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ECUMENISMO
tratto dal n. 06 - 1999

«Insieme confessiamo che tutti gli uomini riguardo alla loro salvezza dipendono interamente dalla grazia di Dio»


Breve storia e contenuti essenziali dell’accordo tra cattolici e luterani su verità della dottrina della giustificazione


di Gianni Valente


Lappuntamento è fissato ad Augusta, in Germania, per il prossimo 31 ottobre, giorno in cui i protestanti celebrano la Festa della Riforma. Sarà in quella città e in quella data dai forti richiami simbolici che cattolici e luterani, dopo quasi cinque secoli dallo strappo da Roma di Martin Lutero, torneranno a confessare insieme la fede comune nell’assoluta gratuità della salvezza promessa a tutti i peccatori, operata «per grazia di Dio nella fede in Cristo». In quell’occasione i responsabili delegati della Chiesa cattolica e della Federazione luterana mondiale sottoscriveranno in via definitiva la Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione in cui riconoscono di aver raggiunto un consenso su verità di fondo a riguardo della dottrina della giustificazione, questione che all’inizio dell’età moderna costituì il casus belli, lo spunto dello scontro tra ampi settori della cristianità d’Occidente e la Chiesa di Roma. Il Vescovo di Roma, adeguatamente informato, ha già dato la sua approvazione alla firma per la parte cattolica.
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La firma del 31 ottobre sarà il punto d’arrivo, perfezionabile ma comunque autorevolmente acquisito, del lungo cammino che i teologi delle due parti hanno compiuto lavorando insieme in una commissione mista costituita ad hoc per riconoscere l’unità sostanziale tra la concezione luterana della giustificazione e la dottrina tradizionale cattolica. Salvo futuri colpi di scena, stavolta sembra davvero vicino un accordo dottrinale sulla giustificazione, accordo che era fallito a Ratisbona tra il cardinale cattolico Contarini e il teologo luterano Melantone nel 1541, quando gli animi erano surriscaldati dalla polemica. La Dichiarazione congiunta afferma «l’esistenza di un consenso tra luterani e cattolici su verità fondamentali di tale dottrina della giustificazione». Sulla base di tale consenso si considerano decadute le reciproche condanne espresse nel passato: il paragrafo 41 riconosce che «l’insegnamento delle Chiese luterane presentato in questa Dichiarazione non è colpito dalle condanne del Concilio di Trento. Le condanne delle Confessioni luterane non colpiscono l’insegnamento della Chiesa cattolica romana così come esso è presentato in questa Dichiarazione».
I circoli ecumenici hanno sottolineato la rilevanza storica della Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione. È la prima volta che esponenti autorevoli della Chiesa cattolica sottoscrivono un documento dottrinale risultato del lavoro di una commissione teologica mista. Gli analoghi tentativi fatti, ad esempio, dalle commissioni miste dei cattolici con gli ortodossi e con gli anglicani non hanno finora raggiunto risultati di tale livello, sia per sostanziali distanze teologiche (è il caso del dialogo con gli anglicani) sia per difficoltà contingenti di politica ecclesiastica (con gli ortodossi il dialogo langue da anni, incagliato nella «questione uniate»).
Anche il lavoro della commissione teologica cattolico-luterana sulla dottrina della giustificazione ha conosciuto i suoi momenti di crisi. La Dichiarazione congiunta era stata resa pubblica già nel 1997, ma durante la fase di studio e di ricezione del documento la Congregazione per la dottrina della fede ha espresso dubbi e riserve su alcuni passaggi di tale Dichiarazione, giudicati inconciliabili con la dottrina cattolica. Tali riserve e richieste di chiarimento sono state esposte nella Risposta della Chiesa cattolica alla Dichiarazione congiunta tra la Chiesa cattolica e la Federazione luterana mondiale circa la dottrina della giustificazione. Tale nota, elaborata di comune intesa tra la Congregazione per la dottrina della fede e il Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, è stata pubblicata il 25 giugno 1998. L’ulteriore lavoro di approfondimento sollecitato da Roma ha prodotto due nuovi brevi documenti di chiarimento (una Dichiarazione ufficiale comune della Federazione luterana mondiale e della Chiesa cattolica, più un Allegato) che l’11 giugno, a Ginevra, sono stati presentati in una conferenza stampa dal cardinale Edward Idris Cassidy presidente del Pontificio consiglio per l’unità dei cristiani, e dal pastore Ishmael Noto, segretario generale della Federazione luterana mondiale. Questi due ulteriori documenti si soffermano diffusamente sui punti controversi su cui si erano concentrate le riserve dei dicasteri romani, interpretandoli come sottolineature e linguaggi che pur permanendo differenti esprimono lo stesso dato di fede, senza compromettere la compatibilità sostanziale tra la concezione cattolica e quella luterana della grazia. Anche i due nuovi documenti saranno sottoscritti insieme alla Dichiarazione congiunta il 31 ottobre, come suoi corollari.
Val la pena di esporre brevemente alcuni contenuti-chiave del documento sulla giustificazione, che ha almeno il merito di toccare questioni essenziali anche per la testimonianza cristiana nel mondo incristiano di oggi: cos’è che rende giusto l’uomo? Chi lo salva? L’essere giusto è frutto della nostra buona volontà? E come si rende visibile, documentabile la salvezza che la fede cristiana promette?

