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I POLITICI
tratto dal n. 03 - 2007

La modernità di papa Benedetto



di Emilio Colombo



Gli ottant’anni di Benedetto XVI meritano ben più di qualche espressione augurale, naturalmente sincera, specie se formulata dai tanti che, vivendo da laici il messaggio cristiano, guardano al Pontefice come costante riferimento per le scelte che, in autonomia, vanno giorno per giorno assumendo.
L’augurio vuole esprimere l’auspicio per un pontificato ricco e illuminante e la convinzione che esso, com’è possibile fin d’ora intravvedere, saprà non solo collocarsi nel solco di un magistero straordinariamente generoso e innovatore qual è stato quello di Giovanni Paolo II, ma assumere, giovandosi di una così vivida cultura teologica e filosofica, la grande missione di una Chiesa capace di comprensione e di profezia, in un tempo drammaticamente segnato da conflitti e da turbolenze. Un tempo nel quale modernità e postmodernità aprono le strade alle derive del relativismo, dell’indifferentismo, dell’agnosticismo quando non del laicismo e che reclama una Chiesa non chiusa in un fortilizio puramente assertivo, ma aperta all’ascolto e al dialogo partendo da una chiara e riconoscibile opzione di valori.
In Benedetto XVI – “Benedetto” in omaggio alla straordinaria testimonianza di fede resa da san Benedetto da Norcia – ritroviamo riannodati i fili di una continuità con il Concilio Vaticano II, autentica “bussola” che orienta il cammino della Chiesa sia in direzione del dialogo interreligioso e interculturale concepito a servizio della pace e della giustizia e contro ogni suggestione apocalittica dello scontro di civiltà; sia in relazione al rapporto fra fede e politica, e fra fede e scienza, nel rispetto dei loro rispettivi statuti; sia in funzione della speranza che i giovani incarnano nel futuro della Chiesa.
Nell’enciclica Deus caritas est la chiave di lettura sta nella declinazione dell’amore come energia capace di difendere e rispettare il diritto e di realizzare la giustizia in un mondo nel quale ai cattolici competa di affermare i valori del Vangelo, e di tradurli in codici di comportamento nelle forme che la loro coscienza suggerirà.
Un percorso, come si vede, non semplice che ha preteso e pretende coraggio, piena e cosciente responsabilità, in una stagione che registra il fallimento del “moderno”, inteso come rivoluzione totale capace di cambiare la natura umana, e nella quale torna a farsi esigente una domanda religiosa che rifiuta l’idea che il divino si risolva nella storia e che pretende che l’uomo torni a guardare in alto, oltre i deboli confini dell’arroganza e dell’autosufficienza, oltre il delirio faustiano di una pretesa onnipotenza.
È accaduto che il grande tema del significato e dei fini dell’uomo, come problema eminentemente religioso, ha finito col trascendere i confini della scienza e della tecnica e ha scelto di ritrovare un linguaggio, una ragione, un respiro più alti di quel che non consentisse la cosiddetta “ragione strumentale”. Un percorso che l’islam, che non riconosce alla ragione alcuna potenza influente, non ha conosciuto e non potrebbe condividere, perché dispone di un concetto di fede-obbedienza che trascende la ragione occidentale che ha inventato e diffuso la scienza e la tecnica. Ma un percorso che Benedetto XVI ha immaginato possibile nel segno di una ritrovata possibilità di dialogare fra le grandi religioni monoteiste che guardano all’uomo, al suo destino e alla sua centralità.
Nasce così da questa intenzione e si alimenta a questa riflessione la particolare fecondità di un cristianesimo capace di combinare fede e ragione, e di sfuggire alla radicalità di messaggi integristi che sono insieme religiosi e civili, teocratici e profani.
La modernità di papa Benedetto XVI sta proprio nella sua ricerca di «allargare gli spazi della razionalità, confidando nella forza di un’etica qual è quella cristiana che è il fondamento di una cultura, di una concezione del mondo, di una rappresentazione della famiglia e della persona, che sono capaci di farsi valere con ogni istanza pubblica e democratica».
