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CONGO
tratto dal n. 02 - 2007

REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO

Chiediamo di non essere abbandonati


Intervista con padre Apollinaire Muholongu, presidente della Commissione elettorale indipendente che ha vigilato sul regolare svolgimento delle elezioni presidenziali, le prime votazioni libere dopo anni di guerre e dittatura. Il ruolo della comunità internazionale resta essenziale


Intervista con Apollinaire Malu Malu Muholongu di Davide Malacaria


Un conflitto che sembrava non dovesse finire mai. Uno dei tanti in Africa. Scoppiato per il solito motivo: accaparrarsi le straordinarie ricchezze naturali del Paese. Con una variante: il boom dei telefonini... già, perché a quanto pare la Repubblica Democratica del Congo, uno dei Paesi più grandi dell’Africa, è ricchissima di una sorta di sabbia scura, il coltan, impiegata massicciamente per le componenti elettroniche dei telefoni cellulari, delle telecamere, dei computer portatili. Così, ancora una volta, il continente africano ha dovuto versare l’ennesimo tributo di sangue allo sviluppo dell’Occidente. Un mattatoio nel cuore dell’Africa, lì dove Conrad ambientò – tragica ciclicità della storia – il suo Cuore di tenebra. Ora, forse, la mattanza si è placata. Già, perché il 29 ottobre scorso, dopo anni di dittature e di guerre, nella Repubblica Democratica del Congo si sono svolte le prime elezioni libere della sua recente e travagliata storia. E sono andate bene, nel senso che uno ha vinto e altri hanno perso senza ulteriori spargimenti di sangue. Una bella pagina di cronaca bianca che, però, deve fare i conti con la precarietà propria della geopolitica africana. Proviamo a raccontarla, con l’ausilio di padre Apollinaire Malu Malu Muholongu, presidente della Cei, che non è la Conferenza episcopale italiana, ma la Commissione elettorale indipendente, organismo che ha vigilato sul corretto svolgimento delle operazioni elettorali. Padre Apollinaire dal 2001 al 2004 è stato rettore dell’Università Cattolica di Graben, a Butembo, nella regione del Nord-Kivu, la zona orientale del Paese che, insieme all’Ituri, è stata il principale teatro degli scontri di questi anni.

Sembra che il suo Paese sia finalmente uscito dalla sanguinosa guerra civile...
Apollinaire Malu Malu Muholongu: In realtà si tratta di due distinte guerre, che hanno funestato un lungo periodo di transizione. Nel 1996 inizia la prima guerra civile, che si conclude l’anno successivo con la caduta di Mobutu – al potere dal 1965 – a opera di Laurent-Désiré Kabila (padre dell’attuale presidente), assassinato poi nel 2001. Dopo questo conflitto si pensava che per il Paese potesse schiudersi un periodo di tranquillità, invece è sprofondato nuovamente nel caos di un’altra guerra, più drammatica della prima. Uno scontro che ha visto il coinvolgimento di sei Paesi africani: Uganda, Ruanda e Burundi hanno appoggiato le milizie ribelli, mentre Angola, Namibia e Zimbabwe sono scesi in campo al fianco delle truppe fedeli a Kabila (padre prima e figlio poi). Questo secondo conflitto, molto più sanguinoso del primo, è durato dall’agosto del 1998 al 2003. Nel frattempo, però, nel 1999, c’era stato a Lusaka (in Zambia), un primo accordo tra le parti. Un accordo molto importante perché grazie a questo si è avuto un primo cessate il fuoco che, benché violato più volte dalle parti, ha creato le condizioni per un accordo di pace vero e proprio, e perché ha permesso l’inizio di un negoziato politico tra le varie fazioni in lotta.
Che ruolo ha avuto la comunità internazionale in questo processo di pace?
Muholongu: Decisivo. A iniziare dal Sadc (Southern African Development Community), l’organismo che riunisce i Paesi dell’Africa australe. Ma è stato importante anche il ruolo di alcuni politici africani che si sono prodigati senza riserve per il buon esito del processo di pace; penso in particolare all’ex presidente dello Zambia, Frederick Chiluba, che ha svolto efficacemente il compito di “facilitatore di pace”, all’ex presidente del Botswana, Ketumile Masire, che è stato decisivo nei negoziati politici, e al presidente del Sudafrica, Thabo Mbeki, che invece ha mediato tra le parti. Senza dimenticare il grande apporto dell’Onu, dell’Unione africana e dell’Unione europea. Questo sostegno si è concretizzato in aiuto giuridico, politico ed economico. Quest’ultimo, in particolare, è stato notevole: lo svolgimento del processo di pace e le elezioni sono costati 560 milioni di euro. Una cifra enorme, di cui si è fatta carico per il 90 per cento l’Unione europea.
Sostenitori del presidente Joseph Kabila festeggiano la sua vittoria a Kinshasa, il 16 novenbre 2006

