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CORNO D’AFRICA
tratto dal n. 05 - 2000

VISTO DALL’ERITREA. Intervista con il poeta Reesom Haile

«La sapienza che occorre...


...è quella del compromesso. Anche sofferto. Se invece entrambi vogliamo egemonizzare quel poco che c’è di buono, non si arriverà mai a nulla». La voce di uno degli scrittori africani più conosciuti nel mondo


Intervista con Reesom Haile di Roberto Rotondo e Gianni Cardinale


Reesom Haile è uno degli intellettuali eritrei più famosi nel mondo, un ambasciatore della letteratura e della cultura africane. Cattolico, nel 1998 ha vinto il Premio Raimok per la poesia, con la prima raccolta di poesie in tigrino (una delle lingue più parlate nel Corno d’Africa) dal titolo Waza msQum neger nTensae Hager (We Have Our Voice). Dopo vent’anni trascorsi in esilio, nel 1997 è tornato nel suo Paese, dove è riconosciuto come colui che ha saputo rivoluzionare, modernizzandola, la poesia eritrea.
Durante i giorni degli scontri tra Etiopia ed Eritrea era in Italia, su invito dell’Università di Roma La Sapienza, per presentare alla Facoltà di Lettere e Filosofia la sua raccolta di poesie. L’abbiamo incontrato per avere da lui un giudizio sulla situazione. Un giudizio di parte, certo, ma molto lucido...

Reesom Haile con il preside della Facoltà 
di Lettere e Filosofia dell’Università 
di Roma La Sapienza, Emanuele Paratore

Reesom Haile con il preside della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Roma La Sapienza, Emanuele Paratore

Cosa sta accadendo nel Corno d’Africa?
Reesom Haile: A distanza di undici anni dalla caduta del muro di Berlino, sull’Africa si vedono gli effetti della fine delle politiche contrapposte dei due blocchi.
Cos’è successo nella guerra di maggio? Le ambizioni di egemonia dell’Etiopia si sono incontrate con i progetti degli Stati Uniti che vogliono “normalizzare” il Corno d’Africa puntando su un solo Paese che sia in grado di garantirgli la stabilità della zona anche a costo di sopraffare i vicini. E nessuno è stato capace di alzare la voce contro questa invasione.
Neanche l’Organizzazione dell’unità africana?
Haile: L’Oua ha tentato di mediare. Bouteflika, il presidente algerino, ha svolto un lavoro significativo ma non ha il potere di cambiare le cose. Nessuno ha imposto agli etiopi di fermarsi; nessuno ha impedito l’invasione territoriale.
E l’Onu?
Haile: L’Onu non ha la capacità di intervenire dove c’è bisogno davvero. Interviene dove decidono gli Usa e i loro alleati. Lo scontro tra eritrei ed etiopi è stato per molti giorni il più grande scontro armato in atto nel mondo. Lei ha mai sentito qualcuno parlare della necessità di un’ingerenza umanitaria come in Kosovo?
La situazione forse era diversa...
Haile: Non è vero. Anche in questo caso c’è stata una pulizia etnica. Gli etiopi stanno reintroducendo la logica dell’apartheid. Dividono le famiglie: gli oromo dai somali, gli amhara dai tigrini. È una cosa terribile che può destabilizzare quel poco di convivenza che avevamo raggiunto.
In Etiopia comandano i tigrini ma nel Corno d’Africa sono minoritari: non possono pretendere di egemonizzare tutto.
Perché il Corno d’Africa non riesce ad incamminarsi su una strada di sviluppo sociale ed economico?
Haile: È difficile dirlo. Certo è che non riusciamo a gestire i contrasti senza animosità. Non c’è la capacità di arrivare a un compromesso, anche sofferto. Insomma, se entrambi vogliamo egemonizzare quel poco che c’è di buono nel Corno d’Africa, non ci sarà mai pace fra noi. Bisogna arrivare a un compromesso. Inoltre, queste popolazioni non hanno avuto la possibilità di vivere assieme, di lavorare, di studiare nelle stesse scuole, di leggere gli stessi libri. Anche la mancanza di strade, di mezzi di trasporto, ha reso troppo sporadici i contatti tra la gente. Quindi non c’è quella rete di rapporti, quella socialità, quell’intrecciarsi di interessi comuni che impedisce le guerre.
Qual è il suo giudizio sugli aiuti internazionali?
Haile: Penso che di per sé non bastino a risollevare un Paese e che inoltre, se mal usati, possano finanziare le guerre. Faccio un esempio: quando le organizzazioni umanitarie mandano un sacco di grano del valore di 160 dollari in Etiopia per sfamare la popolazione (mettiamo che questo grano arrivi al porto di Gibuti), devono dare al governo etiopico 250 dollari per trasportarlo dove c’è bisogno. Il guadagno che il governo di Addis Abeba realizza, come lo investe? Anche per armarsi.
Come vede il futuro?
Haile: Non sono ottimista. Oggi tutti pensano che basti risolvere il problema dei confini tra questi Paesi, ma non è così. Nuove guerre possono scoppiare e la più terribile sarà quella per l’acqua. La vera grande guerra del nuovo secolo. Prendiamo il caso del Nilo. L’Egitto vorrebbe avere voce in capitolo sulle decisioni che vengono prese riguardo alle sorgenti del fiume – che sono fuori dal suo territorio nazionale –, ma non fa nulla per aiutare i Paesi vicini. Sono anni che l’Uganda tenta di trovare i fondi per costruire dighe sul Nilo e gli egiziani fanno pressioni sulle banche di mezzo mondo per impedirlo. Non vogliono trovarsi ricattati, un giorno, per l’acqua.
Nei giorni di guerra ha temuto per il futuro dell’indipendenza del suo Paese?
Haile: A nessuno conviene che l’Eritrea non sia più indipendente. Per trent’anni, oltre la fame, la causa di instabilità costante nel corno d’Africa è stata la mancanza di uno Stato eritreo.
E lo sanno bene tutti.


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