Il popolo di Dio nel fulgore della fede, della speranza, della carità
Un articolo del sottosegretario del Pontificio consiglio per i laici sull’incontro di riflessione e di dialogo che si è svolto a Roma sulla sollecitudine pastorale dei vescovi a riguardo dei movimenti e delle nuove comunità ecclesiali
di Guzmán Carriquiry
È un fatto
straordinario che tanti cardinali e vescovi – quasi cento! – di
ogni parte del mondo si ritrovino a Roma, non per un sinodo ma per un
incontro di riflessione e di dialogo del quale sono partecipanti esclusivi.
Singolare inoltre che siano stati convocati dal dicastero della curia
romana che si occupa dei laici, anche se in collaborazione con la
Congregazione per i vescovi e la Congregazione per la dottrina della fede.
Dal 16 al 19 giugno scorso, infatti, ospitati nel Pontificio Ateneo dei
Legionari di Cristo, hanno avuto come tema di scambio e di studio:
«Movimenti ecclesiali e nuove comunità nella sollecitudine
pastorale dei vescovi».

Lungi da qualsiasi pretesa di
“indottrinamento”, il seminario ha voluto mettere a confronto
le esperienze, le preoccupazioni e le attese dei vescovi in rapporto alla
crescente partecipazione dei “movimenti” alla vita delle Chiese
locali, alla luce del ricco magistero del Pastore universale a questo
riguardo. Affinché i loro carismi siano sempre più fecondi
per «l’utilità comune». È stato dunque un
dialogo a tutto campo, in un clima – come ha sottolineato il
cardinale James Francis Stafford, presidente del Pontificio consiglio per i
laici – «di grande libertà e cordialità».
Ma anche di intenso coinvolgimento, se si pensa che i cento partecipanti
hanno dimostrato puntuale assiduità e attivissima partecipazione per
tre giorni interi, senza subire minimamente la tentazione della
“dispersione” tra i vicini amici e uffici della curia romana.
Infatti, dopo il saluto del cardinale presidente e le due conferenze
introduttive – la prima a cura del segretario del Pontificio
consiglio per i laici, monsignor Stanislaw Rylko, su
«L’avvenimento del 30 maggio [1998] e le sue conseguenze
ecclesiologiche e pastorali per la vita della Chiesa», e
l’altra del sottoscritto Guzmán Carriquiry, sottosegretario,
sui movimenti ecclesiali come “risposta provvidenziale” nel
contesto sociale, culturale e religioso di oggi –, il programma ha
favorito una viva espressività e scambio tra i cardinali e i vescovi
presenti: quasi un pomeriggio intero di dialogo – domande, interventi
e risposte – tra loro e il cardinale Joseph Ratzinger! E senza
bisogno di relazione introduttiva, giacché tra i documenti
preparatori era stata distribuita quella magistrale conferenza che il
prefetto della Congregazione per la dottrina della fede pronunciò un
anno fa al Congresso mondiale dei movimenti ecclesiali, e nella quale si
indicava che la collocazione teologica dei “movimenti” doveva
evitare le riduzioni confuse della dialettica tra “carisma e
istituzione”, tra “cristologia e pneumatologia”, tra
“gerarchia e profetismo”, ma derivare da uno sguardo attento
alle modalità con le quali lo Spirito di Dio agisce in mezzo agli
uomini, nelle diverse fasi storiche, per un risorgere della Tradizione
cristiana e un rilancio della missione universale, con a capo il successore
di Pietro. Provocato circa la sua personale esperienza con i movimenti,
Ratzinger ha ricordato che i suoi primi contatti risalgono alla metà
degli anni Sessanta. Ha parlato dell’incontro coi neocatecumenali che
rimettevano al centro il «battesimo, sacramento assai dimenticato
nella Chiesa, mentre è il fondamento della nostra fede, in un tempo
in cui la famiglia e la scuola sono sempre meno un’iniziazione alla
fede»; e di come alla fine degli anni Sessanta abbia «trovato
don Giussani e i suoi nelle università»:
«Nell’epoca della rivoluzione marxista non rispondevano in
forma reattiva e con un atteggiamento conservatore ma con una rivoluzione
più fresca e più radicale, quella della fede
cristiana». E ancora dell’incontro con gente del Rinnovamento
nello Spirito: «Ho così avuto la gioia e la grazia di vedere
giovani cristiani toccati dalla forza dello Spirito Santo». E in
tutto ciò, «in un momento di fatica nel quale si parlava di
“inverno della Chiesa”, lo Spirito faceva intravedere i segni
di quella primavera annunciata dal Concilio Vaticano II». Era una
risposta – ha detto il cardinale tedesco – a due esperienze
negative vissute in Germania: nel mondo accademico, dove la teologia si
allontanava sempre più da una fede entusiasta, per essere totalmente
uguale alle altre discipline, diventando così «freddamente
scientifica», ridotta a fenomeno di «oppressione della fede da
parte di una ragione unilaterale»; e una crescente burocratizzazione
della Chiesa. Il dialogo è proseguito ancora con un giorno intero
animato da una tavola rotonda, presieduta dal cardinale Lucas Moreira
Neves, prefetto della Congregazione per i vescovi, con interventi dei
cardinali Jean-Marie Lustiger (Parigi) e Adrianus J. Simonis (Utrecht) e
dei vescovi Theodore McCarrik (Newark), Robert Sarah (Conakry) e Carlo
Caffarra (Ferrara), e poi di tanti altri, sulle esperienze personali e
diocesane di incontro, a volte di qualche scontro, con i
“movimenti”. E, infine, una mattina di confronto faccia a
faccia dei cardinali e vescovi con fondatori e responsabili di alcune
realtà molto significative: Chiara Lubich per i Focolari, Kiko
Argüello per le Comunità neocatecumenali, un testo di monsignor
Luigi Giussani letto da don Stefano Alberto (suo vicino collaboratore in
seno a Comunione e liberazione), Andrea Riccardi della Comunità di
Sant’Egidio, Gérald Arbola per la Communauté Emmanuelle
e Salvatore Martínez del Rinnovamento nello Spirito Santo in Italia.
Approcci storici e giuridico-canonici hanno completato i lavori.
La tensione missionaria con la quale si è affrontata la realtà della Chiesa, il ministero dei pastori e il contributo dei “movimenti” è stata espressa dal messaggio autografo del Santo Padre (appena giunto a Roma dopo il lungo viaggio in Polonia), letto a conclusione del seminario: quell’ansia di «raggiungere gli uomini e di parlare al loro cuore, alla loro intelligenza, alla loro libertà, alla loro sete di felicità nasce dall’ansia stessa di Cristo per l’uomo». Giovanni Paolo II sottolinea nel messaggio come tra molti si sia «indebolita o persino spenta la fede e si sia aperta la strada a credenze irrazionali», come sia frequente la riduzione della fede a «esperienza frammentaria ed occasionale, proprio quella fede che al contrario dovrebbe vivificare l’intera esperienza umana», come siano necessarie «forme nuove di annuncio e di azione missionaria, più consone alle necessità della nostra epoca». Ci vuole una «essenzialità di esperienza e di proposta cristiana negli incontri e nelle amicizie di ogni giorno». L’eco di tanti interventi nel seminario si avvertiva anche nelle parole del cardinale Ratzinger quando diceva: «Dopo il ’68 c’è stata un’esplosione di secolarismo che ha radicalizzato un processo in corso da duecento anni: il fondamento cristiano è diminuito. Non c’è più una cultura cattolica a sostegno della fede. Pensiamo al fatto che fino a quarant’anni fa era impensabile una legislazione che trattasse un’unione omosessuale quasi come un matrimonio. Ora dobbiamo riformulare le nostre ragioni per arrivare di nuovo alla coscienza dell’uomo di oggi, e dobbiamo accettare un conflitto di valori per cui dobbiamo difendere l’uomo, non solo la Chiesa, come ha scritto il Papa in molte sue