POLITICA. Il potere a Mosca potrebbe passare di mano? Tutti gli scenari possibili
Presidente fino alla fine
Il Paese si prepara a nove mesi di grandi manovre e di pericolose evoluzioni: Eltsin non può e non vuole lasciare il comando. Per lui potere e vita sono la stessa cosa. Un’analisi dettagliata di cosa può accadere
di Giulietto Chiesa
Sì, credo proprio che
la Russia si stia preparando a nove mesi di grandi manovre e di pericolose
evoluzioni. Quali gli scenari probabili, tra i molti e più numerosi
possibili, in corso di preparazione a Mosca con il potente concorso di
importanti giocatori internazionali? Partirò dall’assunzione
principale: Boris Eltsin morirà presidente. Nel senso che, quando
morirà (nessuno sa, ovviamente, quando, ma c’è chi
pensa che potrebbe non accadere mai) egli sarà ancora presidente. Ha
i poteri per farlo e li userà.
Ogni altra ipotesi è poco realistica. Per un certo numero di ragioni, di cui le principali sono le seguenti:
a) Boris Eltsin non intende in nessun caso lasciare il potere. Non può e non vuole. Potere e vita sono per lui la stessa cosa. Anche nel senso che, perdendo il potere, egli e la “famiglia” vedrebbero a repentaglio non solo gli averi che hanno accumulato, ma anche la libertà personale e forse perfino la vita.
b) Segue dal punto a) che tutti i candidati alla successione, anche quelli “amici” che eventualmente emergessero, sono destinati a essere distrutti da Eltsin in persona. Il quale è malato e erratico, ma nei momenti di lucidità può liquidare chiunque con un colpo di penna. Si veda il caso più recente di Evgenij Primakov, che ha fatto l’impossibile per garantire alla “famiglia” una uscita di scena tranquilla e senza rischi, ma è stato egualmente tolto di mezzo da Eltsin quando è apparso chiaro che stava diventando un reale candidato alla successione. Il che significava anche, per molti, una reale tentazione di sostituirlo.
c) Nelle condizioni a) e b) sopra descritte, trovare un candidato “affidabile” alla successione è estremamente difficile. Anche coloro che, nella “famiglia”, ritengono sarebbe utile e necessario, per evitare il peggio, prepararsi alla sostituzione di Eltsin, corrono seri rischi di essere politicamente decapitati e allontanati non appena si azzardassero a scoprire le carte. E poiché i coraggiosi non hanno mai abbondato nell’entourage del presidente russo, non stupisce che i tentativi si siano fatti sempre più rari e incerti.
Volente o nolente, dunque, l’intera “famiglia” si trova costretta a elaborare (quasi) esclusivamente scenari che prevedono Eltsin al potere a tempo indeterminato.
Va qui precisato il concetto di “famiglia”. Esso comprende i parenti stretti, moglie, figlie (Tatjana Diaceenko in primo luogo), generi, nipoti, ecc. Ma anche i “famigli”, cioè personaggi del tipo di Valentin Jumascev, consiglieri vari dell’amministrazione presidenziale, molto variabili del resto. Essenziale non trascurare che della “famiglia” fanno parte anche personaggi come Anatolij Ciubais e Boris Berezovskij. Essi sono stati volta a volta alleati e nemici. Hanno svolto ruoli sincroni o asincroni, ma attraverso Tatjana sono sempre rimasti nell’entourage, consiglieri e complici di tutte le più importanti manovre. In questa fase Ciubais e Berezovskij appaiono acerrimi nemici e una parte degli scenari che qui descriviamo sono probabilmente frutto dell’uno o dell’altro gruppo, o una sintesi di entrambi. Importante non trascurare anche che Ciubais è il beniamino degli Stati Uniti, mentre Berezovskij viene considerato a Washington come meno presentabile. E anche come meno controllabile. Per esempio, mentre non è chiaro a quale eventuale successore si prepara Anatolij Ciubais, si sa che Boris Berezovskij vorrebbe tentare la carta di Aleksandr Lebed, attuale governatore di Krasnojarsk, ma soprattutto generale dal largo seguito (presumibile) di popolo. Certo entrambi guardano a Jurij Luzhkov come al pericolo principale. In questo sono certamente alleati e diversi scenari in preparazione lo dimostrano.
La palese assurdità della situazione descritta nei punti a), b) e c) impedisce tuttavia alle fazioni della “famiglia” di agire liberamente. E ogni analisi logica della situazione non può prescindere dall’immanenza dell’assurdo. Cosa che, comprensibilmente, produce clamorosi errori di valutazione da parte degli osservatori internazionali. Come, ad esempio, nel caso di Sergej Stepashin capo del governo. Vi è chi ha subito pensato che egli costituisca il successore designato. Nemmeno per sogno. Stepashin è la rete di sicurezza della “famiglia” in caso di morte improvvisa di Eltsin, in quanto fedelissimo, che condivide in pieno tutte le più gravi responsabilità di Eltsin e della “famiglia”. Niente di più. Non certo il successore designato da Eltsin – vedi sopra il punto a) –. Né candidato possibile a future elezioni presidenziali, in quanto non dotato di nessuno dei minimi criteri necessari per vincere. Piuttosto molto utile, per i suoi agganci con i ministeri della forza, in caso di situazioni d’emergenza e di leggi marziali.
