FAME NEL MONDO. Un programma dell’African Community Genetic Resources Centre
Una rivoluzione verde per l’Africa
L’unica possibilità per salvare l’Africa dalla morsa della malnutrizione è elevare la produzione agricola locale, rendendola autosufficiente. Il Comitato promotore dell’African Community Genetic Resources Centre, insieme alle comunità rurali e ai tecnici africani, ricerca le piante più adatte all’ambiente, più produttive in quantità e qualità, capaci quindi di accrescere i consumi alimentari, di sviluppare commerci, di favorire attività bioindustriali. Le risorse genetiche così rilevate saranno studiate e conservate nelle “banche dei geni”
di Gian Tommaso Scarascia Mugnozza
Il primo obiettivo dell’Onu per il Millennio, la «riduzione della povertà
estrema e della fame», ribadisce la necessità di operare per
garantire salute e nutrizione a ogni essere umano, condizione primaria
della libertà, diritto fondamentale di ogni componente della
società umana.
Purtroppo, la regione della terra in cui la maggior parte della popolazione ancora vive in condizioni di indigenza, anche estrema, è l’Africa. L’agricoltura è l’effettivo motore primario di sviluppo, come la storia del genere umano dimostra, dall’Europa – e dalla stessa nostra Italia e il suo Mezzogiorno – al Nord America e più recentemente all’America meridionale, e, in Asia, dalla Cina all’India. Ma mentre in Asia il numero delle persone in povertà estrema, grazie in particolare alla “rivoluzione verde”, si è dimezzato tra il 1990 e il 2001 (diminuendo di 250 milioni, passando cioè dal 31 al 18%, nonostante l’aumento della popolazione), la situazione dell’Africa subsahariana rimane molto grave: negli ultimi 10-15 anni i poveri estremi che vivono con meno di un dollaro al giorno sono aumentati in numero assoluto di quasi cento milioni e in percentuale dal 44,4% al 46,4%. In questi Paesi vivono 400 milioni di malnutriti (il 7% dell’umanità) di cui oltre 200 milioni in condizioni di povertà assoluta. Nell’Africa subsahariana, dove l’incremento della produzione agroalimentare è appena intorno al 2% annuo, l’incremento demografico è almeno del 3%. E l’aumento di produzione è dovuto alla messa a coltura di terre vergini, di terreni deforestati: si invadono altipiani, savane, zone predesertiche, si adottano pratiche agronomiche inadatte e dannose per le risorse naturali, e causa di erosione dei suoli e di avanzamento dei deserti. La produzione media per ettaro in Africa è soltanto il 54% della media mondiale. Ma molte delle vaste zone interne africane, le tante comunità remote e i villaggi rurali, non sono stati ancora raggiunti da quei livelli minimi di preparazione professionale, di organizzazione anche infrastrutturale, di assistenza, di competenze tecniche, e mancano elementari analisi sui problemi locali che permettano di decollare economicamente, civilmente ed ecocompatibilmente.

Le risorse naturali – clima, suolo, acqua e
biodiversità – fondamentali per l’esistenza dei viventi
e quindi per la sopravvivenza dell’umanità attraverso le
produzioni agroalimentari e agroindustriali, sono più o meno
dovunque e in vario grado compromesse da errate e smodate azioni
antropiche, specie nei Paesi ricchi, e da pratiche agricole, irrigazione
compresa, che non seguono corrette metodologie e razionali tecniche
agronomiche, idrauliche, antiparassitarie, ecc.
La biodiversità è un tesoro immenso di variabilità genetica, un campo aperto a una miriade di combinazioni e ricombinazioni geniche, che possono avvenire naturalmente o sono operate dall’uomo per migliorare le caratteristiche, l’adattabilità al clima e alle sue variazioni, le prestazioni delle piante coltivate. Un tesoro ancora poco esplorato, visto che soltanto una settantina di specie sono state finora addomesticate e sono una trentina quelle più coltivate; ma è un tesoro purtroppo in via d’erosione. Si presume che in Africa le piante tuttora sottoutilizzate o ignorate, le risorse genetiche per la sicurezza alimentare, per la salute, per produzioni bioindustriali scaturenti dalle nuove biotecnologie (molecole “verdi” per prodotti chimici, integratori alimentari, farmaci, cosmetici, carta, plastiche, biocombustibili, biocarburanti, ecc.) possono essere fonti di positive sorprese foriere di miglioramenti e diversificazioni delle produzioni vegetali e animali.