Un dono senza pre-condizioni
Secondo Lutero la dottrina della giustificazione era l’articolo primo e fondamentale, «guida e giudice di ogni aspetto della vita cristiana». Per questo la giustificazione è stata fin dall’inizio il primo banco di prova del dialogo ufficiale luterano-cattolico cominciato dopo l’ultimo Concilio ecumenico. La Dichiarazione congiunta è il punto d’arrivo di una lunga serie di colloqui e di documenti dottrinali, che hanno preparato il terreno. Tale Dichiarazione, come è scritto nel preambolo, «non contiene tutto ciò che ciascuna Chiesa insegna riguardo alla giustificazione, ma comporta un consenso su verità fondamentali della dottrina della giustificazione e mostra che le differenze che ancora rimangono nella sua spiegazione non offrono più motivo per condanne dottrinali».
I passaggi cruciali della Dichiarazione congiunta consistono in vere e proprie confessioni comuni di dati essenziali della dottrina della giustificazione. Come avviene al paragrafo 19, dove si legge: «Insieme confessiamo che tutti gli uomini riguardo alla loro salvezza dipendono interamente dalla grazia salvifica di Dio. La libertà che essi possiedono nei confronti delle persone e delle cose di questo mondo non è una libertà nei confronti della salvezza, poiché, in quanto peccatori, essi restano sotto il giudizio di Dio e non sono in grado da se stessi di rivolgersi a Dio per ottenere la liberazione, di meritare la propria giustificazione davanti a Dio o di conseguire la salvezza con le loro proprie forze. La giustificazione avviene unicamente per grazia di Dio». Alla confessione della fede comune, segue la descrizione delle diverse sottolineature privilegiate dalla teologia cattolica e da quella luterana, esposte in una maniera che non ne pregiudichi la compatibilità: «Quando i cattolici dicono che gli uomini “cooperano” nel preparare e nell’accogliere la giustificazione, consentendo all’azione giustificante di Dio, essi vedono questo stesso consenso personale come un’azione della grazia e non come un’azione compiuta dall’uomo con le sue forze naturali». Mentre, «quando i luterani sottolineano con forza che un uomo può solo ricevere (mere passive) la giustificazione, intendono con ciò escludere ogni possibilità di contribuire alla propria giustificazione, ma non negano che coloro che credono siano personalmente coinvolti in maniera totale nella propria fede, che viene operata dalla Parola di Dio».
Un altro passaggio cruciale è quello che riguarda il rapporto tra la giustificazione del peccatore e le opere buone. Si legge al paragrafo 25 della Dichiarazione congiunta: «Insieme confessiamo che i peccatori vengono giustificati per la fede nell’azione salvifica di Dio in Cristo. Essi ricevono il dono della salvezza dall’azione dello Spirito Santo nel battesimo che pone le basi di tutta la vita cristiana. Essi ripongono la loro fiducia nella promessa di grazia di Dio, in forza della fede giustificante che include anche la speranza in Dio e l’amore verso di lui. Questa fede opera nell’amore, e quindi il cristiano non può e non dovrebbe restare senza opere. Ma tutto ciò che nell’uomo giustificato precede o segue il dono gratuito della fede non è né il fondamento della giustificazione, né la merita».

