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DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA
tratto dal n. 05 - 2007

Le res novae della globalizzazione tra beneficiati ed esclusi


Il testo preparato dall’ex governatore della Banca d’Italia per la miscellanea di studi per gli ottant’anni di papa Benedetto XVI presentata il 14 maggio 2007 all’Università Pontificia Salesiana a Roma


di Antonio Fazio


Nel corso degli anni Ottanta e ancora nei primi anni Novanta ho avuto l’opportunità e l’onore di incontrare più volte l’arcivescovo di Vienna, sua eminenza il cardinale Franz König.
Ciò avveniva nell’ambito delle riunioni della Fondazione Nova Spes1: il cardinale ne era il presidente. In tale veste varie volte invitò a Roma, in quegli anni, eminenti studiosi di economia, biologia, fisica, chimica; fra questi anche personalità insignite del premio Nobel. Lo scopo degli incontri era di riflettere e discutere, nell’ambito della Fondazione, su temi di grande importanza per la società civile e per la Chiesa. Quegli uomini di cultura provenivano da ogni parte del mondo: erano cattolici, protestanti, musulmani, ebrei, seguaci di Confucio, buddhisti e rispondevano per il prestigio dell’invito e della sede, ma anche perché accomunati da un sincero interesse per i temi trattati e per i loro riflessi sulla società e sulle sorti dell’umanità.
Tra i temi affrontati nelle discussioni ricordo quelli dello sviluppo umano e sociale nel contesto della crescita economica; i problemi del clima e dell’ambiente; la proliferazione del nucleare; le biotecnologie; l’ingegneria genetica2.
Furono tenute alcune riunioni conclusive e i risultati dei dibattiti furono esposti in memorabili incontri informali o in udienze concesse da Giovanni Paolo II. Come durante una riunione tenuta il 14 settembre 1981, giorno della Santa Croce, a Roma e a Castel Gandolfo: Sua Santità ci intrattenne amabilmente a pranzo nella sua residenza estiva e si discusse con lui dell’emergere della Cina sulla scena economica e politica mondiale.
Avevamo anche modo di incontrarci in gruppi più ristretti per esaminare gli aspetti organizzativi e la programmazione dell’attività della Fondazione: più volte a queste riunioni prese parte Guido Carli. In una riunione informale nella mia abitazione, in una bella giornata di autunno alla fine degli anni Ottanta3, durante il pranzo, il cardinale König ci raccontò della sua tesi di dottorato sulle religioni orientali e su Zoroastro. Era il periodo della perestrojka e il cardinale parlò a lungo dell’apertura della Chiesa verso l’Est, politica di cui era stato in qualche modo iniziatore e magna pars. Dopo il pranzo, sul terrazzo, si intrattenne, insieme con il segretario della Fondazione don Pace, con mia moglie e con i miei cinque ragazzi, allora fanciulli tra i sei e i dieci anni, a conversare con grande semplicità.
Quel giorno poi mi rivolse una domanda, inattesa: «Dottore, cosa pensa del Concilio?». La domanda mi stupì, mi sentii inadeguato a dare una risposta approfondita, ma in qualche modo allo stesso tempo mi riempì di orgoglio. Risposi che avevo studiato in particolare la Gaudium et spes trovandola, tra l’altro, carica di fiducia e di speranza sul futuro dell’umanità – tematiche sulle quali Nova Spes si era a lungo soffermata – e, comunque, espressi l’opinione che i frutti dei concili ecumenici si raccolgono nei decenni e talora nei secoli successivi. Il cardinale mi parve che assentisse e che fosse anche compiaciuto della risposta. Non fui in grado di dire molto di più. Ci fu un accenno, non ricordo quanto esplicito, alla dottrina sociale.