E poiché tutti, non solo al Cremlino, sanno perfettamente che Eltsin non è più in grado di vincere una qualsiasi, relativamente onesta competizione elettorale, se ne deduce logicamente (qui non c’è spazio per l’assurdo) che: o la competizione elettorale non sarà onesta, oppure (se si riterrà che ciò non sia sufficiente per garantire il risultato) essa competizione – come avrebbe detto don Rodrigo se si fosse trattato di un matrimonio – «non s’ha da fare».
Si sta già lavorando attivamente in entrambe le direzioni. Per esempio agitando lo spauracchio di una legge elettorale nuova, che abolisca il sistema proporzionale, da attuare per decreto in caso di scioglimento della Duma, o di messa fuori legge dei comunisti (vedi più avanti). Quale opzione verrà scelta dipenderà da circostanze molto variabili e oggi non perfettamente prevedibili. In primo luogo si tratta delle elezioni per il rinnovo della Duma. La scadenza è a metà dicembre, cioè molto ravvicinata. Imperativo categorico della “famiglia” è impedire a ogni costo che la nuova Duma abbia una fisionomia di opposizione più accentuata dell’attuale. Non si dimentichi che Boris Eltsin ha evitato l’inizio della procedura d’impeachment per soli 17 voti. A Mosca tutti sanno che quella votazione è costata al Cremlino molte decine, forse centinaia, di milioni di dollari: serviti per comprare Zhirinovskij e l’intero suo gruppo parlamentare, ma anche decine di deputati “indipendenti”, e perfino alcuni deputati di Jabloko.
Ma tutti i sondaggi prevedono il peggio per la “famiglia”: opposizione di sinistra in crescita; sicuro ingresso nella Duma del partito di Luzhkov, Otecestvo (Patria); crescita o stabilità per Jabloko di Javlinskij. Mentre, sul fronte opposto, non è sicuro che Nostra casa Russia di Cernomyrdin raggiunga la soglia di sbarramento proporzionale del 5%. Anche per Zhirinovskij, ormai scopertamente e ripetutamente salvatore di Eltsin, c’è il rischio di sparire dalla quota proporzionale della Duma. Pochissime le speranze che Pravoe Delo e gli altri gruppi radical-liberali che fanno capo a Gaidar, Nemtsov, Ciubais, Kirienko, ecc., possano entrare nella Duma, anche nell’improbabile ipotesi che riescano a unirsi in un unico blocco elettorale.
Se questo fosse il quadro, il rischio, altissimo, è che la futura Duma potrebbe molto agevolmente riaprire la procedura d’impeachment e, questa volta, con grandi possibilità di successo. Anche se l’impeachment non può essere portato a compimento, data la macchinosità della procedura, tutta a difesa del presidente, alla fine dell’anno in corso, o nelle prime settimane del nuovo anno, Boris Eltsin potrebbe trovarsi nell’incomoda posizione di accusato e, soprattutto, impossibilitato (a termini di Costituzione) a sciogliere la Duma. Il che significherebbe: estrema difficoltà di mutare il corso costituzionale, obbligo di effettuare la campagna elettorale presidenziale nei tempi stabiliti, necessità di agire in difesa e non all’attacco, con una Duma ostile e, peggio di ogni altra cosa, non più ricattabile.
Brutto guaio. Per evitarlo si sta rilanciando in grande stile Zhirinovskij, con una campagna televisiva senza precedenti, che lo trasformerà nuovamente in un clown di opposizione, senza fargli perdere la caratteristica di punta di lancia anticomunista. Vladimir Wolfovic spingerà anche il tasto dell’antisemitismo e quello nazional-patriottico, in modo da sottrarre voti a Luzhkov e ai comunisti. Ma si otterrà anche, in tal modo, di spaventare nuovamente (con il “pericolo fascista”) una parte dei democratici delusi da Eltsin, evitando che essi votino per Javlinskij, troppo oppositore e troppo “piccolo” per costituire un argine ai comunisti e a Zhirinovskij. Si otterrà pure in tal modo il risultato di spaventare anche una parte (la più credulona) dei circoli dirigenti occidentali, che daranno quindi appoggio e denaro alla “famiglia” e si accomoderanno a digerire nuovamente ogni truffa elettorale che conduca a una tranquillizzante vittoria di Eltsin.