encicliche. Di fronte alla secolarizzazione, per essere contemporanei all’uomo di oggi non bisogna tuttavia perdere la contemporaneità con la Chiesa di tutti i tempi. Per questo occorre avere una identità di fede molto chiara, ispirata da una gioiosa esperienza della verità di Dio. E così torniamo ai movimenti, che offrono questa gioiosa esperienza […]. In questa società di massa, aiutano a trovare, in una Chiesa che può apparire come una grande organizzazione internazionale, una casa dove si vive la familiarità della famiglia di Dio e nello stesso tempo si rimane nella grande famiglia universale dei santi di tutti i tempi». I “movimenti” sono stati certamente valorizzati da molti dei partecipanti come emergenze carismatiche che “muovono” verso l’incontro personale con Gesù Cristo, segni e riflessi nelle loro forme di vita comunitaria del mistero di comunione che è la Chiesa, compagnie educative e catechetiche, soggetti reali di missione ad gentes nei più diversi ambienti, forze operose nella carità all’incontro di tutti i bisogni e di ricostruzione di un tessuto umano secondo dignità, sussidiarietà e solidarietà. La loro realtà richiama a una rinnovata autocoscienza della Chiesa, approfondita dalle inscindibili dimensioni «petrina e mariana» (Stafford), «locale e universale» (Moreira Neves), dai «doni sacramentali, gerarchici e carismatici che le sono coessenziali», essa stessa, la Chiesa, un “movimento” che dalla vita trinitaria si comunica alla storia umana. Allo stesso tempo, è stato ben presente a tutti quanto il Papa disse quel 30 maggio 1998 in piazza San Pietro ai “movimenti” e che ha ripetuto nel messaggio al seminario: «Oggi dinanzi a voi si apre una tappa nuova: quella della maturità ecclesiale. Ciò non vuol dire che tutti i problemi siano stati risolti. È piuttosto una sfida. Una via da percorrere». «Malattie infantili» della crescita ha detto monsignor Rylko sono: «L’assolutizzazione del movimento di appartenenza e il senso di superiorità nei confronti delle altre realtà aggregative, accompagnati dal desiderio d’imporre il proprio raggruppamento su tutti; l’entusiasmo religioso da neofiti, che a volte genera esuberanze ed esagerazioni unilaterali […]; la chiusura nell’ambito del proprio gruppo, che può portare a estraniarsi dal contesto della vita parrocchiale e diocesana; il rischio di considerare la comunità come una sorta di rifugio, dove annidarsi per eludere i problemi della vita familiare e sociale». Preoccupazioni puntuali, indicate qui o là per alcune esperienze (difficile parlare genericamente dei “movimenti” quando ciascuno ha i propri pregi e limiti...), si sono manifestate riguardo a forme di pietismo entusiastico, a tentazioni di spiritualismo evanescente, a deficit in quanto a una più rigorosa intelligenza cristiana della realtà. Richiami sono stati fatti alla necessità di una più fattiva presenza missionaria in situazioni critiche, se non addirittura drammatiche, nelle quali vivono moltitudini di poveri ed emarginati, in Paesi di aggressivo “confessionalismo” religioso, in regioni dove la Chiesa è quasi assente. Questa fase di “maturità” implica sì una istituzionalizzazione dei “movimenti”, così come è accaduto anche in passato. «Pensiamo al monachesimo e al francescanesimo» ha suggerito Ratzinger: «Una certa struttura è essenziale per un effetto più ordinato e una integrazione nella vita della Chiesa. Ma bisogna stare attenti che l’istituzionalizzazione non diventi una corazza sulla vita; occorre che l’elemento istituzionale non spenga lo Spirito». Se questo vale per i singoli movimenti, tanto più è necessario stare all’erta contro ogni tentazione di coordinamento di un “blocco movimentista” nella Chiesa, di un “supermovimento” dei “movimenti”.