Il peculiare valore della laicità è la naturale premessa della missione affidata alla ragione di rimuovere superstizioni, ipocrisie, reticenze e prudenze in funzione di una autentica libertà intellettuale e morale dell’uomo, capace di riconoscersi nella sua natura, nel suo statuto civile e nell’ordine creato da una “intelligenza” che ha saputo “pensare” il mondo.
Prima di chiedersi se vi sia l’esigenza di uno spazio politico per la religione, se esista, cioè, una domanda tuttora irrisolta di religione nel discorso pubblico, va riconosciuto che vi è uno spazio specificamente religioso nella politica: quello nel quale trovano cittadinanza i valori fondamentali, nel quale è possibile ritrovare l’essenza vera di una laicità vissuta come libertà e come autentica, alta responsabilità morale. Nel discorso di Ratisbona, che tante indebite interpretazioni e polemiche ha suscitato, Benedetto XVI non ha esitato a esaltare il valore dell’incontro fra «fede e ragione, fra autentico illuminismo e religione»: un’apertura alle grandi potenzialità che «lo sviluppo più moderno dello spirito ha aperto all’uomo». A patto che «il concetto di ragione e dell’uso di essa» si allarghi, liberandosi delle strettoie dello scientismo, del tecnicismo e delle loro conseguenti patologie.
Nella visione del Papa la fede, se è esperienza totale, integra, autentica, deve correlarsi a una ragione capace di domande sull’origine e sul senso.
Non è un caso che nell’intervista resa dal cardinale Ratzinger e riportata nell’Annuario di filosofia del 2002, si legga che la «fede dà all’essere umano i contenuti essenziali sul “da dove e sul verso dove”. Essa da un lato è aperta alla ragione, perché l’apertura alla ragione è essenziale alla fede. Ma la fede conferisce alla ragione anche un’ampiezza di orizzonti e una certezza che la ragione da sé solo non può avere e che conduce, oltre la sola ratio, verso la profondità dell’intellectus».
Siamo, com’è giusto, in un campo che esclude la riduzione del Vangelo a storia, a cultura civile e a programma sociale ma che tende invece a recuperare la sostanza di una concezione forte che vede nella centralità della persona umana il presidio di ogni libertà e la sintesi di quella alleanza fra fede e ragione il cui impianto è possibile intravvedere nel dialogo fra Benedetto XVI e Habermas; un dialogo essenziale e rigoroso fra filosofi impegnati nella ricerca di un approdo alla ragione che non sia una effimera tragica illusione e lo schermo della falsa coscienza.
Proprio nel dialogo fra Benedetto XVI e Habermas si ritrovano intatte le ragioni della forte domanda indirizzata ai costituenti europei perché si desse evidenza alle radici cristiane dell’Europa. Non per un banale riflesso identitario o per un richiamo filologico alla storia delle idee e dei sentimenti che hanno fatto l’Europa costituendola come consorzio civile, ma per un’istanza fondamentale di civiltà e per l’evidenza di una vicenda storica che nessun artificio potrebbe negare.
I cinquant’anni, che stiamo celebrando, della nascita – con i Trattati di Roma – della Comunità europea sono il frutto di un percorso dell’intelligenza e della volontà ma anche l’effetto di una cultura che si è nutrita di un sistema di valori germinato da radici forti destinate a effondere nel tempo il senso di una storia che continuerà.
Va detto che l’opera di papa Ratzinger è appena iniziata. Il suo lungo lavoro di ricerca svolto per oltre un quarto di secolo alla guida della Congregazione per la dottrina della fede, sta trovando nella missione pontificale una convalida di straordinario impatto. Questi ottant’anni sono un agile confine oltre il quale è lecito attenderci sviluppi e promesse ai quali il cuore dell’uomo non può che aspirare. Ad multos annos!


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