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ITALIA NEL MONDO
tratto dal n. 02 - 2007

COMUNITÀ ALL’ESTERO. Un patrimonio per il nostro Paese

Le nostre lobby positive


Sono state almeno tre le ondate migratorie di italiani verso l’estero. Tre generazioni di emigranti che si sono integrati in modo diverso nei Paesi in cui oggi vivono. E con un diverso rapporto con l’Italia. Uno dei senatori eletti nella circoscrizione del Sud America spiega come le associazioni fanno dialogare e collaborare queste tre generazioni


di Edoardo Pollastri


Con il riconoscimento del voto agli italiani all’estero un nuovo soggetto ha fatto il suo ingresso nello scenario istituzionale italiano: quello delle comunità italiane nel mondo e delle comunità di affari italiane e “italo-locali”, che hanno in questo modo acquisito una voce che prima non avevano.
Si tratta di un patrimonio straordinario per il nostro Paese – dal punto di vista umano, culturale, economico, commerciale – che non sempre l’Italia si è dimostrata consapevole di possedere.
Dopo un percorso di anni siamo così riusciti a determinare un’inversione di tendenza, rilanciando un legame più stabile con l’“altra Italia”, anche attraverso il voto e la partecipazione diretta ai lavori del Parlamento italiano.
Ma ancora oggi, dopo tanto lavoro, la conoscenza di queste comunità è molto frammentata e spesso distorta. Sovente la visione è ancora largamente legata al folklore, tanto che ciò che viene detto, scritto e pensato in Italia rispetto alle nostre comunità all’estero, è più il prodotto di pigrizie mentali che della realtà. Anche se a volte cogliamo un atteggiamento analogo anche da parte di un “pezzo” di queste comunità.
In effetti il mondo dell’italianità all’estero è un mondo “plurale”, fatto di diverse componenti, ma soprattutto è un mondo che non può essere rappresentato unitariamente se non si considerano alcune grandi “ondate” che hanno caratterizzato nel passato la nostra emigrazione.
Per quanto in maniera schematica, a mio avviso, si possono contare almeno “tre generazioni” di emigranti che hanno dato luogo alla complessa società civile che vive all’estero e guarda all’Italia.
La prima ondata è quella di fine Ottocento e inizio Novecento, la famosa “diaspora italiana”, che ha generato una emigrazione oggi totalmente inserita nei vari Paesi, i cui esponenti sono diventati cittadini argentini, brasiliani, uruguaiani, nordamericani.
Si tratta di una prima ondata cui oggi si rimprovera spesso di non parlare più italiano. Ma l’italiano (forse) non lo conoscevano neanche prima. Perché questi emigrati quando sono andati all’estero parlavano sostanzialmente il dialetto e si esprimevano in quella che per loro era la lingua “locale”. Sicuramente comunque è l’ondata più integrata oggi nei Paesi esteri, che probabilmente guarda anche a una Italia che non esiste più, ed è più sensibile al richiamo dei singoli luoghi, che non a quello dell’intero Paese.
Emigranti italiani riuniti nel teatro Eliseo di Buenos Aires per la richiesta del passaporto, nel 2002

Emigranti italiani riuniti nel teatro Eliseo di Buenos Aires per la richiesta del passaporto, nel 2002