Come si vede è, in parte, la ripetizione dello scenario del 1996. Siamo ancora sul terreno costituzionale, anche se con l’uso di mezzi più sporchi e con l’inganno e la manipolazione sistematica del corpo elettorale. Ma non basterà. C’è un secondo pericolo da fronteggiare: il partito di Luzhkov, Otecestvo. È ben vero che esso, in parte, concorre sulla stessa piattaforma dei comunisti. Ma Otecestvo ha il vantaggio di non essere comunista, quindi non battibile con gli argomenti tradizionali e con l’uso di Zhirinovskij e dell’intero sistema dei mass media degli oligarchi. Uno dei modi di ridurne l’influenza sarà di screditare il suo padrone e fondatore, Jurij Luzhkov. Con l’arma tradizionale del kompromat, cioè di materiali compromettenti raccolti dai servizi segreti negli anni scorsi, in previsione della sua epifania come leader politico nazionale. Qui il compito sarà più difficile, perché l’uomo – seppure non senza macchia – è astuto, abile e spregiudicato. Ha previsto la mossa e, senza dubbio, ha preso contromisure. Probabilmente egli stesso dispone di materiali compromettenti per la “famiglia” e per i suoi singoli membri. Dunque c’è da attendersi un grande fuoco d’artificio. Anche perché Luzhkov, a differenza dei comunisti, dispone ormai di proprie reti televisive panrusse, ha propri giornali. Farlo tacere non sarà semplice, almeno in termini legali.
Così si sta già pensando di trovare il modo di togliergli le frequenze con qualche decreto presidenziale, magari per il tempo occorrente per la campagna elettorale (poi i tribunali gli daranno forse ragione, ma sarà tardi). Un altro modo, allo studio, di tagliare l’erba sotto i piedi a Luzhkov sarà quello di soffocare economicamente Mosca. Impresa non agevole, perché Luzhkov ha le sue banche ed è relativamente autonomo come governatore della capitale, ma il governo centrale ha parecchie varianti a disposizione, come minimo per rendere difficile il governo cittadino nei mesi a venire. Un terzo modo potrà essere l’avvio di una strategia della tensione, che crei una situazione di grave instabilità dell’ordine pubblico nella capitale. Disordine, paura, difficoltà economiche, sono tutti ingredienti a doppio taglio per il Cremlino, ma utili comunque per tenere aperti altri scenari, niente affatto costituzionali, che potrebbero rivelarsi necessari, in caso non funzionassero quelli “costituzionali” che stiamo qui descrivendo.
Uno di questi è anch’esso in fase di elaborazione-attuazione: la messa fuori legge del partito comunista. Va detto che l’amministrazione presidenziale sta attivamente lavorando, da tempo, al progetto di una scissione ulteriore del partito comunista. In ciò aiutata da settori del partito comunista di Ziuganov in lotta tra di loro. Se l’operazione riuscisse, è evidente che i comunisti e apparentati ne uscirebbero indeboliti anche numericamente nella Duma. Ma, se non riuscisse, e se i sondaggi della vigilia confermassero per altamente probabile una schiacciante vittoria di Ziuganov, uno dei modi per scongiurarla sarebbe appunto l’esclusione del partito comunista dalla competizione. Quali effetti potrebbe produrre? Nei centri studi che elaborano questa variante si ritiene che non dovrebbero esserci eccessivi problemi, nel senso che i comunisti stessi non si spingerebbero a farsi massacrare nelle piazze. Per giunta nell’indifferenza generale (o con il plauso generale) del mondo intero, che sarebbe stato “preparato” in anticipo con le “prove” di progetti sovversivi, sventati dalla lungimiranza del primo ministro Sergej Stepashin. Certo qualche rivolta ci sarebbe, qualche decina di morti, ma non di più: queste le previsioni degli strateghi. Qui si aprirebbero due sottovarianti: fare le elezioni senza i comunisti, oppure non farle del tutto, usando come pretesto la “situazione d’emergenza” creata dalla messa fuori legge dei comunisti. La prima variante potrebbe risultare migliore, in quanto salverebbe la faccia al Cremlino sotto il profilo del rispetto delle leggi. Ma avrebbe una controindicazione: i voti comunisti potrebbero confluire in massa su Otecestvo. È ben vero che si pensa di far funzionare nuovamente a pieno ritmo la macchina della falsificazione dei risultati elettorali, esattamente come fu fatto nel 1995 (parlamentari) e nel 1996 (presidenziali), ma non è detto che basti.
