Un Padre della Chiesa per i nostri tempi
del cardinale Julián Herranz

La crisi postconciliare
Era veramente una situazione paradossale quella che è stata denominata la “crisi postconciliare” del ventennio 1965-1985. Proprio mentre lo Spirito Santo, superando umane limitazioni, aveva appena diffuso sulla Chiesa la luce potentissima del Vaticano II, si aprì un periodo drammatico di particolare oscurità e confusione in molti settori ecclesiali: un desiderio di aggiornare la teologia e la fede emarginando Dio e mettendo al centro l’uomo; una riduzione temporalistica del messaggio evangelico di salvezza e conseguentemente della missione della Chiesa; una reimpostazione dell’identità sacerdotale, che indusse molti a laicizzare lo stile di vita e che comportò un’emorragia di defezioni sacerdotali e religiose; uno sperimentalismo liturgico incontrollato e dissacrante, fatto abusivamente in nome della cosiddetta “riforma voluta dal Concilio”, e così via. In un tale contesto la parola “tridentino”, sinonimo di “conservatore retrogrado”, assunse per molti una sfumatura denigratoria, quasi di insulto; mentre altri si aggrappavano a un tradizionalismo riduttivo della vera Tradizione cristiana, perfino in aperta opposizione al magistero del Concilio.
«Nei confronti di entrambe le posizioni contrapposte», avvertì allora il cardinale Ratzinger nel suo famoso Rapporto sulla fede, «va precisato innanzitutto che il Vaticano II è sorretto dalla stessa autorità del Vaticano I e del Tridentino: e cioè il papa e il collegio dei vescovi in comunione con lui. Dal punto di vista dei contenuti va poi ricordato che il Concilio Vaticano II si pone in stretta continuità con i due concili precedenti e li riprende letteralmente in punti decisivi». Confesso che, leggendo questa intervista del prefetto della Congregazione per la dottrina della fede con Vittorio Messori, sono rimasto profondamente colpito dalla coraggiosa chiarezza e dal lucido realismo con cui le deviazioni dottrinali e disciplinari della “crisi postconciliare” erano esposte. Questo lungo colloquio suscitò vivaci reazioni nelle prime pagine dei giornali.
Di tutto ciò ebbi varie occasioni di parlare con il cardinale, specie in un lungo incontro avuto il 14 gennaio 1985 nel suo studio della Congregazione. Quel giorno ebbi anche l’opportunità di illustrargli in dettaglio l’atteggiamento del fondatore dell’Opus Dei, monsignor Escrivá – di cui era già iniziata la causa di canonizzazione –, di fronte alla situazione della Chiesa in quella drammatica crisi. Gli dissi che, leggendo il suo Rapporto, avevo trovato in non pochi brani, espresse in linguaggio accademico, le stesse sofferte, ma piene di speranza, considerazioni teologiche e pastorali che avevo ascoltato negli anni Sessanta e Settanta da monsignor Escrivá, talvolta persino mentre faceva ad alta voce la sua meditazione personale in cappella, davanti al tabernacolo. «È stata la reazione di un grande fondatore e di un sacerdote santo», commentò Ratzinger.
Il Rapporto sulla fede venne giustamente definito “denuncia profetica” o “documento epocale nell’ermeneutica conciliare”, ovvero in quella retta e serena interpretazione del Concilio che molti anni dopo, nel suo primo discorso da papa alla Curia, nel tradizionale incontro natalizio, Benedetto XVI avrebbe chiamato «ermeneutica della continuità» in contrapposizione alla «ermeneutica di rottura» denunciata nel Rapporto. La lettura di queste considerazioni – non certamente l’opera di un teologo concepita a tavolino ma la meditazione di un teologo-pastore consapevole della sua responsabilità di fronte alle anime da guidare – evocava in certo modo la figura lontana ma sempre attuale dei Padri della Chiesa. Essi, infatti, con i loro scritti (trattati sì, ma soprattutto discorsi e omelie frutto della assidua meditazione della Sacra Scrittura) trasmettevano ai fedeli un vigoroso alimento spirituale e intervenivano con solerzia quando le circostanze interne della Chiesa o quelle esterne della cultura pagana rendevano necessario definire bene i contenuti, le esigenze e le proposte del dettato evangelico e della tradizione apostolica. Quasi a conferma di questa mia impressione personale, e certamente come segno della sua particolare venerazione verso i Padri della Chiesa, il cardinale Ratzinger scrisse nel dedicarmi gentilmente una copia dell’edizione spagnola del Rapporto sulla fede: «In comunione fraterna per monsignor Herranz, Joseph cardinale Ratzinger, nella festa di sant’Atanasio 1986».