Non si sono neanche ignorati gli ostacoli che alla vita dei “movimenti” sono posti dall’«attitudine titubante, se non addirittura negativa, di pastori», quando agiscono mossi da una mancanza di conoscenza o da una loro conoscenza unilaterale, da pregiudizi pastorali che spesso generalizzano singole esperienze negative per squalificare il tutto, da una rigida concezione della comunione ecclesiale che non ammette alcuna diversità, da un’altrettanto rigida visione della pianificazione e del coordinamento pastorale nelle parrocchie e nelle diocesi che obbliga tutti a fare le stesse cose nello stesso tempo, da una insufficiente comprensione del fatto che ogni carisma ha bisogno per il suo sviluppo di un necessario spazio di libertà. È stata ben chiara per tutti l’esigenza, richiamata dal messaggio pontificio, di «una sempre più salda comunione [dei movimenti] con i pastori che Dio ha scelto e consacrato per radunare e santificare il suo popolo nel fulgore della fede, della speranza e della carità […], ai quali appartiene il compito di discernere l’autenticità dei carismi per disporne il giusto esercizio nell’ambito della Chiesa». Giovanni Paolo II ha invitato i vescovi ad «aprire gli occhi del cuore e della mente, per riconoscere le molteplici forme della presenza dello Spirito nella Chiesa», chiedendo «magnanimità nella paternità e carità lungimirante». Un’opportuna e illuminante iniziativa, apprezzata dal Papa e da tutti i partecipanti...

Un momento del seminario che si è svolto a Roma dal 16 al 19 giugno 1999 nel Pontificio Ateneo dei Legionari di Cristo
La tensione missionaria con la quale si è affrontata la realtà della Chiesa, il ministero dei pastori e il contributo dei “movimenti” è stata espressa dal messaggio autografo del Santo Padre (appena giunto a Roma dopo il lungo viaggio in Polonia), letto a conclusione del seminario: quell’ansia di «raggiungere gli uomini e di parlare al loro cuore, alla loro intelligenza, alla loro libertà, alla loro sete di felicità nasce dall’ansia stessa di Cristo per l’uomo». Giovanni Paolo II sottolinea nel messaggio come tra molti si sia «indebolita o persino spenta la fede e si sia aperta la strada a credenze irrazionali», come sia frequente la riduzione della fede a «esperienza frammentaria ed occasionale, proprio quella fede che al contrario dovrebbe vivificare l’intera esperienza umana», come siano necessarie «forme nuove di annuncio e di azione missionaria, più consone alle necessità della nostra epoca». Ci vuole una «essenzialità di esperienza e di proposta cristiana negli incontri e nelle amicizie di ogni giorno». L’eco di tanti interventi nel seminario si avvertiva anche nelle parole del cardinale Ratzinger quando diceva: «Dopo il ’68 c’è stata un’esplosione di secolarismo che ha radicalizzato un processo in corso da duecento anni: il fondamento cristiano è diminuito. Non c’è più una cultura cattolica a sostegno della fede. Pensiamo al fatto che fino a quarant’anni fa era impensabile una legislazione che trattasse un’unione omosessuale quasi come un matrimonio. Ora dobbiamo riformulare le nostre ragioni per arrivare di nuovo alla coscienza dell’uomo di oggi, e dobbiamo accettare un conflitto di valori per cui dobbiamo difendere l’uomo, non solo la Chiesa, come ha scritto il Papa in molte sue encicliche. Di fronte alla secolarizzazione, per essere contemporanei all’uomo di oggi non bisogna tuttavia perdere la contemporaneità con la Chiesa di tutti i tempi. Per questo occorre avere una identità di fede molto chiara, ispirata da una gioiosa esperienza della verità di Dio. E così torniamo ai movimenti, che offrono questa gioiosa esperienza […]. In questa società di massa, aiutano a trovare, in una Chiesa che può apparire come una grande organizzazione internazionale, una casa dove si vive la familiarità della famiglia di Dio e nello stesso tempo si rimane nella grande famiglia universale dei santi di tutti i tempi». I “movimenti” sono stati certamente valorizzati da molti dei partecipanti come emergenze carismatiche che “muovono” verso l’incontro personale con Gesù Cristo, segni e riflessi nelle loro forme di vita comunitaria del mistero di comunione che è la Chiesa, compagnie educative e catechetiche, soggetti reali di missione