Presidente laico, cioè cristiano
Intervista con monsignor Alberto Ablondi, pastore della città toscana dove è nato il decimo presidente della Repubblica: «Per capire Ciampi bisogna conoscere questa città: c’è una tale apertura, disponibilità, attenzione, che idee diverse non portano alla violenza della divisione»
Intervista con Alberto Ablondi di Gianni Cardinale
Il 13 maggio Carlo Azeglio
Ciampi è stato eletto decimo presidente della Repubblica Italiana.
L’elezione è avvenuta al primo scrutinio con 707 voti sui 990
espressi. Le reazioni del mondo cattolico riguardo al nuovo inquilino del
Quirinale sono state generalmente positive. La Radio Vaticana ha rammentato
il fatto che Ciampi è stato educato cattolicamente; l’Avvenire lo ha definito
«un “ministro”, un vero servitore dello Stato»; il
parroco romano di San Saturnino ha ricordato che frequenta abitualmente,
insieme alla moglie Franca, la parrocchia...
Sulla stessa lunghezza d’onda c’è anche Alberto Ablondi, vescovo di Livorno, città natale di Ciampi. Ablondi, nato a Milano 75 anni fa, è responsabile della diocesi labronica dal 1970 e attualmente ricopre anche l’incarico di vicepresidente della Conferenza episcopale italiana.

Eccellenza, quale è stata la sua prima reazione
all’elezione del livornese Ciampi a presidente della Repubblica?
ALBERTO ABLONDI: Gli ho scritto una lettera pubblica sul Tirreno e poi anche una privata dicendogli “grazie”, perché in fondo la sua elezione è stata un momento di unità per il popolo italiano e ha dato rilevanza nazionale anche alla città di Livorno. Nella mia diocesi di questa nomina non hanno fatto una questione di campanile. Non ci sono state particolari esplosioni. Direi che nella manifestazione della gioia, della soddisfazione, i livornesi hanno saputo sintonizzarsi con lo stile dell’uomo. C’è il livornese col suo fondo etrusco-mediterraneo, quindi caliente. C’è però il livornese più moderato (benché ugualmente aperto, sensibile). Le manifestazioni di soddisfazione sono state sintonizzate sull’atteggiamento di Ciampi, che corrisponde a questa seconda espressione del popolo livornese.
Lei ha avuto modo di incontrarlo, di conoscerlo?
ABLONDI: Con lui ho avuto vari incontri, piuttosto brevi. Ma che hanno rivelato una sintonia da cui sono rimasto colpito. Alcuni accenni a problematiche di carattere locale me lo hanno fatto sentire vicino – aggettivo che, almeno per quanto mi riguarda, uso con molta attenzione. Direi anche che ho potuto conoscerlo indirettamente attraverso sua zia, Milla Ciampi, da venticinque anni collaboratrice del Movimento ecumenico e del dialogo interreligioso di Livorno. Capace di una vivacità di rapporti e di una fedeltà cattolica ecumenica infrangibile. Non c’è festa ebraica durante la quale lei non vada in sinagoga a rappresentare il vescovo, anche se il vescovo non lo sa, perché lei sa che ne ha la delega. Né mi ha mai compromesso; al contrario, mi ha sempre facilitato richiamandomi date, scadenze, opportunità, delicatezze. Questa è una conoscenza indiretta, ma ad un certo momento gli alberi si conoscono dai frutti. Milla è novantenne, ha cessato lo scorso anno di essere responsabile del Movimento ecumenico, ma non smette di partecipare a manifestazioni, anche un po’ vivaci, come quella celebrata il 17 gennaio scorso, giornata del dialogo ebraico-cristiano, sul tema “La musica ci affratella”.
È noto che Ciampi frequenta abitualmente la messa domenicale. Ma è altrettanto nota la sua matrice culturale di stampo azionista. Cosa vuol dire questo per lei, uomo di Chiesa?
ABLONDI: Forse per conoscere bene il presidente bisogna conoscere Livorno. È una città aperta da sempre. Le sue origini risalgono al Cinquecento, i granduchi la popolarono con persone che avevano dei guai con la giustizia. E resta un po’ caratterizzata da questa vivacità. Anche per reazione all’ambiente toscano più perbene. A Livorno c’è una tale apertura, disponibilità, attenzione, che le idee diverse non portano alla violenza della divisione. Confronto magari chiassoso, ma pieno di rispetto. Faccio un esempio per dirle quanto sia incarnato nell’humus livornese questo senso di apertura: centotré anni fa a Livorno si è tenuto il primo Congresso mariano internazionale a sfondo ecumenico e si è concluso con un pranzo per i poveri nei locali del vescovado, che è stato servito dalle signore della comunità ebraica. Centotré anni fa! Quindi in questo contesto le derivazioni politiche del presidente non possono assumere un carattere che abbia altri criteri se non quelli della libertà, dell’apertura, dell’attenzione. Io parlo da innamorato della mia gente. Livorno non ha monumenti belli come Lucca, Siena, Firenze. Il monumento più bello di questa città è il suo popolo.