Sostenitori del presidente Joseph Kabila festeggiano la sua vittoria a Kinshasa, il 16 novenbre 2006

Quest’ultima ha inviato anche truppe con funzione di peacekeeping...
Muholongu: ... la missione Artemis, stanziata a Bunia, capoluogo dell’Ituri, una delle regioni più tormentate dalla guerra. Truppe che si sono aggiunte a quelle dell’Onu (Monuc), stanziate in diverse zone del Paese. Senza dimenticare le missioni Eurofor e Eupol, le quali hanno permesso che le elezioni si svolgessero senza incidenti di rilievo. La missione Eupol, in particolare, ha avuto il merito di creare un piccolo nucleo di polizia congolese che ha affiancato le forze di sicurezza straniere in questo difficile frangente, dando prova di una notevole efficienza. In particolare la popolazione ha visto, forse per la prima volta, una forza di polizia in grado di garantire la sicurezza senza ricorrere a mezzi repressivi. E questo è molto importante per il futuro del Paese...
Parla delle elezioni del 29 ottobre scorso...
Muholongu: Non solo. Il 29 ottobre si sono svolte le elezioni presidenziali, che hanno visto l’affermazione di Joseph Kabila contro Jean Pierre Bemba. Ma poi si sono svolte altre elezioni: quelle politiche, che hanno visto la vittoria della coalizione che fa riferimento a Kabila, e quelle provinciali nelle varie regioni del Paese. Ora occorre procedere ad altre due votazioni: le Assemblee provinciali devono eleggere i governi provinciali – secondo il meccanismo delle elezioni indirette – e poi ci saranno quelle municipali in tutto il Paese... la buona riuscita delle tornate elettorali finora svolte ha dimostrato che quanto accaduto il 29 ottobre non è stata un’eccezione, ma può diventare una regola del normale confronto democratico del Paese.
I partiti che si sono affrontati alle elezioni erano espressione delle varie fazioni armate che hanno siglato gli accordi di pace?
Muholongu: In realtà agli accordi di pace non hanno preso parte solo i protagonisti del conflitto, ma anche esponenti della società civile congolese e rappresentanti di un partito politico contrario all’uso della forza... Anche se a contendersi la carica di presidente sono stati i principali antagonisti nel conflitto, alle elezioni hanno preso parte anche partiti che non sono intervenuti nella guerra. Primo ministro del Paese è ora l’ottuagenario Antoine Gizenga, già vicepremier del governo guidato dal leader indipendentista Patrice Lumumba, al potere prima del colpo di Stato di Mobutu. In questo caso la storia sembra aver percorso un circolo virtuoso...
Lei è un sacerdote: qual è stato il ruolo della Chiesa in questo processo di pace?
Muholongu: In tutti questi anni la Chiesa, come anche tutte le comunità religiose presenti nel Paese, è stata vicina alla gente che soffriva chiedendo con insistenza la fine delle ostilità e il rispetto della dignità umana.
Quali sono le emergenze che deve affrontare il vostro Paese?
Muholongu: La nostra nazione esce stremata da un lungo e sanguinoso conflitto di cui non si sa neanche con precisione il numero delle vittime. Kofi Annan ha detto che, dalla lettura dei vari rapporti Onu, emerge che la cifra indicativa dei morti dell’ultima guerra, uccisi direttamente negli scontri o a causa della mancanza di cure o di alimentazione, è pari a circa 4 milioni... Un numero enorme, che tra l’altro non contempla le vittime del primo conflitto. I contadini non potevano coltivare i campi o, quando anche riuscivano a farlo, questi erano preda delle razzie di militari affamati... Si tratta di ricostruire un intero Paese, dare alla gente delle istituzioni credibili, la possibilità di un lavoro dignitoso. Per questo contiamo ancora sull’aiuto esterno: servono investimenti stranieri per sviluppare la nostra fragile economia. La Repubblica Democratica del Congo sta attraversando un momento decisivo quanto delicato della sua storia, un momento in cui il ruolo della comunità internazionale resta fondamentale: speriamo e chiediamo di non essere abbandonati.


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