Home > Archivio > 01 - 2003 > Non più di serie b
ITALIA-SCUOLA
tratto dal n. 01 - 2003

SCUOLA. Il nuovo status degli insegnanti di religione

Non più di serie b


La nuova legge, che è stata votata dalla maggioranza ma anche da una larga parte della Margherita, chiude una “vertenza” che durava da quasi vent’anni. Gli insegnanti di religione potranno entrare in ruolo come gli altri professori. La Cei è soddisfatta, perché non cambiano le norme per la selezione degli insegnanti, oggi reclutati soprattutto tra i laici. Sono sempre di meno, infatti, i sacerdoti che operano nella scuola pubblica


di Giovanni Ricciardi


Ora di religione

Ora di religione

Il 5 dicembre scorso la Camera ha approvato il ddl governativo, presentato nel marzo scorso dal ministro Moratti, che immetterà per la prima volta in ruolo 15mila insegnanti di religione. Il provvedimento ha avuto un iter relativamente breve: ora passa all’esame del Senato e non sembra destinato a sostanziali modifiche. Per le associazioni di categoria è un vero e proprio successo, che giunge al termine di una “vertenza” durata quasi vent’anni.
Soddisfatta anche la Cei, che non vede mutate le sue prerogative in materia di reclutamento degli insegnanti. Sarà sempre la Chiesa a stabilire i titoli accademici e ad attestare l’idoneità all’insegnamento. Non sono toccate neppure le prerogative dei vescovi locali, ai quali spetta insindacabilmente di conferire o negare tale idoneità, che è valida solo per il territorio della diocesi e non a livello nazionale. La legge stabilisce un’unica, sostanziale novità: gli insegnanti di religione potranno entrare in ruolo, come gli altri docenti, attraverso concorsi statali. E saranno gli unici concorsi in cui non verrà esaminata la competenza sulla materia da insegnare, ma solo un quadro culturale di riferimento complessivo, oltre alle norme della legislazione scolastica. Sui contenuti della religione cattolica resta competente la Chiesa. In questo modo, il 70% delle cattedre saranno ricoperte da docenti con contratto a tempo indeterminato.
Soddisfatta la maggioranza di governo, che stavolta ha potuto contare anche sull’appoggio di una larga parte della Margherita. Non sono mancate però alcune defezioni. Nel Polo, oltre a 90 deputati assenti, 11 parlamentari contrari hanno preferito astenersi, ad eccezione di Giorgio La Malfa, che ha votato contro. Nella Margherita, Antonio Maccanico, seguito da altri, ha dichiarato il proprio dissenso dal gruppo, ed è stata notata l’assenza dall’aula dello stesso Francesco Rutelli.
Il testo di legge mira a garantire stabilità di impiego a una categoria di insegnanti che non poteva, fino a oggi, godere del cosiddetto “posto fisso”. I docenti di religione, nominati su indicazione del vescovo, avevano diritto a un incarico annuale, che poteva essere di volta in volta rinnovato o revocato. Tutto questo non aveva creato problemi fino a vent’anni fa. Ma poi le cose sono cambiate.
Fino al principio degli anni Settanta, le cattedre di religione erano ricoperte in massima parte da sacerdoti e religiosi, ma da allora, crescendo a ritmo costante, la presenza dei laici ha cominciato a fare la parte del leone. E, per i laici, l’aspetto previdenziale ed economico assume un’importanza più decisiva. Sono nate così, negli ultimi due decenni, associazioni e sindacati che, a più riprese, tra difficoltà e diffidenze, si sono proposti di ottenere per i docenti di religione il riconoscimento di diritti comuni agli altri insegnanti dello Stato. Primo fra tutti, quello di un contratto stabile. Ma, allora, perché tanto tempo?
Questa richiesta, per sé legittima, sollevava una delicata questione giuridica, che è tornata a proporsi anche nel dibattito parlamentare del 5 dicembre. Un insegnante di religione immesso in ruolo potrebbe, dopo essere stato assunto dallo Stato, perdere la facoltà di insegnare per effetto di una decisione presa dall’autorità ecclesiastica: per effetto cioè della revoca, insindacabile, se non in sedi canoniche, dell’idoneità. Ecco perché Ds e Rifondazione comunista, insieme ad alcuni esponenti del mondo laico, nella maggioranza come nell’opposizione, hanno visto in questa legge un vero e proprio attentato alla laicità dello Stato, e un regalo fin troppo sfacciato alla Chiesa italiana.