Ciampi, laico cristiano, ma non clericale, quindi, senza particolari agganci ecclesiastici ed ecclesiali…
ABLONDI: Certo, io vorrei che ogni laico cristiano avesse un impegno ecclesiale totale. Però capisco anche che un uomo politico che non ha particolari rapporti o incarichi resta più libero, mi si permetta l’espressione, anche quando vuol fare un favore. Io ho chiesto qualche volta cose, a Livorno, a persone cui non avrei dovuto chiederle. Ma le ho chieste a loro perché sapevo che erano da tutt’altra parte e giudicavano con un criterio di giustizia. Sapevo che queste mie richieste sarebbero state giudicate con un criterio di giustizia e non di parte.
Sulla stessa lunghezza d’onda c’è anche Alberto Ablondi, vescovo di Livorno, città natale di Ciampi. Ablondi, nato a Milano 75 anni fa, è responsabile della diocesi labronica dal 1970 e attualmente ricopre anche l’incarico di vicepresidente della Conferenza episcopale italiana.

Carlo Azeglio Ciampi, tra i presidenti della Camera e del Senato, Luciano Violante e Nicola Mancino, il 13 maggio 1999
ALBERTO ABLONDI: Gli ho scritto una lettera pubblica sul Tirreno e poi anche una privata dicendogli “grazie”, perché in fondo la sua elezione è stata un momento di unità per il popolo italiano e ha dato rilevanza nazionale anche alla città di Livorno. Nella mia diocesi di questa nomina non hanno fatto una questione di campanile. Non ci sono state particolari esplosioni. Direi che nella manifestazione della gioia, della soddisfazione, i livornesi hanno saputo sintonizzarsi con lo stile dell’uomo. C’è il livornese col suo fondo etrusco-mediterraneo, quindi caliente. C’è però il livornese più moderato (benché ugualmente aperto, sensibile). Le manifestazioni di soddisfazione sono state sintonizzate sull’atteggiamento di Ciampi, che corrisponde a questa seconda espressione del popolo livornese.
Lei ha avuto modo di incontrarlo, di conoscerlo?
ABLONDI: Con lui ho avuto vari incontri, piuttosto brevi. Ma che hanno rivelato una sintonia da cui sono rimasto colpito. Alcuni accenni a problematiche di carattere locale me lo hanno fatto sentire vicino – aggettivo che, almeno per quanto mi riguarda, uso con molta attenzione. Direi anche che ho potuto conoscerlo indirettamente attraverso sua zia, Milla Ciampi, da venticinque anni collaboratrice del Movimento ecumenico e del dialogo interreligioso di Livorno. Capace di una vivacità di rapporti e di una fedeltà cattolica ecumenica infrangibile. Non c’è festa ebraica durante la quale lei non vada in sinagoga a rappresentare il vescovo, anche se il vescovo non lo sa, perché lei sa che ne ha la delega. Né mi ha mai compromesso; al contrario, mi ha sempre facilitato richiamandomi date, scadenze, opportunità, delicatezze. Questa è una conoscenza indiretta, ma ad un certo momento gli alberi si conoscono dai frutti. Milla è novantenne, ha cessato lo scorso anno di essere responsabile del Movimento ecumenico, ma non smette di partecipare a manifestazioni, anche un po’ vivaci, come quella celebrata il 17 gennaio scorso, giornata del dialogo ebraico-cristiano, sul tema “La musica ci affratella”.
È noto che Ciampi frequenta abitualmente la messa domenicale. Ma è altrettanto nota la sua matrice culturale di stampo azionista. Cosa vuol dire questo per lei, uomo di Chiesa?
ABLONDI: Forse per conoscere bene il presidente bisogna conoscere Livorno. È una città aperta da sempre. Le sue origini risalgono al Cinquecento, i granduchi la popolarono con persone che avevano dei guai con la giustizia. E resta un po’ caratterizzata da questa vivacità. Anche per reazione all’ambiente toscano più perbene. A Livorno c’è una tale apertura, disponibilità, attenzione, che le idee diverse non portano alla violenza della divisione. Confronto magari chiassoso, ma pieno di rispetto. Faccio un esempio per dirle quanto sia incarnato nell’humus livornese questo senso di apertura: centotré anni fa a Livorno si è tenuto il primo Congresso mariano internazionale a sfondo ecumenico e si è concluso con un pranzo per i poveri nei locali del vescovado, che è stato servito dalle signore della comunità ebraica. Centotré anni fa! Quindi in questo contesto le derivazioni politiche del presidente non possono assumere un carattere che abbia altri criteri se non quelli della libertà, dell’apertura, dell’attenzione. Io parlo da innamorato della mia gente. Livorno non ha monumenti belli come Lucca, Siena, Firenze. Il monumento più bello di questa città è il suo popolo.
Ciampi, laico cristiano, ma non clericale, quindi, senza particolari agganci ecclesiastici ed ecclesiali…
ABLONDI: Certo, io vorrei che ogni laico cristiano avesse un impegno ecclesiale totale. Però capisco anche che un uomo politico che non ha particolari rapporti o incarichi resta più libero, mi si permetta l’espressione, anche quando vuol fare un favore. Io ho chiesto qualche volta cose, a Livorno, a persone cui non avrei dovuto chiederle. Ma le ho chieste a loro perché sapevo che erano da tutt’altra parte e giudicavano con un criterio di giustizia. Sapevo che queste mie richieste sarebbero state giudicate con un criterio di giustizia e non di parte.