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SOMALIA
tratto dal n. 05 - 2007

La fragile tregua


Nel 2004, dopo anni di anarchia, era stato eletto un Parlamento e costituito un governo di transizione per traghettare la Somalia verso libere elezioni. Poi l’avvento delle Corti islamiche e l’intervento dell’Etiopia e degli Usa... E il Paese è ancora nel caos


di Davide Malacaria


Mogadiscio

Mogadiscio

Un Paese sprofondato per anni nel caos, una popolazione allo stremo, una speranza di pace che si affievolisce sempre più. È dal 1991, anno della caduta del regime di Siad Barre, che la Somalia non conosce pace, ma solo momenti di tregua tra un conflitto e un altro. A partire da quella data, crollato lo Stato, nel Paese è iniziata una lotta senza quartiere tra i vari signori della guerra, intenti a disputarsi a colpi di mitra strade, ponti, aeroporti. Un caos generale, ideale per il fiorire di ogni genere di traffici sporchi. Decine di volte la comunità internazionale ha tentato di riportare la pace, inviando truppe in funzione di peacekeeping e cercando di riunire i contendenti attorno a un tavolo. Senza esito.
Fino al 2004, quando accade qualcosa di nuovo: per la prima volta, al quattordicesimo tentativo di pacificazione, i vari clan somali danno vita a un Parlamento. In Kenya, per ragioni di sicurezza. E questo Parlamento, a sua volta, elegge un presidente, Abdullahi Yusuf Ahmed, e un governo provvisorio. Il governo federale di transizione (Tfg), che dovrebbe traghettare il Paese verso libere elezioni, dopo un anno si trasferisce nella cittadina somala di Baidoa, primo passo per il ritorno a Mogadiscio e alla normalità. E invece... Invece, appunto. Nel 2006 scoppia un nuovo conflitto: da una parte le Corti islamiche, movimenti politico-religiosi nati in seno alle comunità musulmane; dall’altra alcuni signori della guerra. Gli Stati Uniti, a tutto discredito del Tfg, appoggiano in segreto (ma non tanto) i signori della guerra, con la motivazione di contrastare presunte infiltrazioni di al-Qaeda all’interno delle Corti. Nel giugno 2006, a sorpresa, le Corti hanno il sopravvento: prendono il controllo di Mogadiscio e, di fatto, del Paese. L’Etiopia invia truppe a difesa del Tfg asserragliato a Baidoa. Tra le forze etiopi e i miliziani delle Corti inizia un confronto strisciante che, il 24 dicembre scorso, sfocia in aperto conflitto. Il giorno dopo, a Natale, viene bombardato l’aeroporto di Mogadiscio. Gli Stati Uniti appoggiano apertamente l’Etiopia e, nel gennaio, bombardano villaggi in cui vivono presunti terroristi e meno presunti civili. Le Corti sono messe in rotta. Ma il conflitto resta latente, con attentati e omicidi mirati, e a tratti avvampa di nuovo in sanguinosi scontri tra le truppe etiopi e quelle fedeli al governo da una parte, e tra miliziani islamici e fazioni dell’opposizione dall’altra.
Tra aprile e maggio 2007 Mogadiscio diventa teatro di scontri violentissimi. «Adesso non si spara più», spiega Patrizia Sentinelli, viceministro degli Esteri italiano da poco ritornata dalla Somalia, primo politico italiano a visitare Mogadiscio dopo anni. «Ma questo non vuol dire che è tornata la pace. Manca un atto formale di cessazione delle ostilità. Quando abbiamo incontrato il presidente Yusuf e il primo ministro Ali Mohammed Gedi, abbiamo chiesto al Tfg un impegno in tal senso e abbiamo avuto precise rassicurazioni. Ma, a oggi, tali rassicurazioni non hanno avuto alcun seguito. Non siamo gli unici a lamentare questo deficit: anche l’ambasciatore americano ha scritto una nota segnalando una mancanza di chiarezza a questo proposito. E questo è un punto molto delicato».