Ma ritorniamo alla questione chiave: l’aumento della produzione alimentare per combattere alla radice ed eliminare la povertà e la fame. Si deve riconoscere che il miglioramento genetico ha finora riguardato produzioni tipiche del consumo abituale dei popoli ricchi e, fatta eccezione per la sopra citata “rivoluzione verde” degli anni Sessanta, molto modesto è il miglioramento genetico di piante delle zone tropicali e subtropicali. Queste specie, salvo rare eccezioni (esempio banano e ananas), sono erroneamente classificate di minore importanza e poco degne di intensa ricerca perché “locali”, sono quindi veramente “orfane di ricerca”. Eppure, proprio queste specie, da millenni adattatesi agli ambienti locali (ed empiricamente selezionate dai contadini), potranno – in un sistema di compartecipazione tecnico-scientifica – dare un effettivo contributo non solo alla autosufficienza alimentare delle popolazioni agricole africane, ma anche – con incremento del reddito delle famiglie contadine – alla vendita dei surplus sui mercati locali, all’esportazione verso i mercati delle zone densamente popolate e delle megalopoli che si vanno formando in Africa, con correnti commerciali internazionali.
Non si può continuare soltanto nella politica degli aiuti in alimenti e farmaci: iniziative degne di rispetto e spesso, nel caso di ospedali e scuole, espressioni di generosità e di abnegazione; bisogna ormai lavorare direttamente con i contadini e le comunità rurali – generalmente le più povere, arretrate e trascurate – per elevare all’origine i livelli della locale produzione alimentare.
L’esperienza (per esempio in varie regioni del Subcontinente indiano e del Sud America) dimostra che il decollo dello sviluppo nel settore agricolo dei Paesi economicamente arretrati non avviene soltanto per l’introduzione di agrosistemi, di sementi, di materiali e di metodi delle agricolture dei Paesi avanzati, ma con l’esame – condotto nell’ambito di azioni locali partecipate fra comunità rurali e tecnici – delle caratteristiche e delle potenzialità delle piante locali. Queste indagini, ripetute nel tempo, devono tendere a selezionare – nei campi coltivati intorno ai villaggi, nelle praterie e nei pascoli, nelle zone incolte, nelle foreste – le piante migliori (per produttività, qualità, resistenza a fattori biotici e abiotici, ecc.), a individuare i tipi agroecologicamente più adatti all’ambiente, i più produttivi in quantità e qualità, capaci di procurare un progressivo miglioramento dei consumi alimentari, dello stato di salute e, in definitiva, delle condizioni di vita delle popolazioni indigene, grazie all’aumento del reddito degli agricoltori e delle comunità dei villaggi rurali.
Le piante selezionate per il loro patrimonio genetico saranno allevate e tenute in osservazione nei campi delle comunità rurali, saranno fatte confluire in collezioni per la salvaguardia dell’agrobiodiversità e per ulteriori confronti comparativi, e saranno poi depositate (in forma di sementi e bulbi) in impianti per la lunga conservazione. I bulbi e le sementi saranno poi sottoposti a indagini di laboratorio e ad analisi genetiche anche a livello molecolare nelle strutture scientifiche dei “Centri di Germoplasma” di università e di istituti regionali e nazionali di ricerca governativi.
In quest’ottica, l’iniziativa italiana, proposta dall’Accademia nazionale delle scienze e fondata sulla lunga esperienza di una simile collaborazione italo-indiana, è stata illustrata a Roma nel corso di un recente convegno organizzato dal Comitato promotore dell’“African Community Genetic Resources Centre”. Il Comitato, formalmente istituito nel 2006 sotto la presidenza onoraria di Gianni Letta, è guidato da me e dall’onorevole Alberto Michelini, consulente del sindaco di Roma per le relazioni istituzionali con i Paesi africani, con la collaborazione tecnicoscientifica del professor Enrico Porceddu dell’Università della Tuscia e accademico dei Lincei e delle Scienze, e della dottoressa Burgoni. Il Comitato riunisce rappresentanti di amministrazioni ed enti di ricerca e studiosi con competenze specifiche che potranno lavorare in sinergia al fine di promuovere, tutelare e valorizzare le biodiversità di cui le regioni d’Africa sono depositarie.
