Home > Archivio > 05 - 2007 > Il richiamo a una vita bella
RECENSIONE
tratto dal n. 05 - 2007

Il richiamo a una vita bella


Questa è l’eredità che suor Maria Francesca Del Papa ha lasciato alle tante persone che l’hanno conosciuta: dai poveri delle città del sud Italia dove ha operato, agli allievi dei collegi borghesi dove ha insegnato, ai tanti carcerati che ha assistito. Un libro la ricorda a sei anni dalla scomparsa


di Pina Baglioni


In un’agenda del 1994, al 25 dicembre suor Maria Francesca Del Papa aveva disegnato un cuore per scriverci sopra la data del suo battesimo: 16 dicembre 1943. Accanto, un’annotazione: «Il dono più grande che abbia mai ricevuto». Cinquantasette anni dopo, all’inizio di dicembre del 2000, il cuore di Francesca s’è fermato, stroncato dalla fatica, mentre camminava da sola in una strada di Bari vecchia,
A sei anni dalla morte, un libro di Mariapia Carraro ne racconta la storia: Il cuore della vita. Suor M. Francesca Del Papa. Suora di Maria Bambina. «Dedicato a tutte quelle persone che l’hanno conosciuta», scrive l’autrice, «direttamente o anche attraverso queste pagine e desiderano conservarne il ricordo come richiamo a una vita bella».
Le persone che l’hanno conosciuta sono state tante: i poveri della Bari vecchia e i “borghesi” dell’esclusivo Collegio Margherita. Il popolo dolente del rione Sanità di Napoli e quello del Rettifilo di Capaccio, una landa desolata in provincia di Salerno. Ripercorrendo la sua vita attraverso il bel libro della Carraro, anche lei suora di Maria Bambina, emerge però un amore speciale di questa suora speciale per i carcerati, o come li chiamava lei, «i miei cattivi». Per loro imparò a districarsi nella matassa degli ostacoli burocratici, sollecitando colloqui con i familiari, parlando con i direttori delle carceri per accelerare permessi. Insegnò letteratura e arte ai detenuti, trasmise loro la passione per il teatro, allestendo “compagnie” all’interno degli istituti di pena. Distribuì cibo, indumenti, sigarette, immaginette della Madonna, divenne “ponte” tra loro e le famiglie. A tutti trasmise soprattutto l’amore appassionato per Gesù Cristo.

Mariapia Carraro, Il cuore della vita. Suor M. Francesca Del Papa. Suora di Maria Bambina, Ancora, Milano 2006, 
pp. 160, euro 10,00

Mariapia Carraro, Il cuore della vita. Suor M. Francesca Del Papa. Suora di Maria Bambina, Ancora, Milano 2006, pp. 160, euro 10,00

Gli anni dell’attesa
«Una signorina un po’... misteriosa, di un’eleganza contenuta, molto fine. Portava sempre un giro di perle, bellissimo e discreto…». Alla fine degli anni Sessanta, una sua studentessa del liceo classico Bartolomea Capitanio di Bergamo ricorda così Maria Francesca. Brillantemente laureata in Lettere classiche, aveva appena iniziato a insegnare quando decide di entrare come postulante presso le suore di Maria Bambina, le suore dell’infanzia, frequentate in parrocchia e nella scuola materna di Lapedona, il suo paese natale in provincia di Ascoli Piceno. Anni dopo, un’altra sua alunna, questa volta del Margherita, il liceo della Bari bene, dirà di lei: «Suor Francesca era una donna vera, era una “signora”, era una cristiana di classe, era decisamente una suora di carità […]. È stata il volto di Cristo nella mia vita».
A questa ragazza elegante, appartenente alla buona borghesia e già promessa sposa a un ragazzo di belle speranze, sarà donato un destino diverso: quello di vivere «tutta consacrata alla carità» il suo amore esclusivo per il Signore. Convinta, come si legge in una delle sue dodici agende scritte fitte fitte, che «Dio per il suo regno si serve degli inetti».
Maria Francesca Del Papa incomincia il noviziato a Roma l’8 settembre 1970 e sette anni dopo viene ammessa ai voti perpetui. In questo periodo vive una sorta di doloroso contrappasso: lei vorrebbe vivere accanto ai poveri. A qualsiasi tipo di povertà, comunque si manifesti. I suoi santi preferiti erano san Francesco d’Assisi e santa Teresa di Lisieux, di cui aveva trascritto in una delle sue agende un pensiero: «Ti cercherò, Signore, nella bassezza e nel nulla; resterò il più lontano possibile da tutto ciò che brilla». Ma per realizzare la sua aspirazione Francesca dovrà attendere un po’. E ubbidire. La superiora generale, madre Angelamaria Campanile, riconoscendo la sua abilità nell’insegnamento e la grande capacità di farsi amare e seguire dai giovani la invia a insegnare lettere al Margherita, il collegio più esclusivo di Bari. «Noi eravamo affascinate dalla sua vivacità e simpatia», racconta una studentessa del Margherita, «era bravissima, esigente come insegnante, ma sapeva anche giocare a palla con noi». Tutte le mattine entra in classe sorridendo ai suoi cari “borghesi” del Margherita, comunicando loro affetto, passione, brio. Fino a che, nell’ottobre del 1978 ecco una nuova destinazione: Napoli, rione Sanità, dove una piccola comunità di suore lavora in quel povero quartiere. Sembra che l’aspirazione di Maria Francesca si possa realizzare. E invece no, perché la mandano a frequentare la Facoltà teologica. Chi le sta accanto la sorprende spesso a piangere sui libri. Tanto che il cardinale Anastasio Ballestrero, assistente spirituale di Maria Francesca per oltre vent’anni, per consolarla le scrive: «Rispondo al suo letterone ringraziando il Signore con lei perché la sta mettendo alla prova […]. Per il suo lavoro anch’io preferisco il quartiere alla Facoltà teologica […]. La preghiera resti la sorgente della sua fedeltà e della sua forza».