Dunque, anche sotto questo aspetto il Cremlino non può ritenersi del tutto tranquillo. Le elezioni della Duma si presentano come molto pericolose. Evitarle è possibile, ma a prezzo di gravi incognite. E anche poco presentabile al mondo esterno. Ma, stanti così le cose, l’idea che segretamente prevale è trovare uno dei modi di cui sopra per scongiurarle. Tuttavia i cervelli pensanti della “famiglia” hanno escogitato un’altra variante, che consentirebbe di non fare né le elezioni della Duma né quelle presidenziali, senza per questo attuare un colpo di Stato, comunque mascherato. Di essa tutti parlano, qualcuno per riderne, altri considerandola molto realistica. Quello che è certo è che essa esiste, e non solo sulla carta dei giornali della capitale. La Corte costituzionale ha già stabilito nel 1998 che Boris Eltsin non può ripresentare la propria candidatura per un terzo mandato. La “famiglia” non è d’accordo perché afferma che il primo mandato attiene a un’altra Costituzione, che non esiste più. Ma la Corte costituzionale è stata di diverso avviso, anche perché, quando fu chiamata dalla Duma a pronunciarsi, nessuno pensava realisticamente che una terza candidatura di Eltsin fosse anche solo lontanamente proponibile.
Ma se l’elezione presidenziale prossima ventura non concernesse la Russia, bensì un altro Stato, nuovo di zecca, da creare per la bisogna? Ecco la trovata. La prossima elezione presidenziale potrebbe riguardare l’Unione tra Russia e Bielorussia. Come tale sarebbe una “prima elezione”. Ma si può fare una tale elezione in fretta e furia? Non si può. Si dovrebbe approvare una nuova Costituzione, forse addirittura chiedere il parere dei cittadini di entrambi gli Stati, attraverso due referendum popolari. Insomma non si può pensare di realizzare una tale Unione nei tempi previsti dalla Costituzione russa. Da qui la ragionevole proposta di un rinvio di almeno due anni di tutte le elezioni, parlamentari e presidenziali, in Russia. Ovviamente ciò comporterebbe il prolungamento automatico dei poteri della Duma attuale (che sarebbe visto con molto favore da moltissimi deputati) e quello, altrettanto automatico, del presidente in carica. Si tratterebbe di una proposta “pacificatrice” sotto molti aspetti. Eltsin ne emergerebbe come colui che, dopo aver distrutto l’Unione Sovietica, comincia a promuoverne la ricostituzione, pezzo per pezzo. La Bielorussia di Lukashenko, bestia nera dell’Occidente, futura Iugoslavia, verrebbe riportata nell’orbita di una Russia “riformatrice”, e quindi in prospettiva meglio controllabile.
In sostanza una tale proposta potrebbe – specie se accompagnata da adeguate minacce e prebende nei confronti della Duma – ricevere perfino l’approvazione della maggioranza dei deputati. Avrebbe quindi una qualche legittimazione costituzionale. Quanto basta perché gli amici occidentali non storcano il naso. Permetterebbe alla “famiglia” due anni o più di respiro, per cercare un candidato che possa vincere senza tutti i problemi di oggi. A Eltsin altri due anni di potere e di vita e perfino la speranza di potersi ricandidare a presidente della futura Unione.
Questi sono gli scenari principali. So bene che chi ha avuto la pazienza di leggere queste righe potrebbe averne ricavato una certa impressione di incredulità. Ma come? Questa è la democrazia russa nel 1999? Questa sarebbe la situazione dopo otto anni di riforme democratiche? Questo bel quadretto sarebbe il risultato della gestione di Boris Eltsin, l’amico dell’Occidente, il riformatore?
E altri potrebbero accusare chi scrive di attribuire al Cremlino, senza portare prove, intenti antidemocratici, liberticidi, golpisti. Quando non, addirittura, comportamenti stravaganti e assurdi. Rispondo a entrambe le questioni. La sintesi degli scenari disponibili che ho qui descritto è leggibile sulla stampa russa, di governo e di opposizione, da mesi a questa parte. Il riassunto – lo ammetto – è abbastanza impressionante. Ma può stupire soltanto coloro che, ad esempio fino al 17 agosto 1998, ritenevano che la Russia fosse ormai una fiorente democrazia rappresentativa di tipo occidentale. Alla seconda obiezione ricordo che vi fu uguale incredulità, perfino sdegno, quando scrissi – alla vigilia delle elezioni presidenziali del 1996 – che esisteva un piano per annullarle e che una parte dell’amministrazione presidenziale dell’epoca stava attivamente preparando il loro annullamento. Pertanto non fui io ad essere stupito quando Anatolij Ciubais emerse dai corridoi del Cremlino per annunciare al mondo che Korzhakov e compagni venivano licenziati ignominiosamente per aver tentato di cancellare le elezioni.
Ciubais non era la voce della democrazia trionfante. Era semplicemente il portavoce di quei golpisti di fatto che avevano vinto due battaglie contemporaneamente: avevano liquidato la fazione che li contrastava dentro il Cremlino, e si erano assicurati, con la più inaudita serie di truffe e di manipolazioni, la vittoria elettorale di un presidente al quarto infarto segreto.
