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ISRAELE
tratto dal n. 06 - 1999

PERSONAGGI. Incontro con il rabbino capo sefardita

E adesso pace e riconciliazione


«Ancora oggi il pericolo maggiore è quello di guerre a carattere religioso. Il processo di pace zoppica perché gli estremisti introducono una componente religiosa esacerbando gli animi». Ma con il nuovo governo di Barak le cose possono cambiare. Parla Eliahu Bakshi Doron


Intervista con Eliahu Bakshi Doron di Giovanni Cubeddu e Rafi Luzon


All’indomani delle elezioni che hanno promosso il laburista Ehud Barak a primo ministro di Israele, le due massime autorità religiose che rappresentano etnicamente l’ebraismo ortodosso israeliano – il rabbino capo askenazita Israel Lau e quello sefardita Eliahu Bakshi Doron – hanno manifestato la propria soddisfazione per l’avvento al potere di un leader “laico”. «C’è un vento nuovo che ci trova consenzienti», hanno dichiarato in un comunicato congiunto, cercando di accantonare le tensioni politico-religiose che hanno fino a ieri caratterizzato l’era Netanyahu. Pace e riconciliazione, ecco le parole d’ordine. «Siamo molto fiduciosi in un cambio di atmosfera in Israele, in un riavvicinamento dopo le lacerazioni che hanno sconvolto la società in questi ultimi anni», ci dice Bakshi Doron. «E sono incoraggianti» continua «le prime dichiarazioni del primo ministro Barak, che urgono all’unità, al desiderio di formare una coalizione governativa più ampia possibile». Del resto il sorprendente successo elettorale del partito sefardita Shas, ultraortodosso sui temi religiosi ma non “falco” in politica estera, è su questa linea e può aprire scenari nuovi nella politica israeliana e mediorientale.
Gli arabi cittadini d’Israele trovano in Eliahu Bakshi Doron una guida autorevole e dal tratto moderato, realista. È celebre anche per la sua proposta di riunire in un solo vertice il gran rabbinato askenazita e quello sefardita. Ci dice: «Grazie a Dio, dopo cinquant’anni dalla fondazione dello Stato d’Israele è giunto il momento di integrare le due cariche. A suo tempo fu creata questa doppia carica per far fronte al “melting pot” israeliano di ebrei di ottanta diverse provenienze. Ora c’è una quasi perfetta integrazione e non vedo ragione di tenere in piedi questa cosa. Ci arriveremo per gradi».
Bakshi Doron è nato a Gerusalemme nel ’41 e dal ’93 è il rabbino capo sefardita d’Israele. Molti poveri e diseredati del Paese hanno toccato con mano i risultati della sua attività a loro favore. Ha accettato di incontrare 30Giorni, e ci ha parlato dell’identità di Israele tra teocrazia e democrazia, dei pericoli sempre in agguato di guerre religiose e di come vorrebbe accogliere il Papa in visita in Israele. Abbiamo discusso infine anche della guerra in Iugoslavia. A chi ha accostato la pulizia etnica alla nazista “soluzione finale” il presidente israeliano Ezer Weizman – proprio nell’Holocaust Day che si è celebrato tra il 12 e il 13 aprile scorso in Israele – ha risposto che «l’Olocausto non ha eguali e non può essere paragonato a quanto sta accadendo ora». Il rabbino capo sefardita sarà anche più esplicito.