Il Centro infatti intende stabilire – con l’approvazione dei governi – una rete di villaggi rurali in cui la compartecipazione (come s’è detto) tra contadini ed esperti italiani e indigeni porti, nella sequenza sopra descritta, alla selezione, allo studio, alla valorizzazione delle ricchezze genetiche vegetali locali, inclusi i progenitori selvatici delle piante coltivate e delle specie in via di estinzione.

La stretta partecipazione con le comunità locali
è voluta non solo al fine di avvalersi delle loro conoscenze
empiriche, ma perché le popolazioni autoctone, che hanno conservato
patrimoni di risorse genetiche, devono godere di una quota dei vantaggi e
dei profitti che scaturiranno, per esempio, dalla brevettazione di
costrutti genici, dall’uso, da parte di industrie sementiere, della
scoperta di nuove risorse genetiche per costruire e vendere nuove e
migliorate varietà agricole o nuovi prodotti bioindustriali.
Il “Trattato internazionale sulle risorse fitogenetiche per l’alimentazione e l’agricoltura”, ratificato da oltre 150 Paesi, tra cui l’Italia, ed entrato in vigore nel giugno 2004, stabilisce che le risorse genetiche non sono patrimonio indiviso dell’umanità ma appartengono al Paese d’origine, e che i diritti vanno riconosciuti alle comunità degli agricoltori che nel corso dei millenni le hanno conservate.
Infatti, il lavoro dell’“African Community Genetic Resources Centre” avrà ricadute importanti non solo sulla tutela e sulla valorizzazione della biodiversità, ma sull’educazione e sulla formazione professionale delle categorie rurali, sull’occupazione, sullo sviluppo civile e culturale, sul reddito e sul potere d’acquisto individuale e familiare, così come sul prodotto interno lordo dei vari Paesi per l’espansione di mercati, di commerci, di reti commerciali nazionali e internazionali, di industrie alimentari e di bioindustrie.
Contatti sono già in corso con alcuni Paesi dell’Africa centrale, e in particolare con la Nigeria, Paese i cui abitanti costituiscono oltre un quarto della popolazione dell’Africa subsahariana. Per queste ragioni la Direzione e il Comitato promotore dell’“African Community Genetic Resources Centre” avranno cura, nel tempo, di estendere progressivamente la costituzione di simili Centri.
Se consideriamo che circa il 70% della popolazione nell’Africa subsahariana vive sull’agricoltura (e la quasi totalità nelle zone interne e agricole tradizionali), questo comune progetto, da realizzare con le comunità rurali tradizionali, vuole essere una missione, un servizio dovuto, eticamente sentito, volto a scoprire, esaminare, valutare, valorizzare e far conoscere quel tesoro di risorse biologiche, di risorse per la vita che, come e forse anche più delle altre risorse naturali, è fonte e garanzia per il progresso delle condizioni di vita e dei diritti fondamentali di uomini, donne e bambini.
Purtroppo, la regione della terra in cui la maggior parte della popolazione ancora vive in condizioni di indigenza, anche estrema, è l’Africa. L’agricoltura è l’effettivo motore primario di sviluppo, come la storia del genere umano dimostra, dall’Europa – e dalla stessa nostra Italia e il suo Mezzogiorno – al Nord America e più recentemente all’America meridionale, e, in Asia, dalla Cina all’India. Ma mentre in Asia il numero delle persone in povertà estrema, grazie in particolare alla “rivoluzione verde”, si è dimezzato tra il 1990 e il 2001 (diminuendo di 250 milioni, passando cioè dal 31 al 18%, nonostante l’aumento della popolazione), la situazione dell’Africa subsahariana rimane molto grave: negli ultimi 10-15 anni i poveri estremi che vivono con meno di un dollaro al giorno sono aumentati in numero assoluto di quasi cento milioni e in percentuale dal 44,4% al 46,4%. In questi Paesi vivono 400 milioni di malnutriti (il 7% dell’umanità) di cui oltre 200 milioni in condizioni di povertà assoluta. Nell’Africa subsahariana, dove l’incremento della produzione agroalimentare è appena intorno al 2% annuo, l’incremento demografico è almeno del 3%. E l’aumento di produzione è dovuto alla messa a coltura di terre vergini, di terreni deforestati: si invadono altipiani, savane, zone predesertiche, si adottano pratiche agronomiche inadatte e dannose per le risorse naturali, e causa di erosione dei suoli e di avanzamento dei deserti. La produzione media per ettaro in Africa è soltanto il 54% della media mondiale. Ma molte delle vaste zone interne africane, le tante comunità remote e i villaggi rurali, non sono stati ancora raggiunti da quei livelli minimi di preparazione professionale, di organizzazione anche infrastrutturale, di assistenza, di competenze tecniche, e mancano elementari analisi sui problemi locali che permettano di decollare economicamente, civilmente ed ecocompatibilmente.

