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I POLITICI
tratto dal n. 03 - 2007

Modernità e cristianesimo



di Rocco Buttiglione



Ho incontrato per la prima volta Joseph Ratzinger nel 1972. Prima non l’avevo incontrato di persona, ma attraverso i racconti di Eugenio Corecco, di Angelo Scola, di Sante Bagnoli e di Luigi Giussani. Era un tempo difficile per la Chiesa e per la società. Si cercava il senso dell’“aggiornamento conciliare”. La linea dominante, sostenuta dalle principali riviste teologiche del tempo, era quella che voleva riformulare il cristianesimo all’interno della precomprensione dell’uomo moderno. L’idea era che l’uomo moderno fosse essenzialmente diverso dall’uomo di ieri e che il suo orizzonte di comprensione della realtà gli rendesse del tutto incomprensibili molti aspetti della presentazione tradizionale della fede. Per esempio il miracolo. Ma forse anche l’idea di un Dio creatore del cielo e della terra o, peggio ancora, di un Dio fatto uomo.
Bisognava “demitizzare” per entrare all’interno delle categorie di rilevanza dell’uomo moderno, cioè per riuscire a dire qualcosa che l’uomo moderno, radicalmente areligioso e demitizzato, potesse trovare interessante o almeno comprendere. Bisognava, insomma, ripensare il cristianesimo all’interno della modernità.
Ratzinger, insieme ad Hans Urs von Balthasar e a Henri de Lubac, la pensava in modo assolutamente diverso. Per lui il cristianesimo era un avvenimento, un fatto straordinario, un miracolo che sorprendeva l’uomo con forza tale da rompere qualunque categoria precostituita in cui l’uomo tentasse di imprigionarlo. A partire da quell’avvenimento, una presenza straordinaria in mezzo a noi, era poi possibile per l’uomo riorganizzare il suo sistema di categorie e pensare il mondo in modo nuovo e più vero.
Questa visione teologica si incontrava naturalmente con l’esperienza di don Giussani e del movimento di Comunione e liberazione.
Per tanti il cristianesimo era un problema e la modernità era la risposta a quel problema. Per noi essere moderni non era un problema. Venivamo spesso da ambienti culturalmente laici e ci sentivamo moderni senza complessi, non pensavamo di doverci conquistare un attestato di modernità. Se mai, per noi, la modernità era un problema e Cristo era la risposta al nostro problema umano. La sintonia con Ratzinger e con i suoi amici fu immediata. Da lì nacque la rivista Communio, che un ruolo così importante ha poi avuto nella Chiesa. Da lì nacque anche l’amicizia fra don Giussani e il professor Ratzinger, quell’amicizia cristiana che doveva trovare una straordinaria consacrazione nella grande omelia del cardinale Ratzinger ai funerali di don Luigi Giussani.


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