Leone XIII, che promulgò l’enciclica Rerum novarum il 15 maggio 1891

Leone XIII, che promulgò l’enciclica Rerum novarum il 15 maggio 1891

1. Una domanda sempre attuale
Non ho più dimenticato quella domanda. Avevo già a suo tempo studiato, con attenzione, la Pacem in terris e la Populorum progressio. Conoscevo nelle sue linee essenziali la Rerum novarum. Nella relazione di apertura della Settimana sociale dei cattolici italiani a Napoli, il 6 novembre 1999, tentai di declinare alcuni principi della dottrina sociale, con riferimento all’Italia.
Nel giugno del 2001 il cardinale Van Thuân mi invitò a tenere, insieme a Michel Camdessus, direttore generale del Fondo monetario internazionale, una relazione per la sessione plenaria del Pontificium Consilium de Iustitia et Pace. Pur sovraccarico di impegni, non mi sentii di rifiutare l’invito rivoltomi da quello che era stato un eroico testimone della fede in uno dei periodi più bui della persecuzione comunista in Viet Nam.
La data della relazione presso «Iustitia et Pax» venne fissata per il 14 settembre, venti anni dopo l’incontro in Castel Gandolfo con Giovanni Paolo II. La relazione era già stata scritta l’11 settembre. Non fu necessario cambiare nulla, aggiunsi solo due cartelle per commentare il tragico atto terroristico.
Partendo dalla Populorum progressio, la relazione era incentrata sul carattere, divenuto planetario e globale, della questione sociale e sulle connesse e conseguenti tensioni sociali e politiche. Argomentai sulla necessità, al fine di ridurre le enormi sacche di povertà tuttora presenti in varie aree del globo, di accelerare la crescita dell’economia mondiale e in particolare quella dei Paesi arretrati, permettendo a questi ultimi un più ampio accesso, per le loro produzioni agricole e alimentari, ai mercati dei Paesi economicamente più avanzati.
Le liberalizzazioni degli scambi commerciali nei decenni successivi al secondo conflitto mondiale hanno riguardato essenzialmente i prodotti dell’industria e, negli ultimi due decenni, i capitali finanziari. Di queste forme di liberalizzazione hanno beneficiato in larga misura soprattutto i Paesi già economicamente più progrediti.
Proprio questi Paesi – in primo luogo Stati Uniti, Giappone e Unione europea – mantengono tuttora un elevato grado di protezionismo nei confronti dei prodotti dell’agricoltura provenienti dai Paesi in via di sviluppo. La rimozione, o quanto meno l’attenuazione, di tali forme di protezionismo sarebbe di grande giovamento per lo sviluppo dei Paesi arretrati e per tutta l’economia mondiale.
Riprendendo argomentazioni elaborate nell’ambito di consessi internazionali, quali il Gruppo dei Sette e le assemblee periodiche della Banca mondiale e del Fondo monetario, richiamavo nella relazione la necessità di perseguire appropriate politiche volte a contrastare e attenuare, all’interno delle economie emergenti, gli effetti negativi delle politiche di liberalizzazione sulla distribuzione dei benefici derivanti dalla intensificazione degli scambi4.
Le res novae della globalizzazione ripropongono infatti, a livello internazionale, problemi in qualche modo analoghi a quelli che la rivoluzione industriale e lo sviluppo delle produzioni di massa avevano generato, nel corso del XIX secolo, per gli Stati che ora consideriamo economicamente avanzati. La lunga fase storica iniziata con la rivoluzione industriale, con le tensioni e gli squilibri, con le grandi opportunità e il progresso materiale, con i conflitti, le guerre e gli sconvolgimenti politici che ne sono discesi, si è probabilmente chiusa – almeno per gli aspetti più drammatici e rilevanti per la politica mondiale – con la caduta del muro di Berlino: due secoli!
Con l’informatica, con lo sviluppo delle comunicazioni e dei mercati finanziari internazionali ci troviamo probabilmente a un passaggio storico simile a quello vissuto dalla fine del XV secolo e nei secoli successivi, con le grandi scoperte geografiche e con l’invenzione della stampa a caratteri mobili.
La cultura allora reagì egregiamente. Basti pensare alla ferma posizione assunta al riguardo sulla questione se gli indiani d’America avessero o no l’anima, questione dietro la quale si celavano enormi interessi materiali che miravano ad appropriarsi di esseri umani considerati come cose o bestiame. Per l’economia, si pensi all’emergere, in quell’epoca, di nuovi problemi pratici e morali connessi con lo sviluppo dei mercati, con il commercio delle monete, con i nuovi traffici internazionali, con la proibizione dell’interesse e dell’usura: su tutti questi problemi si soffermarono, sviluppando un’ampia dottrina finanziaria ed economica ancor oggi valida, moralisti quali Molina, Lessius, Lugo5.

