse sono del 20 o del 30 per cento? È impossibile. Ovviamente, per rilanciare il mercato interno all’inizio bisogna operare scelte che proteggano l’industria nazionale.
Quali misure possono favorire l’espansione del mercato interno?
FURTADO: Bisognerà toccare il sistema delle tasse, ridistribuendo in modo più equo la pressione fiscale che adesso penalizza i redditi medio-bassi. Per poi tentare di mettere in campo, con gradualità, scelte economiche che tocchino i fattori nevralgici, quelli che ora mortificano le potenzialità di sviluppo.
A cosa allude?
FURTADO: All’esigenza che il governo torni ad avere facoltà decisionale sulla politica monetaria. E alla possibilità di introdurre forme di controllo e di regolamentazione del trasferimento di capitali. Questo è fondamentale, perché il governo in Brasile torni a svolgere una funzione reale ed efficace. Un po’ come avviene in Cina, dove l’economia si apre senza riserve ai flussi finanziari e alle interdipendenze del mercato globale, senza protezionismi, ma il flusso in entrata e in uscita dei capitali viene controllato, per impedire che le risorse nazionali siano risucchiate dalle spirali speculative. E poi c’è da far rientrare i tassi d’interesse bancari entro livelli accettabili.
Ma Lula ha la forza per innescare tutto questo?
FURTADO: È tutta un’incognita. Anche perché gli mancano ancora gli strumenti, non ha a disposizione una classe dirigente. Ma forse proprio la sua estraneità all’élite socioculturale brasiliana può essere un inconsapevole vantaggio. Un brasiliano che ha studiato, che ha fatto le scuole superiori e l’università, che ha passato vent’anni a scuola, è stato un po’ programmato per considerare il Brasile quasi una realtà secondaria, per non aspettarsi molto da questo Brasile, dal suo popolo. Il popolo brasiliano esiste, ma le élites che sono passate per l’università hanno subìto questa mutazione, che le rende lontane dal popolo. Lula non appartiene a questa categoria. Non ha subìto il lavaggio del cervello. E adesso credo che magari senza volerlo, questo Paese, farà la storia.