Intervista con Antoine Audo, vescovo caldeo di Aleppo
«Fuggono sapendo di non tornare più»
Intervista con Antoine Audo di Gianni Valente
Il gesuita Antoine Audo, 61 anni, vescovo caldeo di
Aleppo dal 1992, si trova in maniera inattesa a dover fare i conti con
l’assistenza e la cura pastorale dei quarantamila caldei iracheni
rifugiati in Siria. Un’emergenza affrontata con buona volontà,
ma con pochi mezzi.

Cosa le raccontano i cristiani che scappano
dall’Iraq?
ANTOINE AUDO: Il primo scopo di chi li aggredisce è quasi sempre rubare il denaro e magari costringerli alla fuga per appropriarsi della casa. Poi ci sono i rapimenti. Prendono sacerdoti, ragazzi e ragazze. E anche un solo rapimento basta a scatenare il panico nell’intero quartiere e a mettere in fuga cinquanta, cento famiglie… A tutto ciò si intreccia il dilagare senza freni del fanatismo musulmano. Minacciano le ragazze costringendole a mettere il velo a scuola o all’università. Fanno telefonate di minaccia o scrivono lettere minatorie: se non partite tutti – dicono – vi ammazziamo...
I cristiani vengono bersagliati più degli altri?
AUDO: Gli episodi di violenza colpiscono tutti. Ma nelle società tribali, quando ci sono problemi ognuno cerca la difesa del proprio gruppo. E i cristiani sono privi di questo tipo di protezione. Adesso che lì non c’è più un potere statale che possa garantire la sicurezza delle strade, dei mercati, della notte, loro sono i più esposti.
Cosa la colpisce, nella situazione dei rifugiati?
AUDO: Mi fanno pena soprattutto le donne. Da noi, soprattutto nelle classi più povere, gli uomini generalmente non mostrano grande senso di responsabilità. Nelle nostre famiglie sono spesso le donne che devono portare tutto il peso. E mi accorgo di quanto adesso tante di loro siano stanche, inaridite, disorientate davanti a quello che è successo. Invecchiano in fretta sotto un accumulo di dolori, malattie, povertà. Vivevano in una società tradizionale, dentro un sistema tribale dove ci si aiutava. Adesso questo tessuto si è disintegrato, sono tutti scappati di qua e di là, in pochi mesi hanno perso tutto: case, sicurezza, affetti. A Damasco arrivano così: e nella grande città è facile perdersi.
Allude al fenomeno della prostituzione.
AUDO: Nei grandi agglomerati urbani capita anche questo, per la povertà e il disorientamento. Come anche lo sfruttamento del lavoro dei bambini. Fenomeni a cui nessuno qui era abituato.
Che giudizio prevale rispetto alla guerra che ha causato tutto questo?
AUDO: L’amministrazione Usa per vendere la sua guerra ha usato la terminologia della democrazia e della libertà. Hanno attaccato l’Iraq come anello debole, ma puntavano a tutta l’area, e c’era chi cercava vittorie a livelli diversi, interni e internazionali. Ho visto cristiani mettersi a piangere mentre ricordavano i tempi di Saddam. Si è arrivati a questo. Lui era un dittatore, ma il discorso che adesso fanno tutti è: se la libertà e la democrazia sono questo, non le vogliamo.
Ci sono differenze tra l’attuale situazione dei profughi e quanto successe nel ’91?
AUDO: Allora a scappare erano soprattutto disertori dell’esercito. Era meno forte la percezione di essere colpiti in quanto cristiani. E poi stavolta è chiaro che quasi tutti scappano sapendo di non tornare più.
La Chiesa caldea ha organizzato degli aiuti?
AUDO: Nel ’91 ci eravamo trovati impreparati. Questa volta, prima ancora che iniziasse la guerra, ho proposto ai patriarchi e ai vescovi di chiedere alla Caritas di soccorrere i profughi iracheni che sarebbero arrivati. Ma il flusso consistente è iniziato solo un anno dopo la guerra. A quel punto abbiamo avuto collaborazione da Aiuto alla Chiesa che soffre, da Missio, dall’Associazione Amici di Raoul Follerau. Ogni 2 o 3 mesi distribuiamo generi di prima sussistenza alle famiglie più povere. Cerchiamo di dare un contributo di 200 dollari a chi deve affrontare spese sanitarie per operazioni e cure specialistiche. Sono poche cose, ma tutti le cercano, anche per una sorta di sollievo psicologico, per avere la conferma che non sono stati abbandonati. Adesso ogni venerdì il Patriarcato greco-cattolico a Damasco ci mette a disposizione dei locali per fare catechismo a più di mille ragazzi scappati dall’Iraq. E le chiese sono sempre piene. Messe, preghiere del mattino, preghiere della sera… Ogni domenica mattina colpisce vedere i diaconi anziani che arrivano coi libri di preghiera e cominciano a cantare gli inni di lode. È una cosa straordinaria, bella da vedere, dentro tante difficoltà e preoccupazioni.