Giovanni XXIII mentre firma l’enciclica Pacem in terris, il 9 aprile 1963

Giovanni XXIII mentre firma l’enciclica Pacem in terris, il 9 aprile 1963

2. La Gaudium et spes: un programma
Come ci poniamo oggi di fronte ai grandi cambiamenti dello scenario internazionale? La Gaudium et spes dedica un’ampia trattazione al problema della cultura.
Giovanni Paolo II si è soffermato ripetute volte nelle sue encicliche e nei suoi discorsi sull’emergere e sulla rilevanza nell’odierno contesto storico delle questioni connesse con la globalizzazione; ha affrontato più volte tali problemi con la sua azione pastorale rivolta all’intera comunità umana. L’argomento degli squilibri che si generano a livello internazionale a seguito di uno sviluppo economico basato su criteri meramente economicistici, è oggetto di costante riflessione nel Consiglio «Iustitia et Pax».
In una lunga intervista rilasciata nell’estate del 1978 al professor Possenti, l’allora arcivescovo di Cracovia Karol Wojtyla argomentava sulla necessità – per la Chiesa – di possedere, sviluppare e insegnare una sua dottrina sociale come parte essenziale del suo mandato di «predicare il Vangelo»6. Molti sono nell’intervista i riferimenti alla Gaudium et spes. A una domanda precisa dell’intervistatore se i cattolici debbano avere un loro programma concreto per la società, nazionale e internazionale, in cui vivono e operano, e su quale possa essere questo programma, l’arcivescovo di Cracovia rispondeva che il programma politico e sociale dei cattolici è la costituzione pastorale Gaudium et spes.
Gli insegnamenti e l’opera di Giovanni Paolo II nel corso del suo lungo pontificato, per quanto riguarda la società, l’economia, la politica si pongono certamente nella linea di pensiero sviluppata in quel documento conciliare. L’allora cardinale Ratzinger in una sintetica presentazione del pensiero svolto nelle encicliche di quel Pontefice ne descrive l’articolazione, ponendone in luce il fondamento filosofico e teologico costituito dall’antropologia e dal mistero dell’Incarnazione7. La costituzione pastorale, in un centrale passaggio, afferma che la possibilità di comprendere l’essenza della condizione dell’uomo, il suo destino, il suo compito nel mondo, parte proprio dall’incarnazione del Figlio di Dio.
È un pensiero, quello sviluppato dal Pontefice nei suoi insegnamenti, che trova un’ampia preparazione nei suoi precedenti studi filosofici8. Viene in mente il riferimento a un altro uomo, sul cui pensiero e sulla cui azione nella società italiana, nei decenni successivi al secondo conflitto mondiale, si torna ora a riflettere. Giorgio La Pira affermò con forza che l’evento centrale della fede cristiana non poteva non avere implicazioni reali e concrete anche per la società, per la politica, per le relazioni tra gli uomini all’interno di ogni nazione e tra nazioni e culture diverse; e partendo da tale convincimento egli ha operato in profondità nella cultura e nella politica9.

