Il messaggio del 2003 di Giovanni Paolo II
Il fatto che gli Stati quasi in ogni parte del mondo si sentano obbligati ad onorare l’idea dei diritti umani mostra come siano potenti gli strumenti della convinzione morale e dell’integrità spirituale. Furono queste le forze che si rivelarono decisive in quella mobilitazione delle coscienze che fu all’origine della rivoluzione non violenta del 1989, evento che determinò il crollo del comunismo europeo.
di Giulio Andreotti

Papa Giovanni XXIII firma l’enciclica Pacem in terris, pubblicata l’11 aprile 1963
Sia nell’omelia della notte sia nel discorso che ha preceduto la solenne benedizione dall’esterno della basilica, il Papa ha ripreso i temi del Messaggio del capodanno 2003, diffuso con qualche settimana di anticipo per evitare la poca attenzione mediatica che la coincidenza con le distrazioni di San Silvestro ha comportato nel passato. Il documento è stato efficacemente presentato nella Sala stampa vaticana da monsignor Martino, chiamato ora a lavorare in curia dopo una lunga e brillante permanenza a New York come delegato apostolico presso l’Organizzazione delle Nazioni Unite. In questa eccezionale esperienza ha più volte constatato e fatto rilevare la natura della presenza diplomatica della Chiesa nel mondo: un servizio ai valori umani che non si identifica con alcuna scuola politica o alleanza temporale. Non sempre è chiara, anche ai tecnici dell’informazione, questa – mi si perdoni la dizione bizzarra – intrinseca superpoliticità della Santa Sede.
Così avviene che convergenze e divergenze siano commentate come allineamenti di carattere terreno. Nel presentare il testo del messaggio 2003 (intitolato Un impegno permanente) molta attenzione è stata data a questo inquadramento globale della presenza della Chiesa.
Il punto di partenza è la celebrazione dei quarant’anni (una cadenza peraltro inconsueta nella prassi vaticana, legata ai quarti di secolo giubilari) dell’enciclica Pacem in terris, che rappresentò un grande avvenimento storico. Della pace già Pio XII aveva fatto il centro del suo magistero: dallo stesso simbolo araldico (Opus iustitiae pax) all’inascoltato monito profetico espresso alla vigilia del micidiale secondo conflitto mondiale, sulle infinite possibilità costruttive di una rinuncia alla guerra.
L’opzione delle armi apriva prospettive comunque inquietanti. E l’accordo innaturale tra nazisti e sovietici rischiava – ove durasse – di comprimere ancora di più i popoli oppressi dalle due dittature; mentre uno schieramento dei grandi Paesi occidentali per mettere alle corde Hitler, ritenuto il male maggiore, poteva offrire ai comunisti di Mosca un terribile predominio in Europa. Quando, a guerra avanzata, il Papa rifiutò, per ragioni intrinseche di estraneità della Chiesa dai conflitti, di “benedire” gli Alleati, non poteva immaginare che in seguito sarebbe stata mistificata questa posizione presentandola come una propensione verso Hitler. È una indecorosa campagna denigratoria contro papa Pacelli ciclicamente ancora ricorrente. Come Pio XII aveva dichiarato al rappresentante personale del presidente degli Stati Uniti, la vittoria degli Alleati distrusse il nazifascismo, ma dette a Mosca una fortissima influenza – diretta o indiretta – sul continente europeo.
La conclusione del documento papale è programmatica. Occorre un impegno rinnovato e deciso per costruire un mondo di pace fondato sui quattro pilastri che Giovanni XXIII indicò nella sua storica enciclica ora rievocata:
«verità, giustizia, amore e libertà». Il pessimismo non si addice ai cristiani. Ancora una volta il Papa lo ha ribadito con grande vigore
Quando maturò il disegno di uno schieramento difensivo dalla minaccia dei sovietici, Pio XII, superando la estraneità naturale della Chiesa da ogni alleanza militare, contribuì a far maturare nei cattolici italiani la convinzione di questa necessità. Decisiva fu al riguardo l’udienza privata che il Pontefice dette al nostro ambasciatore a Washington Alberto Tarchiani. L’Alleanza atlantica, attraverso una costante superiorità militare, si formava per dissuadere Stalin dal portare avanti le sue idee di penetrazione anche armata. Qualcuno non comprese bene allora il carattere meramente difensivo della Nato, che sembrò espediente tattico. Ma è stato ormai il corso degli eventi a dimostrare questa limpida impostazione di un grande snodo di politica internazionale. Ricordo l’impegno che dovette mettere in campo De Gasperi per ottenere l’adesione politico-parlamentare, superando tante ostilità e non poche diffidenti incomprensioni.Giovanni XXIII, che aveva potuto conoscere i risvolti dell’Alleanza sia in Turchia che a Parigi, era ben convinto di questa impostazione difensiva, ma si prefisse un obiettivo molto preciso. Era ingiusto che fosse Stalin a certificare benemerenze pacifiche dei cittadini di tanti Paesi – Italia compresa – che andavano a Mosca a ricevere premi e brevetti. Essere contro la Nato era un merito che il Cremlino apprezzava e remunerava.