Il vescovo Antoine Audo. Sullo sfondo, la veduta di chiese e moschee che si gode dai terrazzi della Cattedrale caldea di Aleppo
ANTOINE AUDO: Il primo scopo di chi li aggredisce è quasi sempre rubare il denaro e magari costringerli alla fuga per appropriarsi della casa. Poi ci sono i rapimenti. Prendono sacerdoti, ragazzi e ragazze. E anche un solo rapimento basta a scatenare il panico nell’intero quartiere e a mettere in fuga cinquanta, cento famiglie… A tutto ciò si intreccia il dilagare senza freni del fanatismo musulmano. Minacciano le ragazze costringendole a mettere il velo a scuola o all’università. Fanno telefonate di minaccia o scrivono lettere minatorie: se non partite tutti – dicono – vi ammazziamo...
I cristiani vengono bersagliati più degli altri?
AUDO: Gli episodi di violenza colpiscono tutti. Ma nelle società tribali, quando ci sono problemi ognuno cerca la difesa del proprio gruppo. E i cristiani sono privi di questo tipo di protezione. Adesso che lì non c’è più un potere statale che possa garantire la sicurezza delle strade, dei mercati, della notte, loro sono i più esposti.
Cosa la colpisce, nella situazione dei rifugiati?
AUDO: Mi fanno pena soprattutto le donne. Da noi, soprattutto nelle classi più povere, gli uomini generalmente non mostrano grande senso di responsabilità. Nelle nostre famiglie sono spesso le donne che devono portare tutto il peso. E mi accorgo di quanto adesso tante di loro siano stanche, inaridite, disorientate davanti a quello che è successo. Invecchiano in fretta sotto un accumulo di dolori, malattie, povertà. Vivevano in una società tradizionale, dentro un sistema tribale dove ci si aiutava. Adesso questo tessuto si è disintegrato, sono tutti scappati di qua e di là, in pochi mesi hanno perso tutto: case, sicurezza, affetti. A Damasco arrivano così: e nella grande città è facile perdersi.
Allude al fenomeno della prostituzione.
AUDO: Nei grandi agglomerati urbani capita anche questo, per la povertà e il disorientamento. Come anche lo sfruttamento del lavoro dei bambini. Fenomeni a cui nessuno qui era abituato.
Che giudizio prevale rispetto alla guerra che ha causato tutto questo?
AUDO: L’amministrazione Usa per vendere la sua guerra ha usato la terminologia della democrazia e della libertà. Hanno attaccato l’Iraq come anello debole, ma puntavano a tutta l’area, e c’era chi cercava vittorie a livelli diversi, interni e internazionali. Ho visto cristiani mettersi a piangere mentre ricordavano i tempi di Saddam. Si è arrivati a questo. Lui era un dittatore, ma il discorso che adesso fanno tutti è: se la libertà e la democrazia sono questo, non le vogliamo.
Ci sono differenze tra l’attuale situazione dei profughi e quanto successe nel ’91?
AUDO: Allora a scappare erano soprattutto disertori dell’esercito. Era meno forte la percezione di essere colpiti in quanto cristiani. E poi stavolta è chiaro che quasi tutti scappano sapendo di non tornare più.
La Chiesa caldea ha organizzato degli aiuti?
AUDO: Nel ’91 ci eravamo trovati impreparati. Questa volta, prima ancora che iniziasse la guerra, ho proposto ai patriarchi e ai vescovi di chiedere alla Caritas di soccorrere i profughi iracheni che sarebbero arrivati. Ma il flusso consistente è iniziato solo un anno dopo la guerra. A quel punto abbiamo avuto collaborazione da Aiuto alla Chiesa che soffre, da Missio, dall’Associazione Amici di Raoul Follerau. Ogni 2 o 3 mesi distribuiamo generi di prima sussistenza alle famiglie più povere. Cerchiamo di dare un contributo di 200 dollari a chi deve affrontare spese sanitarie per operazioni e cure specialistiche. Sono poche cose, ma tutti le cercano, anche per una sorta di sollievo psicologico, per avere la conferma che non sono stati abbandonati. Adesso ogni venerdì il Patriarcato greco-cattolico a Damasco ci mette a disposizione dei locali per fare catechismo a più di mille ragazzi scappati dall’Iraq. E le chiese sono sempre piene. Messe, preghiere del mattino, preghiere della sera… Ogni domenica mattina colpisce vedere i diaconi anziani che arrivano coi libri di preghiera e cominciano a cantare gli inni di lode. È una cosa straordinaria, bella da vedere, dentro tante difficoltà e preoccupazioni.