Il cardinale Franz König  con Joseph Ratzinger durante i lavori conciliari nel 1962

Il cardinale Franz König con Joseph Ratzinger durante i lavori conciliari nel 1962

3. Il mercato in un mondo globalizzato
Va rilevato l’apparente contrasto fra la visione ottimistica, da un lato, di imprenditori, politici, finanzieri, che vedono nella globalizzazione un fenomeno inarrestabile e un fattore potente di progresso materiale e, dall’altro, la visione di coloro che contestano, aspramente, il procedere della globalizzazione.
Una discussione ampia ed equilibrata sui vari aspetti culturali, sociali, politici ed economici del problema è offerta da Jesús Villagrasa nel suo scritto Globalizzazione. Un mondo migliore?10. L’esperienza degli ultimi decenni mostra che l’aumento della quantità di beni e servizi prodotti, in una fase storica di eccezionale sviluppo della popolazione mondiale, è stato enorme grazie anche alla libera circolazione di beni, di prodotti, di capitali.
L’aumento della popolazione non ha frenato l’aumento della ricchezza, come diffuse teorie neomalthusiane paventavano alcuni decenni or sono. Si è visto anzi, che, storicamente, un rallentamento, una stagnazione o addirittura un regresso nell’evoluzione demografica, alla fine, si rivelano negativi per la stessa crescita economica. Ciò avviene a causa di complessi fenomeni di psicologia sociale, aspettative, incentivi agli investimenti che frenano l’intraprendenza, il risparmio, l’accumulo di capitale produttivo, così come eminenti studiosi hanno da tempo posto in luce. L’invecchiamento della popolazione, l’aumento dell’età media, la riduzione della percentuale di giovani sono fenomeni che inevitabilmente incidono in modo negativo sul bilancio sociale11.
Dalla metà del secolo XX a oggi, nel corso degli ultimi cinquant’anni, la crescita della popolazione mondiale è stata in media dell’1,8 per cento all’anno: era rimasta pressoché immutata per lunghi periodi nei secoli precedenti. Mentre in alcune fasi storiche del Medio Evo – la grande peste del XIV secolo – o dell’antichità, la diminuzione della popolazione mondiale aveva prodotto conseguenze nefaste sulla vita civile e sul progresso economico: la popolazione dell’impero romano, ad esempio, nei primi secoli della nostra era subì un regresso che contribuì così alla crisi dello stesso impero.
Negli ultimi cinquant’anni, dalla metà del XX secolo, insieme con l’aumento accelerato della popolazione è cresciuta, a ritmi mai sperimentati nei secoli precedenti, la produzione di ricchezza materiale. Il prodotto interno lordo è aumentato a livello mondiale di otto volte, il prodotto medio pro capite si è triplicato. Gli scambi, il commercio, la circolazione dei capitali, la diffusione delle idee e delle conoscenze, il progresso scientifico e tecnologico, quest’ultimo a sua volta stimolato proprio dagli scambi e dalle comunicazioni, sono alla base di questo eccezionale sviluppo dell’economia mondiale.
È indubbio però che ove il mercato, la libertà degli scambi sia di merci sia di capitali, gli obiettivi di creazione di ricchezza vengono elevati a rango di valori quasi assoluti, la stessa analisi economica finisce col tradursi in un’ideologia. Partendo da una concezione antropologica che tende a ridurre l’uomo ad homo oeconomicus si traggono delle conseguenze che, sul piano teorico, e sotto precise condizioni che peraltro quasi mai si verificano pienamente in pratica, conducono ad affermare l’opportunità e quasi la necessità di applicare tale approccio alle politiche economiche e sociali al fine di ottenere il massimo risultato in termini di sviluppo.
Ma i risultati, sicuramente positivi in termini di creazione di ricchezza, non lo sono altrettanto dal punto di vista della distribuzione della stessa. La politica, sul piano nazionale e su quello internazionale, anche per il buon andamento dell’economia, non può prescindere dal fine, alto, della giustizia distributiva.

