Il magistero del Papa per l’uomo della strada
di Sergio Pininfarina

Mi siano consentite alcune considerazioni personali. Sono nato nel 1926 e quindi poco prima del Pontefice. Ottant’anni: non nascondo che ogni tanto mi sorprendo a riflettere su cosa siano stati per me questi quattro quinti di secolo. La professione d’imprenditore mi ha portato a proiettarmi più sul futuro che sul passato, su progetti e programmi da realizzare piuttosto che a soffermarmi sulle cose trascorse. Vi sono tuttavia momenti in cui la mente torna alla strada percorsa anche per rivivere gli avvenimenti che hanno lasciato un segno: un’azione coronata da successo, un incontro con una persona dalla quale sono venuti utili insegnamenti e modelli di comportamento.
La sorte – ma forse è meglio dire Iddio – è stata con me benevola, ponendomi spesso in tali favorevoli circostanze. Non sto a rievocarle, ne uscirebbe un volume. Ma poiché sto scrivendo con il pensiero rivolto a Sua Santità, mi sembra appropriato richiamare un episodio per tanti aspetti esemplare per la rappresentatività delle persone coinvolte e soprattutto – ecco il rapporto con questo scritto – perché ebbe per teatro le sale della Santa Sede e quale protagonista assoluto Giovanni Paolo II, nel pieno fulgore del suo magistero dottrinario e umano, a cui Benedetto XVI sta dando altissima e degna continuità.
Stava per chiudersi l’anno 1990, un anno che, dopo la caduta del muro di Berlino avvenuta dodici mesi prima, aveva visto l’Europa scuotersi e riprendere con più vigore il processo di unificazione. Si approssimava il mercato unico europeo e la scadenza del 31 dicembre 1992 avrebbe aperto la porta a una novità storica: la libera circolazione di persone, merci, capitali e servizi. Il governo italiano, guidato dall’allora presidente del Consiglio senatore Giulio Andreotti, era più che mai fedele all’insegnamento di Alcide De Gasperi, uno dei padri fondatori della nuova Europa. La normale rotazione semestrale della presidenza europea fra gli Stati membri vedeva proprio l’Italia investita di questo ruolo. All’epoca avevo l’onore di presiedere la Confindustria, anch’essa più che mai coinvolta dalle nuove prospettive europee. L’Unice, l’organismo di rappresentanza fra le Confindustrie europee, aveva per regola di tenere le sue assemblee nella capitale del Paese investito della presidenza.
Fu così che ai primi di dicembre 1990 confluirono a Roma le rappresentanze industriali di tutta Europa. Non si ricordava una partecipazione così completa per numero di nazioni e di delegati. Noi organizzatori non potevamo che esserne felici, ma nel contempo ansiosi di scoprire le ragioni di tanto successo: l’importanza del momento europeo offriva la prima spiegazione, la seconda chiamava in causa l’intatto fascino e il richiamo della Città eterna. A poco a poco, dalle confidenze sfuggite negli amabili conversari con e tra i delegati, ne emerse una terza: l’udienza papale. Avevamo infatti ottenuto dalla cortesia della Santa Sede che nel programma, tra le sedute di lavoro e i rituali incontri con le autorità nazionali, figurasse anche un appuntamento con il Pontefice.
Il santo padre Giovanni Paolo II fu come al solito grande comunicatore e catturò l’attenzione dei delegati con il discorso ufficiale, contenente fra l’altro un forte richiamo all’etica dell’impresa e alle sue responsabilità; affascinò tutti – cattolici, protestanti e musulmani – quando, abbandonato ogni formalismo protocollare, si unì agli ospiti intrattenendoli con un’amabilità pari alla brillantezza di spirito.
Ebbene, non nascondo che in quell’episodio vedo riflettersi anche l’immagine che si va formando intorno a Benedetto XVI. Basta osservare il calore con il quale la folla reagisce ai suoi discorsi, che provengano dal domenicale affacciarsi alla finestra di piazza San Pietro o che siano formulati in udienze o viaggi. Si è formata una nutritissima letteratura sul suo magistero che, partendo da quanto l’ancora cardinale Ratzinger aveva già prodotto prima della chiamata al Soglio, si arricchisce a cadenze serrate di nuovi testi e documenti pontifici.
Non è certo questa la sede per richiamarli e tanto meno farne l’esegesi. Ma sottolineare come in essi tutto si affronti – offrendo comandamenti e indicazioni –, dai problemi ultimi della teologia a quelli morali, dai valori della pace e dell’Europa cristiana fino ai comportamenti e agli assilli della vita quotidiana e della famiglia: questo sì. Donde l’invito all’uomo comune, quale io mi sento, di prestare loro attenzione.
Da qui anche l’augurio a Sua Santità di poter a lungo continuare, Deo iuvante, nella sua missione magistrale.
Vorrei concludere in segno di filiale omaggio con la citazione di un suo pensiero sull’amore cristiano tratta dall’enciclica Deus caritas est: «Amore di Dio e amore del prossimo sono inseparabili, sono un unico comandamento. Entrambi però vivono dell’amore proveniente da Dio che ci ha amati per primo».