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CINA
tratto dal n. 05 - 2007

Il maratoneta dei piccoli passi

La scelta di Aloysius



di Gianni Valente


Il vescovo di Shanghai Aloysius Jin Luxian impone le mani su Giuseppe Xing Wenzhi ordinandolo vescovo, il 28 giugno 2005

Il vescovo di Shanghai Aloysius Jin Luxian impone le mani su Giuseppe Xing Wenzhi ordinandolo vescovo, il 28 giugno 2005

Adesso che dall’alto delle sue novantadue primavere si volge a guardare il lungo tratto di cammino già compiuto, Aloysius Jin Luxian può ben dire che il tempo, almeno nel suo caso, è stato galantuomo. Per i suoi ancora numerosi detrattori il “patriarca” di Shanghai rimane un enigma vivente. Ma proprio la sua vita, così come emerge dalla preziosa biografia curata dal giornalista francese Dorian Malovic (Le pape jaune, Perrin Editions, 2006), si offre come un’ineguagliabile road map per ripercorrere fin nelle vicende più intime e dolenti l’avventura senza uguali vissuta dalla Chiesa di Cina negli ultimi sessant’anni.
Quando Luxian nasce in un villaggio cristiano a Pudong, dove allora erano risaie e oggi i grattacieli della “nuova” Shanghai, la città è già una megalopoli cosmopolita piena di traffici ed esuli russi in fuga dai soviet, fumerie d’oppio e prostitute. La madre è una cattolica fervente, il padre un gaudente a cui piace tirar tardi con gli amici bevendo liquori e fumando havana. Lui viene battezzato e ascolta le sue prime messe in un’antica pagoda che i missionari hanno riadattato a chiesa. La sua vocazione gesuita affiora in una Chiesa dai forti tratti coloniali, dove i superiori non parlano il mandarino, e lo standard di vita dei novizi gesuiti – elettricità e riscaldamento, uova, carne, formaggi, caffè a fine pasto – gli appare oggi come un’isola di privilegio circondata dalla miseria. Durante i suoi anni di studio nell’Europa appena uscita dalla guerra – prima in Francia, poi due anni nella Città eterna a preparare alla Gregoriana la tesi sulla Trinità – diventa amico e confidente anche di padre Henri de Lubac, prima che su quest’ultimo e sui suoi compagni gesuiti di Fourvière si abbattano le interdizioni del Sant’Uffizio. Quando Mao prende il potere, contro i pareri dei superiori Jin decide di tornare in patria. Per questo i comunisti lo accuseranno di essere una spia inviata direttamente da Pio XII per organizzare la controrivoluzione. Ma la diffidenza verso di lui alligna da subito anche in ambienti ecclesiastici. Nelle prime avvisaglie della grande persecuzione, il nunzio vaticano Antonio Riberi lo segnala come elemento sospetto ai superiori gesuiti per le sue idee sulla necessaria “decolonizzazione” della Chiesa cinese. Nondimeno, il brillante gesuita fresco di studi europei diventa rettore del seminario di Shanghai. Mentre inizia l’espulsione dei missionari stranieri, anche lui prende parte alla rete dei comitati “sotterranei” ispirati dal vescovo Ignatius Gong Pinmei per contrastare gli effetti della propaganda comunista tra i fedeli. La notte dell’8 settembre 1955 anche Jin viene arrestato nella retata che apre le porte del carcere per il vescovo e per i suoi più stretti collaboratori. Da quella vicenda, Jin trae un insegnamento che seguirà per tutta la vita: «Non fare mai e poi mai cose segrete con i comunisti».
Nelle carceri di Mao trascorre più di vent’anni. Eppure, quando nel 1973 viene trasferito al carcere di Pechino e cooptato a collaborare all’ufficio traduzioni del governo, si materializzano contro di lui le accuse più infamanti, fomentate anche da suoi autorevoli confratelli stranieri. Si sussurra che negli interrogatori subiti dalla polizia negli anni Cinquanta abbia tradito i suoi compagni. Mormorano che il governo lo ricatti per una figlia segreta “nascosta” chissà come in America.
Quando negli anni Ottanta accetta di diventare vescovo di Shanghai col riconoscimento del governo, ma senza quello del Papa – mentre il vecchio Gong Pinmei è ancora al domicilio coatto –, le voci su Jin carrierista e burattino nelle mani del regime trovano credito anche in Vaticano. In quel periodo, mentre gli altri vescovi consacrati senza mandato apostolico invocano la situazione di emergenza e chiedono Oltretevere che venga riconosciuta la propria ordinazione canonicamente irregolare, Jin temporeggia, esponendosi alle accuse di scisma. Sa che a Shanghai la Santa Sede ha già riconosciuto la consacrazione clandestina dell’altro gesuita Giuseppe Fan, destinato a diventare legittimo successore di Gong, e per il diritto canonico non ci possono essere due vescovi in una diocesi. Ma il suo prender tempo risponde anche a un calcolo umano: l’intuizione che tale scelta sia più utile a favorire il ritorno alla vita ordinaria della Chiesa di Shanghai dopo la grande persecuzione. «Il mio dovere di prete», si giustifica il “Papa giallo” nelle pagine della sua biografia, «è stato quello di convincere le autorità politiche cinesi della mia buona fede, della mia identità profonda di patriota e del carattere inoffensivo della mia fede cattolica». Nelle interviste a Malovic, Jin ammette a più riprese che negli anni della tribolazione c’è chi è stato più coraggioso di lui. E si può certo dibattere sulla sua idea che nelle condizioni date fosse più efficace servire la Chiesa di Cristo usando le amicizie dei politici e trattenendosi in una condizione di irregolarità canonica, per non esporsi ai sospetti e alle rappresaglie del regime. Ma il tempo svela i cuori, e a favore di Jin parlano i fatti. Shanghai è stata la prima diocesi a reinserire nella liturgia le preghiere per il Papa. Il suo seminario e tutta la struttura diocesana sono rifioriti. Jin non ha mai sottoscritto alcun documento d’appoggio all’“indipendenza” della Chiesa cinese. E l’ordinazione del suo successore in pectore Giuseppe Xing Wenzhi – nominato dal Papa, “eletto” dalla diocesi, approvato dal governo – è stato un capolavoro di diplomazia e di sensus Ecclesiae, giocato nel campo minato dei rapporti tra Pechino e Vaticano. Un’operazione nelle cui more è arrivato anche per Jin il tanto desiderato riconoscimento canonico dal Papa, che poi lo ha anche invitato a Roma – senza successo – per il Sinodo sull’Eucaristia. «Avrei potuto essere un eroe anticomunista all’estero», spiega Jin a Malovic, «ma non in Cina». Per il futuro, spera che anche il martirio silenzioso di essere stato additato per anni come un complice dei persecutori della Chiesa gli valga a sconto dei peccati: «Dio solo sa dove io ho sempre riposto la mia fedeltà, e il Suo giudizio mi sta a cuore più della giustizia degli uomini».


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