Benedetto XVI saluta i pellegrini che lo accolgono lungo le sponde del Reno a Colonia, il 18 agosto 2005
Non già di Atanasio, il grande teologo dell’incarnazione del Verbo, ma piuttosto di Agostino, che con la sua Città di Dio svincolò il destino del cristianesimo da quello politico-culturale della decadente società imperiale, mi sembrarono i toni dell’omelia che il decano del Collegio cardinalizio pronunciò nella messa pro eligendo Romano Pontifice la mattina di lunedì 18 aprile 2005. Leggermente raffreddato, ma con voce serena e pacata, il cardinale Ratzinger si riferì alla situazione della Chiesa e del mondo e ci disse: «Quanti venti di dottrina abbiamo conosciuto in questi ultimi decenni, quante correnti ideologiche, quante mode di pensiero [...]. Avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa, viene spesso etichettato come fondamentalismo. Mentre il relativismo, cioè il lasciarsi portare “qua e là da qualsiasi vento di dottrina”, appare come l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni. Si va costituendo una dittatura del relativismo, che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie». E nella conclusione della storica omelia rivolta a noi, i 115 cardinali elettori che stavano per entrare in conclave, aggiunse: «Il nostro ministero è un dono di Cristo agli uomini, per costruire il suo corpo, il mondo nuovo». Un mondo in cui Cristo sia la misura del vero umanesimo e dove un sano concetto della laicità permetta di superare la “dittatura del relativismo”, che instilla nelle istituzioni politiche nazionali e internazionali, soprattutto nella vecchia Europa, il fondamentalismo laicista, radicalmente ostile a ogni rilevanza sociale e culturale della religione. Questo tipo di fondamentalismo certamente non è rispettoso del diritto alla libertà religiosa proclamato per l’ambito sia privato che sociale nell’articolo 18 della Dichiarazione dell’Onu sui diritti fondamentali e universali della persona umana.
Si è detto che a motivare la rapida elezione del cardinale Ratzinger confluirono nel conclave più fattori: il prestigio intellettuale del grande teologo, la legittimità istituzionale del prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, la fama di uomo di profonda vita spirituale ed esperienza pastorale e anche la legittimità di uomo di fiducia di Giovanni Paolo II. Penso che tutto ciò sia vero, e che questi due anni di pontificato abbiano messo in risalto soprattutto la continuità del tenace magistero pontificio nel predicare Cristo: principio di vita e di salvezza per le anime – che Ratzinger come Wojtyla sa ancorare alla realtà quotidiana dei fedeli – ma anche necessaria luce per capire e tutelare tanto la verità e la dignità della persona umana – la retta antropologia che riassume lo stesso concetto di legge naturale –, quanto il vero progresso della società, di fronte al degrado culturale e morale del relativismo. Come Giovanni Paolo II anche papa Ratzinger attira le folle rendendo a tutti comprensibili i più profondi concetti della teologia cattolica.
L’incontro ragione e fede
Come molti altri fecero per reagire alla campagna mediatica e fondamentalista orchestrata nei Paesi islamici contro il Papa, in seguito al famoso discorso all’Università di Ratisbona, anch’io, in un’intervista del 16 settembre a un noto giornale italiano, esortai alla lettura completa della lezione magistrale su fede e ragione. Soltanto così – e non sulla base di parziali sintesi giornalistiche o di superficiali servizi televisivi – i musulmani moderati e ragionevoli avrebbero potuto capire che le considerazioni di Benedetto XVI, mentre non erano denigratorie nei confronti dell’islam, aprivano anzi la migliore via possibile per il necessario dialogo tra le culture e le religioni.