Distribuzione di cibo ad alcuni bambini di Kangala in Angola
La biodiversità è un tesoro immenso di variabilità genetica, un campo aperto a una miriade di combinazioni e ricombinazioni geniche, che possono avvenire naturalmente o sono operate dall’uomo per migliorare le caratteristiche, l’adattabilità al clima e alle sue variazioni, le prestazioni delle piante coltivate. Un tesoro ancora poco esplorato, visto che soltanto una settantina di specie sono state finora addomesticate e sono una trentina quelle più coltivate; ma è un tesoro purtroppo in via d’erosione. Si presume che in Africa le piante tuttora sottoutilizzate o ignorate, le risorse genetiche per la sicurezza alimentare, per la salute, per produzioni bioindustriali scaturenti dalle nuove biotecnologie (molecole “verdi” per prodotti chimici, integratori alimentari, farmaci, cosmetici, carta, plastiche, biocombustibili, biocarburanti, ecc.) possono essere fonti di positive sorprese foriere di miglioramenti e diversificazioni delle produzioni vegetali e animali.
Ma ritorniamo alla questione chiave: l’aumento della produzione alimentare per combattere alla radice ed eliminare la povertà e la fame. Si deve riconoscere che il miglioramento genetico ha finora riguardato produzioni tipiche del consumo abituale dei popoli ricchi e, fatta eccezione per la sopra citata “rivoluzione verde” degli anni Sessanta, molto modesto è il miglioramento genetico di piante delle zone tropicali e subtropicali. Queste specie, salvo rare eccezioni (esempio banano e ananas), sono erroneamente classificate di minore importanza e poco degne di intensa ricerca perché “locali”, sono quindi veramente “orfane di ricerca”. Eppure, proprio queste specie, da millenni adattatesi agli ambienti locali (ed empiricamente selezionate dai contadini), potranno – in un sistema di compartecipazione tecnico-scientifica – dare un effettivo contributo non solo alla autosufficienza alimentare delle popolazioni agricole africane, ma anche – con incremento del reddito delle famiglie contadine – alla vendita dei surplus sui mercati locali, all’esportazione verso i mercati delle zone densamente popolate e delle megalopoli che si vanno formando in Africa, con correnti commerciali internazionali.
Non si può continuare soltanto nella politica degli aiuti in alimenti e farmaci: iniziative degne di rispetto e spesso, nel caso di ospedali e scuole, espressioni di generosità e di abnegazione; bisogna ormai lavorare direttamente con i contadini e le comunità rurali – generalmente le più povere, arretrate e trascurate – per elevare all’origine i livelli della locale produzione alimentare.
L’esperienza (per esempio in varie regioni del Subcontinente indiano e del Sud America) dimostra che il decollo dello sviluppo nel settore agricolo dei Paesi economicamente arretrati non avviene soltanto per l’introduzione di agrosistemi, di sementi, di materiali e di metodi delle agricolture dei Paesi avanzati, ma con l’esame – condotto nell’ambito di azioni locali partecipate fra comunità rurali e tecnici – delle caratteristiche e delle potenzialità delle piante locali. Queste indagini, ripetute nel tempo, devono tendere a selezionare – nei campi coltivati intorno ai villaggi, nelle praterie e nei pascoli, nelle zone incolte, nelle foreste – le piante migliori (per produttività, qualità, resistenza a fattori biotici e abiotici, ecc.), a individuare i tipi agroecologicamente più adatti all’ambiente, i più produttivi in quantità e qualità, capaci di procurare un progressivo miglioramento dei consumi alimentari, dello stato di salute e, in definitiva, delle condizioni di vita delle popolazioni indigene, grazie all’aumento del reddito degli agricoltori e delle comunità dei villaggi rurali.