Dunque era tutto vero. Anche adesso, è tutto vero. L’unico problema è che la cronaca impone variazioni di percorso. Ma per quanto i sentieri e le scorciatoie possano essere diversi, alla fine il percorso in genere lo si può vedere abbastanza limpidamente.
E che accadrebbe se Eltsin, all’improvviso, morisse? Confermerebbe l’ipotesi di partenza, secondo cui Eltsin morirà presidente. Ma, per il resto, nessuno saprebbe oggi costruire uno scenario per questa variante. E la cosa più inquietante, per tutti, è che la variante più logica sia la meno studiata.
Ogni altra ipotesi è poco realistica. Per un certo numero di ragioni, di cui le principali sono le seguenti:
a) Boris Eltsin non intende in nessun caso lasciare il potere. Non può e non vuole. Potere e vita sono per lui la stessa cosa. Anche nel senso che, perdendo il potere, egli e la “famiglia” vedrebbero a repentaglio non solo gli averi che hanno accumulato, ma anche la libertà personale e forse perfino la vita.
b) Segue dal punto a) che tutti i candidati alla successione, anche quelli “amici” che eventualmente emergessero, sono destinati a essere distrutti da Eltsin in persona. Il quale è malato e erratico, ma nei momenti di lucidità può liquidare chiunque con un colpo di penna. Si veda il caso più recente di Evgenij Primakov, che ha fatto l’impossibile per garantire alla “famiglia” una uscita di scena tranquilla e senza rischi, ma è stato egualmente tolto di mezzo da Eltsin quando è apparso chiaro che stava diventando un reale candidato alla successione. Il che significava anche, per molti, una reale tentazione di sostituirlo.
c) Nelle condizioni a) e b) sopra descritte, trovare un candidato “affidabile” alla successione è estremamente difficile. Anche coloro che, nella “famiglia”, ritengono sarebbe utile e necessario, per evitare il peggio, prepararsi alla sostituzione di Eltsin, corrono seri rischi di essere politicamente decapitati e allontanati non appena si azzardassero a scoprire le carte. E poiché i coraggiosi non hanno mai abbondato nell’entourage del presidente russo, non stupisce che i tentativi si siano fatti sempre più rari e incerti.
Volente o nolente, dunque, l’intera “famiglia” si trova costretta a elaborare (quasi) esclusivamente scenari che prevedono Eltsin al potere a tempo indeterminato.
Va qui precisato il concetto di “famiglia”. Esso comprende i parenti stretti, moglie, figlie (Tatjana Diaceenko in primo luogo), generi, nipoti, ecc. Ma anche i “famigli”, cioè personaggi del tipo di Valentin Jumascev, consiglieri vari dell’amministrazione presidenziale, molto variabili del resto. Essenziale non trascurare che della “famiglia” fanno parte anche personaggi come Anatolij Ciubais e Boris Berezovskij. Essi sono stati volta a volta alleati e nemici. Hanno svolto ruoli sincroni o asincroni, ma attraverso Tatjana sono sempre rimasti nell’entourage, consiglieri e complici di tutte le più importanti manovre. In questa fase Ciubais e Berezovskij appaiono acerrimi nemici e una parte degli scenari che qui descriviamo sono probabilmente frutto dell’uno o dell’altro gruppo, o una sintesi di entrambi. Importante non trascurare anche che Ciubais è il beniamino degli Stati Uniti, mentre Berezovskij viene considerato a Washington come meno presentabile. E anche come meno controllabile. Per esempio, mentre non è chiaro a quale eventuale successore si prepara Anatolij Ciubais, si sa che Boris Berezovskij vorrebbe tentare la carta di Aleksandr Lebed, attuale governatore di Krasnojarsk, ma soprattutto generale dal largo seguito (presumibile) di popolo. Certo entrambi guardano a Jurij Luzhkov come al pericolo principale. In questo sono certamente alleati e diversi scenari in preparazione lo dimostrano.
La palese assurdità della situazione descritta nei punti a), b) e c) impedisce tuttavia alle fazioni della “famiglia” di agire liberamente. E ogni analisi logica della situazione non può prescindere dall’immanenza dell’assurdo. Cosa che, comprensibilmente, produce clamorosi errori di valutazione da parte degli osservatori internazionali. Come, ad esempio, nel caso di Sergej Stepashin capo del governo. Vi è chi ha subito pensato che egli costituisca il successore designato. Nemmeno per sogno. Stepashin è la rete di sicurezza della “famiglia” in caso di morte improvvisa di Eltsin, in quanto fedelissimo, che condivide in pieno tutte le più gravi responsabilità di Eltsin e della “famiglia”. Niente di più. Non certo il successore designato da Eltsin – vedi sopra il punto a) –. Né candidato possibile a future elezioni presidenziali, in quanto non dotato di nessuno dei minimi criteri necessari per vincere. Piuttosto molto utile, per i suoi agganci con i ministeri della forza, in caso di situazioni d’emergenza e di leggi marziali.