Le vie della pace
L’Italia è in prima fila nel tentativo della comunità internazionale di trovare strade di riconciliazione per questo tormentato Paese. La via della pacificazione, adesso, passa per uno snodo preciso: una conferenza di riconciliazione, la prima a svolgersi in Somalia, che, nelle intenzioni dei promotori, dovrebbe favorire il dialogo tra le parti. Un’iniziativa che presenta molte difficoltà, a cominciare dalla data di inizio dei lavori, fissata a metà giugno. Da più parti, infatti, si teme che possa essere rinviata, allontanando questa benefica opportunità. Un timore che pare condiviso dal viceministro italiano, che evidenzia anche altri pericoli: «Purtroppo bisogna lamentare il fatto che, a oggi, non si registrano le condizioni di sicurezza in grado di assicurare il pacifico svolgimento di questa conferenza né di garantire che, in effetti, essa possa essere rappresentativa di tutte le componenti della vita sociale e politica somala, comprese quelle critiche verso il governo di transizione. Perché questo processo di riconciliazione prenda piede occorre che il governo di transizione dimostri che vuole un dialogo effettivo con quelle parti che a oggi sono escluse dal governo, in modo da avviare un processo di inclusione. Abbiamo avuto rassicurazioni in questo senso durante la nostra visita, ma, per ora, non vediamo passi significativi in questa direzione. Pensiamo che l’unica soluzione sia accelerare questo processo e sostanziarlo, altrimenti non si può pensare di uscire da questo tunnel fatto di insicurezza e di condizioni di non piena democrazia».
Dalle sue parole trapela una certa insoddisfazione verso il Tfg e la sua reale volontà di instaurare un dialogo costruttivo con le altre parti in causa. «Non dico che il processo si sia inceppato, certo si registrano molte difficoltà», commenta. Gli Stati Uniti, a detta del viceministro, dopo una fase di impegno unilaterale nell’area, sembrerebbero orientati a muoversi in armonia con le direttive dell’Onu. Un fattore importante per la riuscita del processo di riconciliazione. Sempre che all’apparenza corrisponda la realtà.
Fuga da Mogadiscio

Fuga da Mogadiscio

A complicare le cose, continua l’onorevole Sentinelli, vi è la mancanza di chiarezza circa gli obiettivi della conferenza, particolare certo di non secondaria importanza. Ma il nodo cruciale, attorno al quale si è accesa una forte polemica, riguarda l’individuazione dei meccanismi per definire i partecipanti. Nel passato sono stati i clan somali – le sole strutture sociali che hanno resistito ad anni di guerre – a indicare i partecipanti alle conferenze di pace. La formula è sperimentata, ed è indicata con il cosiddetto “4,5” – leggi: 4 più 5 –, cioè i quattro clan principali designano un certo numero di membri, mentre la quota residua è appannaggio dei clan minori. Tale soluzione, però, ha suscitato critiche da parte delle comunità islamiche e dei rappresentanti della società civile, che si sono sentiti esclusi. In particolare, le Corti islamiche hanno minacciato di boicottare la conferenza. Una situazione esplosiva. Così l’onorevole Sentinelli racconta quanto gli è stato assicurato sul punto durante la sua visita in Somalia: «Il presidente Yusuf ci ha detto che sarebbero stati ben accetti alla conferenza anche esponenti delle Corti islamiche, purché designati all’interno del meccanismo clanico e previa rinuncia alla violenza. Ci è sembrato un compromesso accettabile, in grado di dare vita a una conferenza che apra nuove prospettive, e che porti il Paese a nuove elezioni, favorendo la nascita di partiti, compresi quelli di ispirazione islamica».
«La via della designazione attraverso i clan, così come prospettata dal presidente Yusuf, mi sembra l’unica percorribile», spiega monsignor Giorgio Bertin, vescovo di Gibuti e amministratore apostolico ad nutum Sanctae Sedis di Mogadiscio: «Bisogna essere realisti: non si può imporre alla Somalia un modello di democrazia di stile occidentale. D’altronde si veda quanto è successo in Somaliland (la regione somala del Nord corrispondente al vecchio protettorato britannico che si è proclamata indipendente nel 1991, ndr) dove tra il 1992 e il 1993 i clan della zona hanno dato vita alla Conferenza di Burao che ha riportato la pace in un’area dilaniata dai conflitti... Il Tfg è stato riconosciuto dalla comunità internazionale, e credo che, nonostante tutte le difficoltà, debba continuare a essere sostenuto. Certo, bisogna che le truppe etiopi lascino il Paese, ma occorre agire con prudenza e realismo, altrimenti la Somalia sprofonderà ancora nel caos».
Per favorire il ritiro delle truppe etiopi è necessario che l’Unione africana adempia alla risoluzione dell’Onu che prevede lo stanziamento in Somalia di contingenti africani, l’Amisom (African Union Mission to Somalia). A oggi a Mogadiscio sono arrivate solo truppe ugandesi, ma l’onorevole Sentinelli dice di aver avuto rassicurazioni circa il prossimo arrivo di altri contingenti, provenienti dal Burundi e dalla Nigeria. Purtroppo, però, il dispiegamento delle truppe africane procede a rilento. È dal gennaio di quest’anno che l’Unione africana ha deliberato l’invio di 8mila soldati, ma i primi millecinquecento militari ugandesi sono arrivati solo a marzo. Il problema è che le missioni di pace costano parecchio. Le truppe del Burundi hanno concluso il loro addestramento a opera dei francesi, ma si tratta di un Paese povero, secondo la Banca mondiale il terzo più povero del mondo. E servono mezzi di trasporto, armi, munizioni. Insomma, soldi, che dovrebbero arrivare dall’Occidente. Né la pericolosa situazione sul campo aiuta: a fine maggio, a Mogadiscio, sono stati uccisi 4 soldati dell’Amisom...
È necessario accelerare, in quanto il ritiro degli etiopi favorirebbe – il condizionale è d’obbligo – la distensione.