Papa Paolo VI firma la Populorum progressio il 26 marzo 1967

Papa Paolo VI firma la Populorum progressio il 26 marzo 1967

4. Gli squilibri e la necessità di rimuoverli
Si sono accentuate, a causa del procedere della globalizzazione, tra nazione e nazione, e all’interno delle stesse comunità nazionali, le differenze nel grado di benessere materiale di vasti gruppi sociali12.
Alcuni popoli hanno tratto pieno vantaggio dai progressi della tecnica e dell’economia: i redditi pro capite di questi ultimi sono enormemente cresciuti negli ultimi cinquant’anni, ma altri popoli e nazioni sono rimasti esclusi dal progresso. L’Africa è rimasta praticamente esclusa dai benefici dell’integrazione, mentre in America Latina l’evoluzione economica ha perpetuato e accentuato enormi differenze nella distribuzione del reddito.
Alla crescita della popolazione in alcune aree del globo non ha fatto riscontro un aumento più che proporzionale – come è avvenuto a livello globale – della ricchezza prodotta. In altre aree si è avuto, a causa di guerre, di endemici conflitti tribali e razziali, di calamità naturali, un regresso nelle condizioni di vita della popolazione.
Soprattutto è peggiorata notevolmente, in termini relativi, la condizione di una parte rilevante della popolazione mondiale. Si tratta di oltre un miliardo di persone che vivono in condizioni che si possono definire di povertà assoluta, con meno di un dollaro al giorno: quasi un quinto della popolazione mondiale. Se si adotta un indice meno stringente – due dollari al giorno – la proporzione dei poveri sale a un terzo della popolazione mondiale.
Lo sviluppo delle comunicazioni rende ora più evidenti questi contrasti, con le conseguenze prevedibili, nei Paesi economicamente arretrati, nell’atteggiamento dei singoli e di ampi strati della popolazione, a livello sociale e, inevitabilmente, a quello politico.
All’enorme aumento di benessere materiale di alcune popolazioni, in certe parti del globo, fa riscontro – ed è ora ben pubblicizzato dai mezzi di comunicazione di massa – un permanere di condizioni di vita arretrate in molte altre aree e in segmenti della popolazione anche all’interno di uno stesso Paese.
Il fenomeno delle migrazioni – che tanto rilievo sta assumendo in conseguenza degli squilibri economici e demografici fra vaste aree del globo – è sicuramente effetto e parte del processo di globalizzazione. È un fenomeno che può comportare costi rilevanti e conseguenze talora drammatiche dal punto di vista umano e sociale, ma è carico di potenzialità positive per l’economia mondiale e per i vari Paesi.
Critiche relative ai contrasti, agli squilibri, ai costi sociali e alle tensioni connesse a livello nazionale e internazionale con gli odierni sviluppi dell’economia globale, si ritrovano in posizioni assunte da uomini di Chiesa.
Con riferimento all’America Latina – quasi un laboratorio, negli ultimi decenni, di economia globale e di sviluppo di forme di mercato basate su un criterio di assoluto liberismo – il cardinale onduregno Oscar Rodríguez Maradiaga sviluppa un’analisi che mette in risalto la non sostenibilità, essenzialmente sociale e politica, e quindi alla fine anche economica, di un tale approccio alla crescita economica.
Dalla critica, basata sull’osservazione di una realtà concreta, si evince pure che i motivi che sono alla base dell’espansione di alcune attività economiche sono spesso così potenti da trascurare quegli elementi etici e sociali di correttezza, di rispetto delle regole, di giustizia distributiva che sono essenziali per la stessa armonica crescita dell’economia. Una parte della popolazione resta esclusa dai benefici, mentre la parte di popolazione che è coinvolta nello sviluppo di nuove attività produttive sperimenta spesso condizioni di lavoro e di vita che ricordano quelle della prima rivoluzione industriale.
L’analisi così come è condotta non incontra la “censura” dell’economista. Mette in luce costi umani, sociali, politici che la teoria economica tratta solo a grandi linee, in termini generali, e che in definitiva tende a considerare come estranei13.
Ne scaturisce la necessità di una riflessione sulle direzioni nelle quali agire, anche se non sempre sono facili da indicare sul piano concreto. L’atteggiamento di movimenti intellettuali e politici che rifiutano in blocco il fenomeno della globalizzazione non convince, soprattutto non costruisce.
In questa direzione – così come avvenne nella seconda metà del secolo XIX con lo sviluppo di una riflessione sistematica e con la nascita delle istituzioni e delle politiche volte ad affrontare la “questione sociale” – occorrerà concentrare nell’immediato futuro riflessioni da parte di coloro che, sul campo, conoscono e osservano i fenomeni sociali ed economici connessi con la globalizzazione e che nel contempo possano raccordarsi con un pensiero più alto e con il magistero per studiare le soluzioni anche alla luce della dottrina sociale. Questo è anche il metodo che l’arcivescovo di Cracovia raccomanda nell’intervista che ho ricordato sopra.
In più di un’occasione, sua santità Benedetto XVI è tornato sulla necessità di modificare alcuni meccanismi dell’economia mondiale, per far fronte allo scandalo della fame e alleviare la povertà che ancora affligge vaste popolazioni, pur in un contesto di crescente ricchezza e disponibilità di beni a livello globale. Nella lotta alla povertà sono da tempo impegnati l’Onu, con i programmi del Millennium Development Goals, la Banca mondiale, il Fondo monetario internazionale.
Lo stato dell’economia e i problemi dell’Africa sono diversi da quelli dell’America Latina. In Asia le varie regioni ed economie emergenti e i grandi Paesi – Cina e India da un lato, Giappone dall’altro – presentano situazioni istituzionali e di sviluppo economico e sociale tra loro estremamente diverse. In Europa le società e le istituzioni dei Paesi economicamente progrediti sono differenti da quelle dei Paesi dell’Europa centrale e orientale che provengono dall’esperienza della pianificazione socialista.