E poiché tutti, non solo al Cremlino, sanno perfettamente che Eltsin non è più in grado di vincere una qualsiasi, relativamente onesta competizione elettorale, se ne deduce logicamente (qui non c’è spazio per l’assurdo) che: o la competizione elettorale non sarà onesta, oppure (se si riterrà che ciò non sia sufficiente per garantire il risultato) essa competizione – come avrebbe detto don Rodrigo se si fosse trattato di un matrimonio – «non s’ha da fare».
Si sta già lavorando attivamente in entrambe le direzioni. Per esempio agitando lo spauracchio di una legge elettorale nuova, che abolisca il sistema proporzionale, da attuare per decreto in caso di scioglimento della Duma, o di messa fuori legge dei comunisti (vedi più avanti). Quale opzione verrà scelta dipenderà da circostanze molto variabili e oggi non perfettamente prevedibili. In primo luogo si tratta delle elezioni per il rinnovo della Duma. La scadenza è a metà dicembre, cioè molto ravvicinata. Imperativo categorico della “famiglia” è impedire a ogni costo che la nuova Duma abbia una fisionomia di opposizione più accentuata dell’attuale. Non si dimentichi che Boris Eltsin ha evitato l’inizio della procedura d’impeachment per soli 17 voti. A Mosca tutti sanno che quella votazione è costata al Cremlino molte decine, forse centinaia, di milioni di dollari: serviti per comprare Zhirinovskij e l’intero suo gruppo parlamentare, ma anche decine di deputati “indipendenti”, e perfino alcuni deputati di Jabloko.
Ma tutti i sondaggi prevedono il peggio per la “famiglia”: opposizione di sinistra in crescita; sicuro ingresso nella Duma del partito di Luzhkov, Otecestvo (Patria); crescita o stabilità per Jabloko di Javlinskij. Mentre, sul fronte opposto, non è sicuro che Nostra casa Russia di Cernomyrdin raggiunga la soglia di sbarramento proporzionale del 5%. Anche per Zhirinovskij, ormai scopertamente e ripetutamente salvatore di Eltsin, c’è il rischio di sparire dalla quota proporzionale della Duma. Pochissime le speranze che Pravoe Delo e gli altri gruppi radical-liberali che fanno capo a Gaidar, Nemtsov, Ciubais, Kirienko, ecc., possano entrare nella Duma, anche nell’improbabile ipotesi che riescano a unirsi in un unico blocco elettorale.
Se questo fosse il quadro, il rischio, altissimo, è che la futura Duma potrebbe molto agevolmente riaprire la procedura d’impeachment e, questa volta, con grandi possibilità di successo. Anche se l’impeachment non può essere portato a compimento, data la macchinosità della procedura, tutta a difesa del presidente, alla fine dell’anno in corso, o nelle prime settimane del nuovo anno, Boris Eltsin potrebbe trovarsi nell’incomoda posizione di accusato e, soprattutto, impossibilitato (a termini di Costituzione) a sciogliere la Duma. Il che significherebbe: estrema difficoltà di mutare il corso costituzionale, obbligo di effettuare la campagna elettorale presidenziale nei tempi stabiliti, necessità di agire in difesa e non all’attacco, con una Duma ostile e, peggio di ogni altra cosa, non più ricattabile.
Brutto guaio. Per evitarlo si sta rilanciando in grande stile Zhirinovskij, con una campagna televisiva senza precedenti, che lo trasformerà nuovamente in un clown di opposizione, senza fargli perdere la caratteristica di punta di lancia anticomunista. Vladimir Wolfovic spingerà anche il tasto dell’antisemitismo e quello nazional-patriottico, in modo da sottrarre voti a Luzhkov e ai comunisti. Ma si otterrà anche, in tal modo, di spaventare nuovamente (con il “pericolo fascista”) una parte dei democratici delusi da Eltsin, evitando che essi votino per Javlinskij, troppo oppositore e troppo “piccolo” per costituire un argine ai comunisti e a Zhirinovskij. Si otterrà pure in tal modo il risultato di spaventare anche una parte (la più credulona) dei circoli dirigenti occidentali, che daranno quindi appoggio e denaro alla “famiglia” e si accomoderanno a digerire nuovamente ogni truffa elettorale che conduca a una tranquillizzante vittoria di Eltsin.