Tragedie vecchie e nuove
Nel frattempo in Somalia la mattanza continua. Secondo dati diffusi dall’Alto commissariato per i rifugiati, a seguito dell’ultima battaglia di Mogadiscio, che ha causato un numero imprecisato di vittime – sarebbero trecento secondo fonti sanitarie internazionali –, sono fuggite dalla città circa 391mila persone. La comunità internazionale è riuscita a ottenere dei corridoi umanitari che hanno permesso di portare assistenza a tutti questi profughi, spiega l’onorevole Sentinelli. Nondimeno la situazione resta drammatica. Anche perché è difficile far transitare aiuti umanitari in un Paese in cui le strade sono devastate e insicure, e i mari infestati dai pirati. A maggio, una nave del Programma alimentare mondiale, carica di aiuti, è stata assaltata e il carico trafugato. Per avere un’idea della situazione basta leggere le dichiarazioni di John Holmes, sottosegretario Onu per gli Affari umanitari, che, ai primi di maggio, dopo una breve visita in Somalia, ha dichiarato: «In termini di numeri e di accesso alle persone colpite dal disastro umanitario, la Somalia presenta quest’anno una situazione peggiore del Darfur o del Ciad o di qualunque altro luogo». Solo che difficilmente questa tormentata nazione trova l’attenzione riservata ad altre pur drammatiche crisi africane. Ragioni politiche, ovvio.
Il dramma di questi nuovi rifugiati s’innesta in una situazione già disastrosa. Un rapporto dell’Unicef, pubblicato quest’anno, la descrive così: «La condizione dei bambini somali è la peggiore al mondo. Divisioni etniche ancora irrisolte, debolezza o assenza delle autorità di governo e la povertà in tutto il Paese limitano l’accesso all’assistenza sanitaria di base, all’uso di acqua potabile e all’istruzione primaria. Più del 20% dei bambini soffre di malnutrizione acuta; [...] solo il 29% della popolazione ha accesso a fonti di acqua potabile e solo il 51% ha la possibilità di usare servizi igienici [...]. Il colera e la diarrea sono ormai endemici. Si stima che il tasso di mortalità infantile sia di 133 morti ogni mille nati vivi».
Le organizzazioni internazionali cercano di aiutare come possono. Anche la Chiesa cattolica, nel suo piccolo. «La Chiesa non ha una presenza strutturata nel territorio», spiega monsignor Bertin, «le ultime religiose presenti nel Paese, le suore della Consolata che lavoravano presso l’ospedale di Mogadiscio, ora si trovano a Nairobi. Un trasferimento che si è reso necessario dopo l’omicidio di una di loro, suor Leonella Sgorbati, uccisa in un agguato nel settembre del 2006. Fosse per loro, tornerebbero indietro anche subito, ma le loro superiori hanno deciso diversamente e io sono d’accordo. Però tanti cristiani cercano di aiutare la popolazione attraverso le Organizzazioni non governative che operano nel Paese. Comunque, dopo anni di esperienza sul campo, ho capito che le nostre opere devono essere distribuite a macchia di leopardo, poco visibili, di breve durata, in modo da non dare nell’occhio e non entrare nel mirino di qualche malintenzionato...». C’è realismo nel suo dire, un realismo che sembra connaturato alla sua fede. Monsignor Bertin è anche direttore della Caritas somala, che gestisce un dispensario a Baidoa, capoluogo del Bay, la regione che, con i suoi 700mila abitanti, è una delle più popolose e, insieme, la più povera della Somalia. Prima dell’apertura del dispensario, in tutta la regione non c’era un medico. Attualmente nel dispensario si effettuano circa centoventi visite al giorno e si distribuiscono gratuitamente medicine. La gente fa anche sessanta chilometri a piedi per arrivarci. A coordinare la struttura è un infermiere che ha collaborato a lungo con Annalena Tonelli – la missionaria laica che, tra l’altro, ha creato diverse strutture sanitarie in Somaliland, e che è stata assassinata nel 2003 – e con suor Leonella. Gli assistiti, ovviamente, sono tutti musulmani. «Non sbandieriamo la nostra religione, ma non siamo nemmeno in incognito», riprende Bertin. «È un modo per favorire un incontro tra diversi, per aiutare al rispetto reciproco».
Soldati per le vie di Mogadiscio