Il cardinale Oscar Andrés Rodríguez Maradiaga guida una marcia di protesta di cinquemila persone, a San Ignacio, il 4 luglio 2001

Il cardinale Oscar Andrés Rodríguez Maradiaga guida una marcia di protesta di cinquemila persone, a San Ignacio, il 4 luglio 2001

5. Possibili linee di approfondimento
Mi pare che alcune direzioni di approfondimento teorico e di conseguente azione, a livello internazionale e dei Paesi in via di sviluppo, vadano perseguite prioritariamente. La costituzione pastorale al n. 86 recita: «a) Le nazioni in via di sviluppo tendano soprattutto ad assegnare, espressamente e senza equivoci, come fine del progresso, la piena espansione umana dei cittadini. Si ricordino che questo progresso trova innanzitutto la sua origine e il suo dinamismo nel lavoro e nella ingegnosità delle popolazioni stesse, visto che esso deve sì far leva sugli aiuti esterni, ma prima di tutto sulla piena valorizzazione delle proprie risorse nonché sulla propria cultura e tradizione. In questa materia, quelli che esercitano sugli altri maggiore influenza devono dare l’esempio. b) È dovere gravissimo delle nazioni evolute di aiutare i popoli in via di sviluppo ad adempiere i compiti sopraddetti [...]».
Sembra di sentire riecheggiare Adam Smith, che nella Ricchezza delle nazioni afferma che questa in primo luogo è basata su «ability and dexterity of men», capacità, ingegnosità, iniziativa degli uomini, e con un termine più tecnico: capitale umano.
Ma il testo sopra riportato sollecita come dovere gravissimo anche l’aiuto delle economie più progredite. Invero, mentre in una prima fase, fino alla metà degli anni Novanta del secolo XX, l’enfasi delle discussioni nei consessi internazionali era soprattutto sulla crescita e quindi sui meccanismi di mercato, da quel momento l’accento tende a spostarsi sulla necessità di un’equa distribuzione dei benefici dello sviluppo economico. Ciò ai fini anche e soprattutto di una duratura pace tra le nazioni.
Nell’autunno del 2001, in una riunione informale dei ministri e governatori convocata per l’assemblea del Fondo monetario e della Banca mondiale, il segretario generale delle Nazioni Unite affermava esplicitamente: «... La povertà, assoluta e relativa, è il terreno fertile sul quale nasce il terrorismo»14. I colori dei visi dei partecipanti alle riunioni degli organismi internazionali sono in prevalenza, da alcuni anni, giallo, olivastro, nero.
Il tema dell’investimento in istruzione – il termine inglese education è più pregnante – si pone ora accanto, con alta priorità, a quelli fondamentali di food, health, shelter. Anche i rappresentanti italiani in ogni appropriata occasione hanno insistito su questo tema.
Ma occorre creare più ricchezza. Al n. 85 la costituzione pastorale recita: «Senza profonde modifiche nei metodi attuali del commercio mondiale, le nazioni in via di sviluppo non potranno ricevere i sussidi materiali di cui hanno bisogno». Il tema è divenuto poi quello di fondo della Populorum progressio.