ad gentes nei più diversi ambienti, forze operose nella carità all’incontro di tutti i bisogni e di ricostruzione di un tessuto umano secondo dignità, sussidiarietà e solidarietà. La loro realtà richiama a una rinnovata autocoscienza della Chiesa, approfondita dalle inscindibili dimensioni «petrina e mariana» (Stafford), «locale e universale» (Moreira Neves), dai «doni sacramentali, gerarchici e carismatici che le sono coessenziali», essa stessa, la Chiesa, un “movimento” che dalla vita trinitaria si comunica alla storia umana. Allo stesso tempo, è stato ben presente a tutti quanto il Papa disse quel 30 maggio 1998 in piazza San Pietro ai “movimenti” e che ha ripetuto nel messaggio al seminario: «Oggi dinanzi a voi si apre una tappa nuova: quella della maturità ecclesiale. Ciò non vuol dire che tutti i problemi siano stati risolti. È piuttosto una sfida. Una via da percorrere». «Malattie infantili» della crescita ha detto monsignor Rylko sono: «L’assolutizzazione del movimento di appartenenza e il senso di superiorità nei confronti delle altre realtà aggregative, accompagnati dal desiderio d’imporre il proprio raggruppamento su tutti; l’entusiasmo religioso da neofiti, che a volte genera esuberanze ed esagerazioni unilaterali […]; la chiusura nell’ambito del proprio gruppo, che può portare a estraniarsi dal contesto della vita parrocchiale e diocesana; il rischio di considerare la comunità come una sorta di rifugio, dove annidarsi per eludere i problemi della vita familiare e sociale». Preoccupazioni puntuali, indicate qui o là per alcune esperienze (difficile parlare genericamente dei “movimenti” quando ciascuno ha i propri pregi e limiti...), si sono manifestate riguardo a forme di pietismo entusiastico, a tentazioni di spiritualismo evanescente, a deficit in quanto a una più rigorosa intelligenza cristiana della realtà. Richiami sono stati fatti alla necessità di una più fattiva presenza missionaria in situazioni critiche, se non addirittura drammatiche, nelle quali vivono moltitudini di poveri ed emarginati, in Paesi di aggressivo “confessionalismo” religioso, in regioni dove la Chiesa è quasi assente. Questa fase di “maturità” implica sì una istituzionalizzazione dei “movimenti”, così come è accaduto anche in passato. «Pensiamo al monachesimo e al francescanesimo» ha suggerito Ratzinger: «Una certa struttura è essenziale per un effetto più ordinato e una integrazione nella vita della Chiesa. Ma bisogna stare attenti che l’istituzionalizzazione non diventi una corazza sulla vita; occorre che l’elemento istituzionale non spenga lo Spirito». Se questo vale per i singoli movimenti, tanto più è necessario stare all’erta contro ogni tentazione di coordinamento di un “blocco movimentista” nella Chiesa, di un “supermovimento” dei “movimenti”.
Non si sono neanche ignorati gli ostacoli che alla vita dei “movimenti” sono posti dall’«attitudine titubante, se non addirittura negativa, di pastori», quando agiscono mossi da una mancanza di conoscenza o da una loro conoscenza unilaterale, da pregiudizi pastorali che spesso generalizzano singole esperienze negative per squalificare il tutto, da una rigida concezione della comunione ecclesiale che non ammette alcuna diversità, da un’altrettanto rigida visione della pianificazione e del coordinamento pastorale nelle parrocchie e nelle diocesi che obbliga tutti a fare le stesse cose nello stesso tempo, da una insufficiente comprensione del fatto che ogni carisma ha bisogno per il suo sviluppo di un necessario spazio di libertà. È stata ben chiara per tutti l’esigenza, richiamata dal messaggio pontificio, di «una sempre più salda comunione [dei movimenti] con i pastori che Dio ha scelto e consacrato per radunare e santificare il suo popolo nel fulgore della fede, della speranza e della carità […], ai quali appartiene il compito di discernere l’autenticità dei carismi per disporne il giusto esercizio nell’ambito della Chiesa». Giovanni Paolo II ha invitato i vescovi ad «aprire gli occhi del cuore e della mente, per riconoscere le molteplici forme della presenza dello Spirito nella Chiesa», chiedendo «magnanimità nella paternità e carità lungimirante». Un’opportuna e illuminante iniziativa, apprezzata dal Papa e da tutti i partecipanti...