Come si vede è, in parte, la ripetizione dello scenario del 1996. Siamo ancora sul terreno costituzionale, anche se con l’uso di mezzi più sporchi e con l’inganno e la manipolazione sistematica del corpo elettorale. Ma non basterà. C’è un secondo pericolo da fronteggiare: il partito di Luzhkov, Otecestvo. È ben vero che esso, in parte, concorre sulla stessa piattaforma dei comunisti. Ma Otecestvo ha il vantaggio di non essere comunista, quindi non battibile con gli argomenti tradizionali e con l’uso di Zhirinovskij e dell’intero sistema dei mass media degli oligarchi. Uno dei modi di ridurne l’influenza sarà di screditare il suo padrone e fondatore, Jurij Luzhkov. Con l’arma tradizionale del kompromat, cioè di materiali compromettenti raccolti dai servizi segreti negli anni scorsi, in previsione della sua epifania come leader politico nazionale. Qui il compito sarà più difficile, perché l’uomo – seppure non senza macchia – è astuto, abile e spregiudicato. Ha previsto la mossa e, senza dubbio, ha preso contromisure. Probabilmente egli stesso dispone di materiali compromettenti per la “famiglia” e per i suoi singoli membri. Dunque c’è da attendersi un grande fuoco d’artificio. Anche perché Luzhkov, a differenza dei comunisti, dispone ormai di proprie reti televisive panrusse, ha propri giornali. Farlo tacere non sarà semplice, almeno in termini legali.
Così si sta già pensando di trovare il modo di togliergli le frequenze con qualche decreto presidenziale, magari per il tempo occorrente per la campagna elettorale (poi i tribunali gli daranno forse ragione, ma sarà tardi). Un altro modo, allo studio, di tagliare l’erba sotto i piedi a Luzhkov sarà quello di soffocare economicamente Mosca. Impresa non agevole, perché Luzhkov ha le sue banche ed è relativamente autonomo come governatore della capitale, ma il governo centrale ha parecchie varianti a disposizione, come minimo per rendere difficile il governo cittadino nei mesi a venire. Un terzo modo potrà essere l’avvio di una strategia della tensione, che crei una situazione di grave instabilità dell’ordine pubblico nella capitale. Disordine, paura, difficoltà economiche, sono tutti ingredienti a doppio taglio per il Cremlino, ma utili comunque per tenere aperti altri scenari, niente affatto costituzionali, che potrebbero rivelarsi necessari, in caso non funzionassero quelli “costituzionali” che stiamo qui descrivendo.
Uno di questi è anch’esso in fase di elaborazione-attuazione: la messa fuori legge del partito comunista. Va detto che l’amministrazione presidenziale sta attivamente lavorando, da tempo, al progetto di una scissione ulteriore del partito comunista. In ciò aiutata da settori del partito comunista di Ziuganov in lotta tra di loro. Se l’operazione riuscisse, è evidente che i comunisti e apparentati ne uscirebbero indeboliti anche numericamente nella Duma. Ma, se non riuscisse, e se i sondaggi della vigilia confermassero per altamente probabile una schiacciante vittoria di Ziuganov, uno dei modi per scongiurarla sarebbe appunto l’esclusione del partito comunista dalla competizione. Quali effetti potrebbe produrre? Nei centri studi che elaborano questa variante si ritiene che non dovrebbero esserci eccessivi problemi, nel senso che i comunisti stessi non si spingerebbero a farsi massacrare nelle piazze. Per giunta nell’indifferenza generale (o con il plauso generale) del mondo intero, che sarebbe stato “preparato” in anticipo con le “prove” di progetti sovversivi, sventati dalla lungimiranza del primo ministro Sergej Stepashin. Certo qualche rivolta ci sarebbe, qualche decina di morti, ma non di più: queste le previsioni degli strateghi. Qui si aprirebbero due sottovarianti: fare le elezioni senza i comunisti, oppure non farle del tutto, usando come pretesto la “situazione d’emergenza” creata dalla messa fuori legge dei comunisti. La prima variante potrebbe risultare migliore, in quanto salverebbe la faccia al Cremlino sotto il profilo del rispetto delle leggi. Ma avrebbe una controindicazione: i voti comunisti potrebbero confluire in massa su Otecestvo. È ben vero che si pensa di far funzionare nuovamente a pieno ritmo la macchina della falsificazione dei risultati elettorali, esattamente come fu fatto nel 1995 (parlamentari) e nel 1996 (presidenziali), ma non è detto che basti.
Dunque, anche sotto questo aspetto il Cremlino non può ritenersi del tutto tranquillo. Le elezioni della Duma si presentano come molto pericolose. Evitarle è possibile, ma a prezzo di gravi incognite. E anche poco presentabile al mondo esterno. Ma, stanti così le cose, l’idea che segretamente prevale è trovare uno dei modi di cui sopra per scongiurarle. Tuttavia i cervelli pensanti della “famiglia” hanno escogitato un’altra variante, che consentirebbe di non fare né le elezioni della Duma né quelle presidenziali, senza per questo attuare un colpo di Stato, comunque mascherato. Di essa tutti parlano, qualcuno per riderne, altri considerandola molto realistica. Quello che è certo è che essa esiste, e non solo sulla carta dei giornali della capitale. La Corte costituzionale ha già stabilito nel 1998 che Boris Eltsin non può ripresentare la propria candidatura per un terzo mandato. La “famiglia” non è d’accordo perché afferma che il primo mandato attiene a un’altra Costituzione, che non esiste più. Ma la Corte costituzionale è stata di diverso avviso, anche perché, quando fu chiamata dalla Duma a pronunciarsi, nessuno pensava realisticamente che una terza candidatura di Eltsin fosse anche solo lontanamente proponibile.