Specie, ma non solo, con la Pacem in terris papa Roncalli acquisì alla Chiesa il brevetto in materia. E Stalin non riuscì a sottrarsi all’insidia romana; anzi, quando ebbe in mano l’enciclica volle opporvi la controfirma per adesione. Da quel momento nelle case di milioni – credo sia giusto quantificare così – di famiglie, in sostituzione o spesso in aggiunta all’immagine di Stalin fu acquisito con entusiasmo il “santino” del Papa.
Ma non fu solo una massiccia operazione di immagine. Nel drammatico momento della crisi di Cuba (missili sovietici in viaggio) il Papa trovò il modo di offrire ad ambedue i contendenti la possibilità di uscire senza – come usa dirsi – perdere la faccia. Anche se sullo sfondo vi furono sostanziali concessioni, compreso lo smantellamento missilistico in Turchia e in Italia, che per fortuna non ebbe conseguenze successive di indebolimento.
A Giovanni Paolo II si deve senza dubbio un colpo decisivo all’egemonia sovietica perché è stato determinante per l’inizio della fine di quel comunismo. Nel libro di rivelazioni dell’ex agente del Kgb Mitrokhin si attestano le immediate inquietudini provocate dalla nomina del Papa polacco che, come arcivescovo di Cracovia era definito nelle classificazioni incrociate dei Servizi anticomunista attivo e pericoloso.
L’azione del Papa si è svolta secondo un triplice indirizzo: ha fatto leva innanzitutto sui giovani, esaltandone il ruolo, impegnandoli a non aver paura e facendone strumenti essenziali per la pace. Ha fortemente dilatato le rappresentanze pontificie con grande ampiezza di orizzonti; basti pensare alla Libia, a Israele, alla Palestina. Ha intrapreso infine viaggi apostolici in tutti i continenti, suscitando ovunque entusiasmi di popolo e rispettose attenzioni dei governanti.
La situazione mondiale è stata purtroppo nel frattempo marcata da crisi molto gravi. La terza guerra mondiale non c’è stata, grazie a Dio; ma i conflitti locali non si contano più; in Palestina lo spirito di convivenza è inesistente; e il terrorismo mondiale ha toccato – l’11 settembre 2001 – negli Stati Uniti un livello impensabile.

Papa Giovanni XXIII impartisce la benedizione Urbi et orbi
«Resta comunque vero che, nonostante molte difficoltà e ritardi, nei quarant’anni trascorsi si è avuto un notevole progresso verso la realizzazione della nobile visione di papa Giovanni XXIII. Il fatto che gli Stati quasi in ogni parte del mondo si sentano obbligati ad onorare l’idea dei diritti umani mostra come siano potenti gli strumenti della convinzione morale e dell’integrità spirituale. Furono queste le forze che si rivelarono decisive in quella mobilitazione delle coscienze che fu all’origine della rivoluzione non violenta del 1989, evento che determinò il crollo del comunismo europeo. E sebbene nozioni distorte di libertà, intesa come licenza, continuino a minacciare la democrazia e le società libere, è sicuramente significativo che, nei quarant’anni trascorsi dalla Pacem in terris, molte popolazioni del mondo siano diventate più libere; strutture di dialogo e di cooperazione tra le nazioni si siano rafforzate e la minaccia di una guerra globale nucleare, quale si profilò drasticamente ai tempi di papa Giovanni XXIII, sia stata efficacemente contenuta».
In altro punto chiave del Messaggio di capodanno si rievoca la grande speranza con cui papa Roncalli guardava all’Organizzazione delle Nazioni Unite vedendo in essa «uno strumento credibile per mantenere e rafforzare la pace nel mondo».
Questa riaffermata fiducia è particolarmente importante mentre sull’Onu si concentrano le speranze di chi non si arrende alla ineluttabilità della guerra.
La conclusione del documento papale è programmatica. Occorre un impegno rinnovato e deciso per costruire un mondo di pace fondato sui quattro pilastri che Giovanni XXIII indicò nella sua storica enciclica ora rievocata: «verità, giustizia, amore e libertà».
Il pessimismo non si addice ai cristiani. Ancora una volta il Papa lo ha ribadito con grande vigore.