Soldati per le vie di Mogadiscio

Interpellata sulla situazione umanitaria, l’onorevole Sentinelli si fa, se possibile, ancora più seria: «La situazione umanitaria è esattamente il tema di fondo della nostra preoccupazione, perché quando si parla di un conflitto non si fa riferimento a una generica area di crisi, ma a un dramma che si traduce in sofferenze per la popolazione civile. Siamo riusciti ad aiutare i profughi, ma se non si avvia una riconciliazione che includa tutti i componenti della società, tutta la nostra opera sarà vana».
Chiediamo a lei di al-Qaeda, che dicono si sia riuscita a infiltrare nelle Corti islamiche. Gli Usa ne sono convinti. C’è chi, come l’agenzia missionaria Misna, cita fonti che parlano anche di voli segreti in qualche Paese arabo compiacente, dove presunti terroristi, senza alcuna garanzia, sarebbero consegnati nelle mani di ignoti aguzzini.
Certo è che nel Paese gli attentati come quello che il 4 giugno per poco non costava la vita al primo ministro Gedi si succedono a raffica. «È vero che nell’ambito di alcune Corti islamiche ci sono infiltrazioni di elementi dediti al terrorismo, ma bisogna rifiutare l’equazione musulmani uguale terrorismo. Un errore foriero di più tragici errori», chiosa il viceministro.
La contattiamo il 30 maggio, quando su alcune agenzie rimbalza la notizia che alcune donne dirette in Italia per partecipare a un incontro volto a favorire il processo di pace, sono state bloccate dalle autorità somale. Non dà peso alla cosa, spiegando che si tratta di un banale incidente; un equivoco, probabilmente. E racconta di questa iniziativa, nata per opera del Ministero degli Esteri italiano, che, su proposta di alcune donne somale, si è fatto promotore di una conferenza nella quale riunire donne provenienti dalla società civile somala, dal Parlamento di quel Paese, dal Tfg, dal Parlamento italiano, oltre a rappresentanti dalla comunità internazionale e a donne di cultura della diaspora somala in Italia. Nel descrivere l’iniziativa, l’onorevole Sentinelli spiega che questa idea nasce in ottemperanza alla risoluzione 1325 dell’Onu, che indica come le donne debbano – «e non “possano”», sottolinea l’onorevole – essere protagoniste dei processi di riconciliazione nelle aree di conflitto. Un modo come un altro per favorire la pacificazione nazionale.
Purtroppo, nonostante gli sforzi della comunità internazionale, a oggi, sulle possibilità di successo del processo di pace somalo gravano molte ombre. Troppe le variabili in campo, troppe le incertezze. Per ora, infatti, c’è una sola, unica certezza: il mattatoio somalo lavora ancora a pieno regime.


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