I poveri, i padroni della nostra vita
Non passa un anno e deve lasciare Napoli per Capaccio, un grosso centro formato da almeno quindici frazioni nella piana di Paestum in provincia di Salerno. Maria Francesca vivrà lì dal 1979 al 1985 insieme a quattro consorelle in un appartamento in affitto accanto alla parrocchia di San Vito. A lei il parroco affiderà in particolare la frazione Rettifilo abitata da gente con alle spalle decenni di lavoro precario ed emarginazione. A scuola e in chiesa suor Maria Francesca insegna il catechismo. Insieme con le consorelle si rimbocca le maniche e grazie all’acquisto di un ciclostile riesce a produrre materiale didattico per i ragazzi, per gli ex alunni disoccupati e per gli adulti. Si organizzano feste, gite e processioni. Si forma un coro di voci miste come occasione per pregare e stare insieme. L’eco di tanta gioia muove la generosità di molta brava gente, cosa che permetterà di aiutare i più poveri.
Nel settembre del 1985 Maria Francesca deve fare le valigie di nuovo e ritornare al Collegio Margherita di Bari. Un paio d’anni trascorreranno tra insegnamento, lavori domestici e costanti attenzioni alle sorelle più anziane da lei collocate «al primo posto». Intanto attende di poter dedicare il suo tempo ai più poveri.

Maria Francesca Del Papa, a Subiaco, 
il suo rifugio di preghiera negli anni difficili della scelta

Maria Francesca Del Papa, a Subiaco, il suo rifugio di preghiera negli anni difficili della scelta

L’ultima tappa: l’incontro con i carcerati
Un giorno viene a sapere che una delle sue alunne è la figlia della direttrice del carcere di Turi, a pochi chilometri da Bari. Quell’incontro le schiude non solo le porte del carcere ma le offre anche la possibilità di conoscere le famiglie dei carcerati. Inzia così l’ultima tappa della vita di suor Maria Francesca: «Togliti i sandali: questa è terra benedetta perché terra di dolore», sono le parole che le rivolge un detenuto dietro le sbarre della sua cella, il primo giorno che mette piede in carcere. E allora Francesca intuisce che là dentro bisogna «spogliarsi di ogni tentazione di superiorità e lasciarsi “annoverare tra i peccatori” [...]. Davanti a Dio non ci sono i buoni e i cattivi, ci sono solo figli amati così come sono». Non si permetterà mai di giudicarli, di far loro predicozzi moralistici. Chi l’ha conosciuta la ricorda appuntare sulle sue famose agende le centinaia di richieste dei suoi amici carcerati. Richieste di tutti i tipi e da tutti i carceri. Come quella di Marco, detenuto in cella di isolamento al carcere dell’Asinara: «Appena puoi va’ a trovare l’Uomo della Cattedrale [il Crocifisso della cripta della Cattedrale di Trani, ndr]: lo sento solo […]. Ieri guardavo quelle sue foto che mi hai inviato tu, ma nella mia mente lo ricordo meglio: ricordo un’immagine di assoluta bellezza. Quando sarai davanti a lui basterà che tu lo guardi come l’ho guardato io, quel giorno ormai lontano, quando mi sorprendesti, solo, davanti a lui. Capirà l’Uomo che in quel tuo sguardo ci sono io. Poi mi dirai come l’hai trovato [...]».

La Casa Santa Maria
Sorge in Maria Francesca il desiderio di andare ad abitare nella Bari vecchia, popolata di ex detenuti, scippatori, dolenti donne strapazzate dalla vita, prostitute. Pur continuando anche a insegnare al Margherita, suor Maria Francesca ottiene dalla superiora di poter vivere in una stanzetta nel vicolo Santa Maria, proprio in mezzo al reticolo di stradine del “Borgo antico” di Bari. Inaugurata il 21 novembre 1994, in mezzo a una folla di bambini, suore e mamme, da quel momento si chiamerà Casa Santa Maria. «Ho spesso bisogno di consultare la pianta per districarmi nel groviglio di vicoli, sotto lo sguardo benevolo dei santi, a cui sono in gran parte intitolati», appunta nelle sue agende. E intanto quella stanza, che per Maria Francesca «non è un “centro d’ascolto”, ma luogo di reciproca evangelizzazione», diventa la meta di bimbi a caccia di caramelle e di giochi, di madri, mogli e sorelle ansiose di avere notizie dal carcere. La gente dei vicoli vede suor Maria Francesca scorazzare con una sacca di tela bianca da cui tira fuori di tutto. E se le rimane tempo, sosta nella chiesa semibuia di Santa Scolastica davanti al tabernacolo: «Bisogna camminare pregando; se uno non prega diventa giudice», troviamo ancora annotato in una delle sue agende.
Forse stava pregando quel 1° dicembre, il giorno della sua morte, mentre svelta svelta camminava sola tra le viuzze del “Borgo antico” di Bari, quando fu ritrovata senza vita, ancora in ginocchio.
All’indomani, quando gran parte della città, sgomenta, si rende conto che non vedrà più suor Maria Francesca, un giovane studente della IV ginnasio del Margherita scrive: «[...] Proprio tu ci dicevi che quando ci avresti lasciati nessuno doveva versare lacrime ma essere felice perché tu dovevi incontrare quell’Uomo che nella tua vita è sempre stato il più importante [...]. Grazie».


Español English Français Deutsch Português