Le piante selezionate per il loro patrimonio genetico saranno allevate e tenute in osservazione nei campi delle comunità rurali, saranno fatte confluire in collezioni per la salvaguardia dell’agrobiodiversità e per ulteriori confronti comparativi, e saranno poi depositate (in forma di sementi e bulbi) in impianti per la lunga conservazione. I bulbi e le sementi saranno poi sottoposti a indagini di laboratorio e ad analisi genetiche anche a livello molecolare nelle strutture scientifiche dei “Centri di Germoplasma” di università e di istituti regionali e nazionali di ricerca governativi.
In quest’ottica, l’iniziativa italiana, proposta dall’Accademia nazionale delle scienze e fondata sulla lunga esperienza di una simile collaborazione italo-indiana, è stata illustrata a Roma nel corso di un recente convegno organizzato dal Comitato promotore dell’“African Community Genetic Resources Centre”. Il Comitato, formalmente istituito nel 2006 sotto la presidenza onoraria di Gianni Letta, è guidato da me e dall’onorevole Alberto Michelini, consulente del sindaco di Roma per le relazioni istituzionali con i Paesi africani, con la collaborazione tecnicoscientifica del professor Enrico Porceddu dell’Università della Tuscia e accademico dei Lincei e delle Scienze, e della dottoressa Burgoni. Il Comitato riunisce rappresentanti di amministrazioni ed enti di ricerca e studiosi con competenze specifiche che potranno lavorare in sinergia al fine di promuovere, tutelare e valorizzare le biodiversità di cui le regioni d’Africa sono depositarie.
Il Centro infatti intende stabilire – con l’approvazione dei governi – una rete di villaggi rurali in cui la compartecipazione (come s’è detto) tra contadini ed esperti italiani e indigeni porti, nella sequenza sopra descritta, alla selezione, allo studio, alla valorizzazione delle ricchezze genetiche vegetali locali, inclusi i progenitori selvatici delle piante coltivate e delle specie in via di estinzione.

Un laboratorio dove viene effettuata la coltivazione in vitro per lo studio genetico dei vegetali locali
Il “Trattato internazionale sulle risorse fitogenetiche per l’alimentazione e l’agricoltura”, ratificato da oltre 150 Paesi, tra cui l’Italia, ed entrato in vigore nel giugno 2004, stabilisce che le risorse genetiche non sono patrimonio indiviso dell’umanità ma appartengono al Paese d’origine, e che i diritti vanno riconosciuti alle comunità degli agricoltori che nel corso dei millenni le hanno conservate.
Infatti, il lavoro dell’“African Community Genetic Resources Centre” avrà ricadute importanti non solo sulla tutela e sulla valorizzazione della biodiversità, ma sull’educazione e sulla formazione professionale delle categorie rurali, sull’occupazione, sullo sviluppo civile e culturale, sul reddito e sul potere d’acquisto individuale e familiare, così come sul prodotto interno lordo dei vari Paesi per l’espansione di mercati, di commerci, di reti commerciali nazionali e internazionali, di industrie alimentari e di bioindustrie.
Contatti sono già in corso con alcuni Paesi dell’Africa centrale, e in particolare con la Nigeria, Paese i cui abitanti costituiscono oltre un quarto della popolazione dell’Africa subsahariana. Per queste ragioni la Direzione e il Comitato promotore dell’“African Community Genetic Resources Centre” avranno cura, nel tempo, di estendere progressivamente la costituzione di simili Centri.
Se consideriamo che circa il 70% della popolazione nell’Africa subsahariana vive sull’agricoltura (e la quasi totalità nelle zone interne e agricole tradizionali), questo comune progetto, da realizzare con le comunità rurali tradizionali, vuole essere una missione, un servizio dovuto, eticamente sentito, volto a scoprire, esaminare, valutare, valorizzare e far conoscere quel tesoro di risorse biologiche, di risorse per la vita che, come e forse anche più delle altre risorse naturali, è fonte e garanzia per il progresso delle condizioni di vita e dei diritti fondamentali di uomini, donne e bambini.