La seconda ondata è quella del primo dopoguerra. Si tratta di una generazione già più qualificata della precedente: gli emigrati sono medici, professionisti, avvocati che si sono trasferiti all’estero portando con sé una qualificazione professionale notevole. Tant’è vero che in diverse località, tra cui il Sud America, sono sorte scuole di giurisprudenza, ospedali, università, sull’onda della conoscenza italiana che vi si era trasferita. Ci sono nomi di giuristi e di medici brillantissimi, che hanno creato università, ospedali, scuole di medicina in Brasile, Argentina, Uruguay. Hanno trasferito lì il loro sapere. Si tratta di persone che hanno lasciato l’Italia per due ragioni: per motivi politici, a causa del fascismo (poco prima della Seconda guerra mondiale), oppure perché non credevano che il nostro Paese si sarebbe ripreso, in quanto percepivano una situazione economica talmente grave che hanno preferito andare all’estero.
La terza ondata è quella moderna, degli anni Cinquanta e Sessanta, quando si sono recati all’estero quanti volevano sviluppare lì una impresa. Si tratta di manager di grandi imprese italiane o di piccoli imprenditori, comunque espressione dell’attività economica all’estero.
È molto complesso far convivere queste “diverse ondate”, queste differenti generazioni, e farle dialogare tra di loro. Qui entra in gioco la centralità delle associazioni e il loro ruolo di valorizzazione (e di crescita) delle comunità. Da sempre l’associazionismo è un potente frutto delle società, in cui l’impegno singolo si confronta con finalità più complessive e si informa ai valori di una solidarietà operativa.
Attraverso le associazioni è possibile creare un “ponte” tra queste diverse generazioni di emigrazione, così che si abbia un punto di riferimento unico. Il ruolo delle associazioni è quindi estremamente importante perché esse, sia pure con una marcata impronta regionale, rappresentano un punto di congiunzione molto importante, anche nel collegare persone che appartengono alle diverse generazioni di emigrazione.
Ma le associazioni sono anche le sedi in cui si confrontano le esigenze e i bisogni dei singoli e in cui si dialoga.
Ecco perché nel nostro caso le associazioni sono, per molti versi, le vere e proprie comunità di base, in cui si può consolidare il senso di appartenenza e si possono far crescere bisogni di relazione con l’Italia. In questa opera di raccolta di esigenze e di proposizione delle risposte, da sempre l’associazionismo cattolico ha svolto un ruolo determinante, un ruolo che trascende le singole richieste, ma che si ispira a principi ideali per loro natura universali: la centralità della persona, lo spirito di servizio (che caratterizza tutta l’attività del volontariato), la centralità del lavoro come servizio verso gli altri messo in evidenza dalla dottrina sociale della Chiesa, sono i cardini di questo impegno che possono anche essere la base da cui partire per una nuova politica per gli italiani nel mondo.
Questa politica tra l’altro rappresenta un’importante occasione per dispiegare una grande potenzialità per il nostro Paese, perché il mondo dell’emigrazione è fatto di persone oggi largamente integrate nei Paesi che le ospitano (e che spesso sono divenuti il loro secondo Paese) contribuendo in maniera determinante allo sviluppo locale.
Sono quindi una sorta di lobby positiva sulla quale possiamo e dobbiamo contare per consolidare il ruolo del nostro Paese nel mondo, facendo leva su una rete di relazioni di cui non c’è il corrispettivo in altre nazioni molto diverse dalla nostra per matrice e tradizione storica.
E per fare questo credo che, in una logica di solidarietà, il punto di forza sia la valorizzazione delle comunanze, basate su una identità complessiva di interessi che non distingua l’Italia da un’altra Italia all’estero, perché solo in questo modo possiamo superare approcci che hanno un carattere rivendicativo, e comporli all’interno di una politica pragmatica che punti allo sviluppo di una italianità nel senso più ampio.
Credo che questo spirito debba animare tutti gli eletti nelle circoscrizioni estere – che sono parlamentari a tutti gli effetti del Parlamento italiano – che si occupano e si preoccupano di tutti i temi riguardanti i cittadini italiani, ovunque residenti, e il nostro Paese. Certo, con un’attenzione particolare alle tematiche relative alle nostre comunità nel mondo (sui temi dell’informazione, della formazione, dell’assistenza consolare, ecc.), tematiche rispetto alle quali lavoreremo sollecitando le istituzioni e la stampa a un’attenzione maggiore e qualitativamente diversa rispetto a quella del passato. Ma sollecitando anche le nostre comunità all’estero a un approccio “più moderno” verso l’Italia perché credo che l’impegno per i diritti e le esigenze degli italiani nel mondo debba rappresentare una scelta strategica per assicurare ai connazionali all’estero, nelle nuove condizioni del mondo, la tutela politica, sociale, economica, giuridica che la Costituzione prevede e garantisce a tutti i cittadini, indipendentemente dalla residenza.


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