Rabbino Bakshi Doron, nel Paese i “religiosi” e i “laici” da tempo manifestano segni di crescente conflitto. Qual è il giusto rapporto tra religione e Stato in Israele?
ELIAHU BAKSHI DORON: È vero, il Paese è diviso dalle polemiche tra “religiosi” e “laici”, ma ciò è un fatto temporaneo, conseguenza delle lotte politiche. Lo Stato d’Israele è un Paese che viene definito “ebraico” e “democratico”, benché possano esserci contraddizioni tra le due definizioni. Questo però è il sentire del popolo, che vuole contemporaneamente una democrazia e uno Stato ebraico. Ed è condiviso anche dai laici che questo Stato pur democratico si fondi su valori religiosi ebraici… benché in alcuni casi cozzino con la democrazia. Ora, da noi tale divario è alimentato dagli estremisti dei due campi: gli uni vorrebbero lo Stato basato solo sulla legge religiosa, gli altri che fosse fondato su leggi non ebraiche. Questa frizione provoca un divario che normalmente si accentua sempre alla vigilia delle elezioni.
Non bisogna dimenticare che la maggioranza assoluta della popolazione che vive in Israele vuole mantenere il Paese così, con le varie componenti che vivono in pace. La mia speranza è che si continui a convivere come siamo riusciti a farlo in cinquant’anni.
Sorgono però questioni delicate quando si prendono decisioni vitali che impongono la scelta su quale dei due valori, Stato o religione, vada considerato prioritario…
BAKSHI DORON: Anche nella Carta costituzionale c’è prima la definizione «Stato ebraico» e dopo «democratico», questo è un fatto.
Sono tipi di valori che ci hanno permesso di sopravvivere per duemila anni e che anche oggi fungono da faro per il popolo ebraico che vive fuori da Israele.
Lei prima ha ricordato i primi cinquant’anni di vita dello Stato di Israele. È cambiato il rapporto tra la popolazione e la fede in questo arco di tempo? Lei sa bene che in febbraio, mentre 50mila laici protestavano contro le ingerenze dei religiosi nello Stato, 300mila ultraortodossi hanno “invaso” Gerusalemme per protestare contro le sentenze della Corte suprema.
BAKSHI DORON: Forse perché i religiosi sono più militanti. È come nella vita di coppia: per convivere bene, anche se potrebbe non esserci amore, si giunge a compromessi per salvaguardare la famiglia. In fondo il rapporto tra religiosi e laici è rimasto quasi uguale. Solo che ora i religiosi scendono più spesso in piazza.
Anche all’esterno di Israele si è avuta eco dei conflitti tra le diverse famiglie religiose ebraiche: ortodossi, conservatori, riformati. Da dove nasce secondo lei questa insofferenza reciproca e che effetti ha avuto nei fedeli in Israele e nella Diaspora ebraica?
BAKSHI DORON: Come lei sa, io rappresento soprattutto l’ebraismo sefardita che, per la maggior parte, è moderato. Tra i laici e i religiosi sefarditi vi sono molti meno attriti e infinitamente meno correnti “scissioniste”. Indubbiamente molti ambienti religiosi ortodossi in Israele vedono nei riformati un “pericolo” maggiore che nei laici. Il grande problema del popolo ebraico è l’assimilazione, e l’atteggiamento di certe correnti dell’ebraismo riformato provoca un pericolo simile.
Quale è, allora, il posto delle minoranze religiose in Israele?
BAKSHI DORON: Anche nella Carta costituzionale c’è scritto che, pur essendo un Paese ebraico, accettiamo con affetto e amore tutti quelli che vi abitano. E va permesso a tutte le religioni di vivere in pace. La prova è che tutte le fedi hanno massima libertà di culto. Ciò non ci dà fastidio. Tali minoranze sono integrate nella vita del Paese e godono di tutti i diritti: così deve essere.
Papa Wojtyla si appresta personalmente a celebrare questo Giubileo. È pontefice da più di venti anni, ed è considerato un “Papa amico degli ebrei”.