Ma se l’elezione presidenziale prossima ventura non concernesse la Russia, bensì un altro Stato, nuovo di zecca, da creare per la bisogna? Ecco la trovata. La prossima elezione presidenziale potrebbe riguardare l’Unione tra Russia e Bielorussia. Come tale sarebbe una “prima elezione”. Ma si può fare una tale elezione in fretta e furia? Non si può. Si dovrebbe approvare una nuova Costituzione, forse addirittura chiedere il parere dei cittadini di entrambi gli Stati, attraverso due referendum popolari. Insomma non si può pensare di realizzare una tale Unione nei tempi previsti dalla Costituzione russa. Da qui la ragionevole proposta di un rinvio di almeno due anni di tutte le elezioni, parlamentari e presidenziali, in Russia. Ovviamente ciò comporterebbe il prolungamento automatico dei poteri della Duma attuale (che sarebbe visto con molto favore da moltissimi deputati) e quello, altrettanto automatico, del presidente in carica. Si tratterebbe di una proposta “pacificatrice” sotto molti aspetti. Eltsin ne emergerebbe come colui che, dopo aver distrutto l’Unione Sovietica, comincia a promuoverne la ricostituzione, pezzo per pezzo. La Bielorussia di Lukashenko, bestia nera dell’Occidente, futura Iugoslavia, verrebbe riportata nell’orbita di una Russia “riformatrice”, e quindi in prospettiva meglio controllabile.
In sostanza una tale proposta potrebbe – specie se accompagnata da adeguate minacce e prebende nei confronti della Duma – ricevere perfino l’approvazione della maggioranza dei deputati. Avrebbe quindi una qualche legittimazione costituzionale. Quanto basta perché gli amici occidentali non storcano il naso. Permetterebbe alla “famiglia” due anni o più di respiro, per cercare un candidato che possa vincere senza tutti i problemi di oggi. A Eltsin altri due anni di potere e di vita e perfino la speranza di potersi ricandidare a presidente della futura Unione.
Questi sono gli scenari principali. So bene che chi ha avuto la pazienza di leggere queste righe potrebbe averne ricavato una certa impressione di incredulità. Ma come? Questa è la democrazia russa nel 1999? Questa sarebbe la situazione dopo otto anni di riforme democratiche? Questo bel quadretto sarebbe il risultato della gestione di Boris Eltsin, l’amico dell’Occidente, il riformatore?
E altri potrebbero accusare chi scrive di attribuire al Cremlino, senza portare prove, intenti antidemocratici, liberticidi, golpisti. Quando non, addirittura, comportamenti stravaganti e assurdi. Rispondo a entrambe le questioni. La sintesi degli scenari disponibili che ho qui descritto è leggibile sulla stampa russa, di governo e di opposizione, da mesi a questa parte. Il riassunto – lo ammetto – è abbastanza impressionante. Ma può stupire soltanto coloro che, ad esempio fino al 17 agosto 1998, ritenevano che la Russia fosse ormai una fiorente democrazia rappresentativa di tipo occidentale. Alla seconda obiezione ricordo che vi fu uguale incredulità, perfino sdegno, quando scrissi – alla vigilia delle elezioni presidenziali del 1996 – che esisteva un piano per annullarle e che una parte dell’amministrazione presidenziale dell’epoca stava attivamente preparando il loro annullamento. Pertanto non fui io ad essere stupito quando Anatolij Ciubais emerse dai corridoi del Cremlino per annunciare al mondo che Korzhakov e compagni venivano licenziati ignominiosamente per aver tentato di cancellare le elezioni.
Ciubais non era la voce della democrazia trionfante. Era semplicemente il portavoce di quei golpisti di fatto che avevano vinto due battaglie contemporaneamente: avevano liquidato la fazione che li contrastava dentro il Cremlino, e si erano assicurati, con la più inaudita serie di truffe e di manipolazioni, la vittoria elettorale di un presidente al quarto infarto segreto.
Dunque era tutto vero. Anche adesso, è tutto vero. L’unico problema è che la cronaca impone variazioni di percorso. Ma per quanto i sentieri e le scorciatoie possano essere diversi, alla fine il percorso in genere lo si può vedere abbastanza limpidamente.
E che accadrebbe se Eltsin, all’improvviso, morisse? Confermerebbe l’ipotesi di partenza, secondo cui Eltsin morirà presidente. Ma, per il resto, nessuno saprebbe oggi costruire uno scenario per questa variante. E la cosa più inquietante, per tutti, è che la variante più logica sia la meno studiata.