Il grande sviluppo dei decenni successivi al secondo conflitto mondiale si è basato sulla liberalizzazione degli scambi dei prodotti industriali; ne hanno beneficiato – come sopra ricordato – i Paesi tecnicamente meglio attrezzati per produrli, mentre ne sono rimasti esclusi i Paesi arretrati, il cui prodotto nazionale si forma prevalentemente nel settore primario.
Il settore agricolo è fortemente protetto, con contributi enormi concessi dai governi dei Paesi più avanzati – Stati Uniti, Giappone, Unione europea – e nel contempo con limitazioni stringenti delle importazioni dai Paesi in via di sviluppo; questi ultimi potrebbero fornire prodotti alimentari e di allevamento a prezzi molto bassi con reciproco, ampio beneficio tra i Paesi importatori e quelli esportatori.
I negoziati su questo tema avanzano con difficoltà. Sono comprensibili le resistenze di alcuni strati della popolazione addetta all’agricoltura nei Paesi progrediti. Ma le resistenze non sono alla lunga giustificate. Sull’argomento la via di uscita nelle economie sviluppate può essere quella di un’agricoltura più intensiva e della specializzazione in produzioni di più alta qualità15.
Il capitolo IV della costituzione pastorale è dedicato alla «vita della comunità politica». I principi colà esposti sono validi per le nostre società ed economie progredite, ma lo sono anche, in maniera determinante, per le economie emergenti. Su questo punto, notevole è stato l’impegno del direttore generale del Fondo monetario, Michel Camdessus, nell’ultimo periodo del suo mandato, nel promuovere condizioni di governo adeguate a favorire lo sviluppo economico nei Paesi beneficiari del programma di riduzione del debito estero. La Banca mondiale è da tempo impegnata a contrastare, nei Paesi beneficiari degli investimenti e dei finanziamenti, le forme più diffuse e gravi di corruzione.

Benedetto XVI con Antonio Fazio in piazza San Pietro, il 22 dicembre 2005

Benedetto XVI con Antonio Fazio in piazza San Pietro, il 22 dicembre 2005

6. Conclusione
La possibilità, l’opportunità, la necessità di declinare in sede applicativa, a livello dei singoli Paesi, progrediti o in via di sviluppo, e sul piano internazionale, i principi esposti nel documento che Karol Wojtyla ha definito il «programma sociale e politico dei cattolici», richiedono, in via preliminare, un’analisi approfondita dei problemi di carattere generale e delle condizioni dei vari Paesi e aree geografiche del globo.
Tutte le maggiori università pontificie e cattoliche offrono ora insegnamenti e corsi, vasti e approfonditi, di scienze sociali. A esse, attingendo naturalmente anche dagli studi e ricerche condotti a livello di singoli Paesi e negli organismi internazionali, può essere affidata l’analisi delle varie situazioni e problematiche, di carattere globale o specifiche di singoli Paesi e regioni.
Le analisi dovrebbero poi raccordarsi con i principi, necessariamente di carattere generale e non tecnici, espressi negli insegnamenti della dottrina sociale. Un coordinamento sistematico degli sforzi e delle ricerche di università e di esperti, tra di loro e con il magistero, può far acquisire a tali sforzi concretezza, profondità, efficacia.