BAKSHI DORON: Io benedico l’avvicinamento sia ideale che operativo tra le religioni. Purtroppo la storia ci insegna che il popolo d’Israele ha sofferto tanto e non solo per l’antisemitismo ma anche per guerre interreligiose. Negli ultimi venti anni, forse grazie all’attuale Papa, c’è un notevole riavvicinamento ideologico, dichiarazioni senza precedenti e, naturalmente, la cancellazione di tutta una serie di testi che avrebbero potuto essere fonte di antisemitismo ideologico.
Ha letto il documento vaticano sulla Shoah, pubblicato lo scorso anno? Cosa ne pensa?
BAKSHI DORON: Sì, l’ho letto. C’è oggi una tendenza positiva da parte del cristianesimo che io benedico. Tento anche personalmente di intraprendere iniziative concrete per il dialogo interreligioso. Ancora oggi il maggior pericolo è quello di guerre a carattere religioso, e anche nel nostro caso il processo di pace zoppica a causa degli estremisti che introducono una componente religiosa esacerbando così gli animi. Io do grande importanza agli incontri interreligiosi, che servono a rasserenare l’atmosfera e a porre le basi di un dialogo sempre più proficuo. Bisogna debellare il terrorismo, soprattutto quello che si nasconde dietro la religione. Tento con tutte le mie forze di creare un dialogo interreligioso e vedo con grande favore tutte le iniziative in questo senso.
L’ebraismo accetta i mea culpa che sono arrivati dal mondo cristiano, anche per bocca del Pontefice?
BAKSHI DORON: La storia dovrà giudicare, e noi dobbiamo vagliare i fatti e non solo le dichiarazioni verbali. Un modo di chiedere scusa è forse l’aver accettato la creazione dello Stato d’Israele. Questa è una cosa concreta. Si può affermare che il popolo ebraico ha accettato le scuse del mondo, ma le vere scuse devono venire dai fatti.
La visita del Papa in Terra Santa sembra oramai certa, e sarebbe fissata per la prossima primavera. Che senso avrebbe secondo lei la presenza del Pontefice? Sarà utile per i rapporti ebraico-cristiani?
BAKSHI DORON: Spero che tale visita costituisca la base adatta per un dialogo interreligioso al massimo livello, e promuoverò un’iniziativa affinché la visita del Pontefice simbolizzi un alto momento di dialogo interreligioso. Sono in stretto contatto con alte autorità islamiche che si sono dichiarate pronte a un tale incontro alla presenza del Papa. Sarebbe di fondamentale importanza che si svolgesse un vertice interreligioso di questo livello durante la sua visita.
Se il Papa visiterà Gerusalemme, probabilmente ne riaffermerà il ruolo di Città santa per tutte e tre le religioni, e dirà che essa non è solo la capitale di Israele. Che reazioni potrebbero nascere da tale affermazione?
BAKSHI DORON: Ciascuno può avere la sua opinione. A qualunque dichiarazione riguardo a Gerusalemme noi risponderemo con altrettante dichiarazioni precise sulla nostra posizione su Gerusalemme. Ma, aggiungo, ciò non toglie che c’è la necessità di sedersi, parlare su tutto e lasciare da parte le dichiarazioni.
L’ultima domanda è sulla tragica guerra in Iugoslavia. Anche autorevoli commentatori internazionali hanno affermato che l’esodo dei profughi albanesi dal Kosovo è stato un nuovo Olocausto, e hanno paragonato Milosevic a Hitler. È così?
BAKSHI DORON: No, decisamente no! È vero che la generazione attuale post Olocausto deve essere sensibile a qualunque tentativo di genocidio. Ma ciò non ha nulla a che vedere con l’Olocausto, non c’è nessun paragone con l’Olocausto. Quello che succede oggi è un tentativo di pulizia etnica, muovendo masse da un posto a un altro. L’Olocausto era un atto finalizzato unicamente all’estinzione di un popolo. Ed era programmato con grande sofisticazione e pianificato in maniera terribile. Magari avessero cacciato tutti gli ebrei per mandarli, per esempio, in Israele o altrove! L’Olocausto era solo sterminio fine a se stesso. Fare paragoni è uno sbaglio. Questa grande sensibilità che c’è oggi verso qualunque tentativo di eccidio è una conseguenza dell’Olocausto.


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