Infatti l’affermazione che «non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio» costituisce il punto di partenza per le successive affermazioni del Papa, che, pur con il rischio di un riassunto povero, oserei sintetizzare così: «In principio era il logos, e il logos è Dio, ci dice l’evangelista [Giovanni]. L’incontro tra il messaggio biblico e il pensiero greco non era un semplice caso [...]. Nel profondo, vi si tratta dell’incontro tra fede e ragione, tra autentico illuminismo e religione [...]». E dopo aver segnalato i limiti della ragione puramente positivista, sorda alle realtà spirituali, Ratzinger aggiunge: «Con tutta la gioia di fronte alle possibilità dell’uomo, vediamo anche le minacce che emergono da queste possibilità, e dobbiamo chiederci come possiamo dominarle. Ci riusciamo solo se ragione e fede si ritrovano unite in un modo nuovo; se superiamo la limitazione autodecretata della ragione a ciò che è verificabile nell’esperimento, e dischiudiamo a essa nuovamente tutta la sua ampiezza [...]. Soltanto così diventiamo capaci di un vero dialogo delle culture e delle religioni: un dialogo di cui abbiamo così urgente bisogno».

Benedetto XVI in visita presso la Pontificia Università Lateranense, il 21 ottobre 2006
Ci si dovrebbe infatti impegnare nella serena impostazione di un dialogo intelligente, che aiuti a emarginare progressivamente l’irragionevolezza del fondamentalismo islamico, radice dell’omonimo terrorismo, e che unisca cristianesimo e religione islamica nel comune impegno per far fronte, nel cosiddetto Occidente, a un tipo di ragione che esclude totalmente Dio dalla visione e dalla vita morale dell’uomo. Ce lo ha spiegato lo stesso Benedetto XVI, lo scorso 22 dicembre, nel parlare alla Curia romana della sua visita in Turchia: «Si tratta dell’atteggiamento che la comunità dei fedeli deve assumere di fronte alle convinzioni e alle esigenze affermatesi nell’Illuminismo. Da una parte, ci si deve contrapporre a una dittatura della ragione positivistica che esclude Dio dalla vita della comunità e dagli ordinamenti pubblici, privando così l’uomo di suoi specifici criteri di misura. Dall’altra, è necessario accogliere le vere conquiste dell’Illuminismo, i diritti dell’uomo e specialmente la libertà della fede e del suo esercizio, riconoscendo in essi elementi essenziali anche per l’autenticità della religione».
Questo discorso mi fece tornare alla memoria la frase sui Padri della Chiesa di quel giovane della Giornata mondiale di Colonia... Penso ad Ambrogio e ad Agostino, al loro impegno nel far fronte alla decadenza dell’Impero e alle invasioni barbariche e all’inizio della trasmissione alla nascente Europa dell’eredità classica e cristiana. E penso a Giovanni Paolo II e a Benedetto XVI, al loro impegno per affrontare, con le perenni forze creative della ragione umana e della fede nell’amore divino, la decadenza e in fondo la “barbarie” del fondamentalismo laicista (la dittatura relativista di una società e di una cultura senza Dio) e il fondamentalismo islamico (che vorrebbe imporre invece la fede in Dio tramite il terrorismo fisico e morale).
Grazie, Santità, perché ci insegna a vivere così: con l’anima contemplativa immersa nella gioiosa amicizia con Cristo e lo sguardo apostolico attento alle appassionanti vicende umane del nostro tempo. Complimenti per questi ottant’anni di cristiana giovinezza e auguri vivissimi di lunghi anni ancora di ministero. Ne abbiamo bisogno tutti, cristiani e non cristiani.