Note

1 La Fondazione internazionale Nova Spes, con il concorso di uomini delle istituzioni e della cultura, è nata nel 1980 su iniziativa di don Pietro Pace, prematuramente scomparso nel 1996. La Fondazione è attualmente diretta dalla professoressa Laura Paoletti ed è presieduta da Vittorio Mathieu.
2 Si vedano in particolare i volumi: L’economia e lo sviluppo globale della persona e della società, a cura di V. Mathieu, Fondazione Nova Spes, Roma 1988; Man Environment and Development: Towards a Global Approach, a cura di P. Blasi e S. Zamboni, Nova Spes, International Foundation Press, Roma 1991.
3 Si trattava del 1° dicembre 1989, giorno della visita di Gorbaciov a Giovanni Paolo II in Vaticano; avemmo modo di vedere direttamente in televisione e commentare la parte pubblica della visita.
4 Cfr. Globalizzazione, progresso economico e riduzione della povertà; intervento alla conferenza: “Il lavoro. Chiave della Questione sociale”, in occasione della riunione del Pontificium Consilium de Iustitia et Pace, Città del Vaticano, 14 settembre 2001.
5 Cfr. la relazione “Cultura, democrazia, progresso economico”, tenuta in occasione del solenne atto accademico per il 450° anniversario della fondazione del Collegio Romano, Roma 4 aprile 2001. Si veda anche l’approfondito studio di B.W. Dempsey, Interest and Usury, con un’introduzione di J.A. Schumpeter, Dennis Dobsan Ltd, Londra 1948.
6 K. Wojtyla, La dottrina sociale della Chiesa, Lateran University Press, Roma 2003. L’intervista, realizzata dal professor Vittorio Possenti, era rimasta secretata per tredici anni a seguito dell’elezione al pontificato di Wojtyla.
7 Cfr. T. Stenico (ed.), Le lettere encicliche di Giovanni Paolo II, prefazione di G. Andreotti, introduzione di J. Ratzinger, Roma 2004; cfr. Enchiridion delle encicliche, vol. 8: Giovanni Paolo I – Giovanni Paolo II. 1978-2005, Edb, Bologna 2005.
8 Cfr. K. Wojtyla, Metafisica della persona. Tutte le opere filosofiche e saggi integrativi, a cura di G. Reale e T. Styczen, Bompiani, Milano 2003.
9 Cfr. V. Possenti, La Pira tra storia e profezia. Con Tommaso maestro, Marietti, Genova 2004. Tra gli scritti di La Pira in campo economico e sociale il più significativo è Le attese della povera gente, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze 1951. Lo scrittore sollevò un ampio dibattito politico e stimolò interventi rilevanti di politica economica che negli anni Cinquanta contribuirono significativamente al miracolo economico italiano. Era ispirato essenzialmente al rapporto Beveradge e introdusse in Italia – La Pira era un giurista, non un economista – il dibattito sulle teorie di Keynes per combattere la disoccupazione.
10 J. Villagrasa, Globalizzazione. Un mondo migliore?, Logos Press, Roma 2003.
11 Si veda il fondamentale contributo di A. Sauvy, Théorie générale de la population, vol. 1: Economie et population; vol. 2: Biologie sociale, Presses Universitaires de France, Parigi 1952. Si vedano inoltre gli studi sulla formazione di risparmio e accumulazione di capitale, tra i quali vanno segnalati quelli di F. Modigliani sul ciclo vitale e la formazione del risparmio.
12 Oltre che all’ampia documentazione fornita dalla Banca mondiale e da altri organismi internazionali, una documentata sintesi di questi fenomeni si trova in N. Acocella, Globalizzazione, povertà e distribuzione del reddito, in Studi e Note di Economia, n. 2, 2005.
13 Cfr. E. Romeo, L’Oscar color porpora. Il cardinale Rodríguez Maradiaga, voce dell’America Latina, Ancora, Milano 2006.
14 Nell’allocuzione del 16 luglio 2006, per l’Angelus, Benedetto XVI, riferendosi alla nuova ondata di violenze in Libano, parla di «oggettive violazioni del diritto e della giustizia».
15 Si veda al riguardo la prolusione, presso l’Accademia dei Georgofili di Firenze, “L’agricoltura italiana nel contesto europeo e internazionale”, 3 luglio 1999.


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