Il trentesimo anniversario
Andreotti ricorda come, trent’anni fa, i comunisti italiani votarono per la prima volta un documento in cui riconoscevano quali elementi fondamentali della politica estera italiana il Patto atlantico e la Comunità europea
Giulio Andreotti

Enrico Berlinguer, segretario del Pci, stringe la mano ad Aldo Moro, presidente della Dc, il 20 maggio 1977
I comunisti si impegnavano a votare un documento riconoscendo elementi fondamentali della politica estera italiana il Patto atlantico e la Comunità europea.
L’astensione dei parlamentari comunisti, che era determinante, fu ribattezzata come «non sfiducia» (espressione coniata dal consulente economico della presidenza, professor Luigi Cappugi).
Un ostacolo psicologico si aveva nel far comprendere all’estero il significato esatto (finalità e limiti) della svolta italiana. In particolare era importante l’impatto verso gli Stati Uniti d’America, sempre timorosi di un nostro “scivolamento”. Venti anni prima, specie ai tempi dell’ambasciatrice Claire Boothe Luce, i dubbi in proposito laggiù erano molto forti, come attestano anche i diari di Alberto Tarchiani, nostro prestigioso ambasciatore a Washington.

Giulio Andreotti, capo del governo detto della “non sfiducia” (29 luglio 1976-11 marzo 1978), relaziona nell’aula della Camera dei deputati
Di segno opposto l’insofferenza nella sinistra extraparlamentare, che, ritenendo che la dirigenza comunista stesse tradendo i principî allontanandosi dalla Casa madre, dette vita o comunque alimentò le Brigate rosse.
Moro pagò di persona la svolta italiana, che nel frattempo era stata formalizzata in Parlamento.
Ma anche nella Democrazia cristiana la non belligeranza costruttiva con i comunisti era contrastata non tanto marginalmente. Fu attribuito a Fanfani l’incoraggiamento verso alcuni dirigenti del Movimento sociale che si scissero creando Democrazia nazionale. Come potessero veramente sperare che la Dc presentasse alcune loro candidature (come quella di Nencioni a Milano) si fa fatica a credere; sta di fatto che io appresi successivamente questa pattuizione riservatissima. Ma quando scattò l’operazione e si arrivò alla verifica parlamentare provocai la crisi di governo facendo uscire dall’aula due senatori democristiani: Todini e Della Porta, perdendo così la “fiducia”. Il presidente Pertini sciolse le Camere, dando vita a una campagna elettorale straordinaria, politicamente molto confusa.
Comunque il passo decisivo dei comunisti si era realizzato e non potevano più tornare indietro per quel che riguardava i pilastri della politica estera italiana.
Non è inutile sottolineare un dato caratterizzante al quale ci si rifaceva. Con il governo sovietico l’Italia aveva sempre mantenuto rapporti formali molto limpidi; io stesso con l’autorevolissimo Gromyko ho avuto occasione di lavorare efficacemente in contatti importanti. Del resto, nella mia prima esperienza presidenziale del 1972 (bipartito con i liberali di Malagodi) ero stato in visita ufficiale a Mosca, bene accolto nonostante gli appelli contrari che erano partiti dalle Botteghe oscure; che produssero solo la non udienza al massimo vertice. Appresi più tardi che almeno questa limitazione protocollare avevano dovuto concederla ai compagni italiani.