La lavanda dei piedi

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Il nodo del simul iustus et peccator e del mere passive
Nella quarta sezione del quarto capitolo della Dichiarazione congiunta, intitolato “L’essere peccatore del giustificato”, al paragrafo 28 si legge: «Insieme confessiamo che nel battesimo lo Spirito Santo unisce l’uomo con Cristo, lo giustifica e lo rinnova veramente. E tuttavia gli uomini giustificati devono per tutta la vita e costantemente far conto sulla grazia di Dio che giustifica incondizionatamente. Essi inoltre sono continuamente esposti al potere del peccato che continua ad assediarli (cfr. Rm 6, 12-14) e non sono esentati da una lotta lunga quanto la vita contro la ribellione dell’egoistica concupiscenza del vecchio Adamo nei riguardi di Dio (cfr. Gal 5, 16; Rm 7, 7-10). I giustificati devono anche chiedere ogni giorno perdono a Dio, così come si fa nel Padre nostro (Mt 6, 12; 1Gv 1, 9)». Dopo tale confessione comune, il paragrafo successivo prosegue spiegando che «i luterani comprendono questa condizione del cristiano come un essere “giusto e peccatore al tempo stesso”. Coloro che credono sono interamente giusti, poiché Dio attraverso la Parola e il Sacramento perdona i loro peccati e attribuisce loro la giustizia di Cristo, che fanno propria nella fede. In Cristo, essi sono resi giusti davanti a Dio. Ma, guardando se stessi attraverso la legge, essi riconoscono anche di continuare ad essere interamente peccatori, poiché in loro abita ancora il peccato (1Gv 1, 8; Rm 7, 17. 20); infatti, ripetutamente si volgono verso falsi dei e non amano Dio con quell’amore indiviso che Dio, in quanto loro creatore, pretende […]. Questa ribellione a Dio è come tale un vero peccato. Non di meno, il potere del peccato che ci rende schiavi è infranto grazie ai meriti di Cristo», cosicché «i cristiani, finché vivono sulla terra, possono condurre parzialmente una vita giusta».
Soprattutto su queste frasi si sono concentrate le obiezioni dell’ex Sant’Uffizio. Nella Risposta della Chiesa cattolica alla Dichiarazione congiunta, pur tenendo conto «delle differenze, in sé legittime, risultanti da approcci teologici diversi al dato di fede», si ricordava che, «secondo la dottrina della Chiesa cattolica, nel battesimo viene tolto tutto ciò che è veramente peccato, e perciò Dio non odia niente in quelli che sono nati di nuovo. Ne consegue che la concupiscenza che rimane nel battezzato non è propriamente peccato. Perciò per i cattolici la formula zugleich Gerechter und Sünder (“giusto e peccatore al tempo stesso”) così come è spiegata all’inizio del n. 29 (“Coloro che credono sono interamente giusti, poiché Dio attraverso la Parola e il Sacramento perdona loro i peccati […]. Ma, guardando se stessi, […] riconoscono anche di continuare ad essere interamente peccatori, poiché in loro abita ancora il peccato...”) non è accettabile. Questa affermazione non sembra infatti compatibile con la rinnovazione e la santificazione dell’uomo di cui parla il Concilio di Trento».
Anche la formula mere passive, che per i luterani descrive l’unico modo in cui l’uomo può ricevere la giustificazione, presenta problemi dal punto di vista cattolico. La Risposta della Chiesa cattolica, citando la seconda lettera di san Paolo ai Corinzi, ricordava che «la misericordia divina opera una nuova creazione e rende quindi l’uomo capace di rispondere al dono di Dio, di cooperare con la grazia».
Individuando questi aspetti controversi, la Risposta della Chiesa cattolica ha toccato il cuore della questione. Si tratta di riconoscere se quella della grazia è un’azione reale, efficace, che opera dei cambiamenti che si possono vedere, mostrare, pur nella precarietà della condizione umana; o se la grazia rimane una semplice “copertura” del peccato dell’uomo senza avere la forza di trasformare il peccatore, di operare un cambiamento nella sua condizione reale, storica, un cambiamento non riducibile a una mera rassicurazione psicologica interiore.
I due documenti aggiuntivi (Dichiarazione ufficiale comune e Allegato), presentati dal cardinale Cassidy e dal segretario della Federazione luterana mondiale lo scorso 11 giugno come corollari della Dichiarazione congiunta, hanno proprio l’intento di chiarire i punti controversi segnalati dalla Risposta della Chiesa cattolica e da un’analoga Risoluzione in cui si erano espresse le riserve da parte luterana. Sulla questione del simul iustus et peccator, i due documenti aggiuntivi intendono dimostrare che è possibile un’interpretazione di tale espressione che non sia in contrasto con quanto riconosce e confessa la dottrina cattolica. Nell’Allegato si legge: «La giustificazione è perdono dei peccati e perdono che rende giusti, attraverso la quale Dio dona all’uomo “la vita nuova in Cristo” […]. Noi siamo in verità interiormente rinnovati dall’azione dello Spirito Santo, restando sempre dipendenti dalla sua opera in noi […]. In questo senso, i giustificati non restano peccatori». Ma, allo stesso tempo, «se diciamo che siamo senza peccato non siamo nel giusto», considerando «il perdurante pericolo che proviene dal potere del peccato e dalla sua azione nei cristiani. In questa misura, luterani e cattolici possono insieme comprendere il cristiano come simul iustus et peccator, malgrado i modi diversi che essi hanno di affrontare tale argomento».
Nel paragrafo di chiarimento sul rapporto tra la giustificazione e le opere buone, l’Allegato illumina tutta la questione con una frase di san Tommaso d’Aquino, tratta dalla Summa Theologica: «La grazia crea la fede non soltanto quando la fede nasce in una persona, ma per tutto il tempo che la fede dura», come per riassumere il cuore della vita cristiana. «Gratia facit fidem non solum quando fides de novo incipit esse in homine, sed etiam quamdiu fides durat» (Summa Theologica II-II q.4 a. 4 ad 3).


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