«Poiché la revoca da parte dell’autorità diocesana» ha detto l’onorevole Alba Sasso dei Ds «legittimamente potrebbe riguardare questioni relative a scelte coerenti con le leggi ordinarie del nostro Stato (il divorzio, l’aborto), sarebbe assai imbarazzante per lo Stato italiano operare licenziamenti sulla base di revoca di altra autorità senza entrare in contraddizione con il proprio ordinamento. Sarebbe un bel colpo alla sovranità e alla laicità dello Stato».
Le nuove norme, a dire il vero, non prevedono che il docente a cui sia revocata l’idoneità venga licenziato. Prevedono che sia messo in mobilità: un’altra cattedra, di lettere o di matematica per esempio, purché abbia – ovviamente – i titoli che lo abilitano a insegnare queste materie. Nel peggiore dei casi, un altro posto di lavoro – bibliotecario, impiegato – sempre nell’amministrazione dello Stato. Ma è proprio su questo secondo punto che le critiche dell’opposizione laica si sono fatte più aspre. Li assume lo Stato, dicono, ma li seleziona la Chiesa sulla base di un’idoneità “confessionale”. Una volta revocata l’idoneità, questi docenti possono entrare a insegnare un’altra materia percorrendo, di fatto, un “canale” di reclutamento totalmente alternativo a quello tradizionale e che ha all’origine una designazione fatta da un’istituzione ecclesiastica.
Questa “piccola” legge apre dunque un pericoloso vulnus nel cuore laico dello Stato? O è semplicemente un atto di giustizia, un’operazione che riguarda più la materia del diritto del lavoro che il rapporto tra Stato e Chiesa?
Che la legge sia un bene per tutti, sostiene il Polo, lo dimostra il fatto che anche l’opposizione l’ha in parte votata. Del resto, proprio il centrosinistra aveva promosso un ddl molto simile, nella passata legislatura, che per poco non aveva concluso l’iter parlamentare, e non differiva moltissimo dall’attuale. Era più restrittivo, per molti versi: ma il principio dell’equiparazione giuridica era sancito in modo sostanzialmente identico.
L’onorevole Pietro Squeglia, della Margherita, ha sottolineato in aula – esprimendosi, a nome del Gruppo, a favore della nuova legge – che la validità e la centralità dell’insegnamento della religione vanno al di là di un’appartenenza confessionale: «Laicamente, con Croce, affermiamo che non possiamo non dirci cristiani. Questo è il motivo della presenza dell’insegnamento della religione cattolica nella scuola, del ruolo che esso svolge riguardo allo studio del fatto religioso come espressione dello spirito e della cultura dell’uomo». Certo è che il «non possiamo non dirci cristiani» di Croce passa anche per le percentuali dell’adesione all’ora di religione. Da quando, nel 1984, la religione è diventata materia facoltativa a tutti gli effetti, coloro che se ne sono avvalsi non sono mai scesi al di sotto del 92,9%, anche se il dato si riferisce complessivamente a tutti gli ambiti di scuola e non evidenzia alcune differenze. Nelle elementari la percentuale è altissima: ma va osservato che spesso è la maestra stessa a impartire l’istruzione religiosa, e i bambini difficilmente si adattano a uscire dalla classe mentre la maggior parte dei loro compagni resta sui banchi. Nelle scuole medie e soprattutto nelle superiori, il dato scende, fino a toccare punte molto basse in alcuni licei e istituti tecnici delle grandi città. Ma è innegabile che i giovani continuano a scegliere l’ora di religione in numero altissimo rispetto alle statistiche più ottimistiche sulla frequenza degli italiani alla messa domenicale.
A fronte di questo fenomeno, che resta stabile nel tempo, sacerdoti e religiosi salgono sempre meno in cattedra. Se nel 1993-94 erano il 36,6% sul totale dei professori di religione, nel 2001-2002 il dato è sceso al 19,9. È un fenomeno interessante perché, nella sua rapida evoluzione, non è spiegabile soltanto con il calo delle vocazioni e con il carico sempre più pressante di impegni pastorali del clero, ma forse anche con una certa disaffezione nei confronti di questa tradizionale presenza della Chiesa nella società.


Español English Français Deutsch Português