Modernità e cristianesimo
di Rocco Buttiglione

Bisognava “demitizzare” per entrare all’interno delle categorie di rilevanza dell’uomo moderno, cioè per riuscire a dire qualcosa che l’uomo moderno, radicalmente areligioso e demitizzato, potesse trovare interessante o almeno comprendere. Bisognava, insomma, ripensare il cristianesimo all’interno della modernità.
Ratzinger, insieme ad Hans Urs von Balthasar e a Henri de Lubac, la pensava in modo assolutamente diverso. Per lui il cristianesimo era un avvenimento, un fatto straordinario, un miracolo che sorprendeva l’uomo con forza tale da rompere qualunque categoria precostituita in cui l’uomo tentasse di imprigionarlo. A partire da quell’avvenimento, una presenza straordinaria in mezzo a noi, era poi possibile per l’uomo riorganizzare il suo sistema di categorie e pensare il mondo in modo nuovo e più vero.
Questa visione teologica si incontrava naturalmente con l’esperienza di don Giussani e del movimento di Comunione e liberazione.
Per tanti il cristianesimo era un problema e la modernità era la risposta a quel problema. Per noi essere moderni non era un problema. Venivamo spesso da ambienti culturalmente laici e ci sentivamo moderni senza complessi, non pensavamo di doverci conquistare un attestato di modernità. Se mai, per noi, la modernità era un problema e Cristo era la risposta al nostro problema umano. La sintonia con Ratzinger e con i suoi amici fu immediata. Da lì nacque la rivista Communio, che un ruolo così importante ha poi avuto nella Chiesa. Da lì nacque anche l’amicizia fra don Giussani e il professor Ratzinger, quell’amicizia cristiana che doveva trovare una straordinaria consacrazione nella grande omelia del cardinale Ratzinger ai funerali di don Luigi Giussani.