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EDITORIALE
tratto dal n. 05 - 2000

La Conferenza di Amman


Una caratteristica dell’Unione interparlamentare è quella di aver registrato, senza interruzioni, la presenza anche di belligeranti in atto (Iran-Iraq, Israele-Paesi arabi), tutti attenti a che un filo, sia pure esilissimo, non venisse spezzato


Giulio Andreotti


Alcune delle bandiere dei148 Paesi che aderiscono all’Unione interparlamentare che decorano le strade di Amman. 
Nella capitale della Giordania, dal 30 aprile al 6 maggio 2000, si è svolta la centotreesima Conferenza dell’Unione interparlamentare

Alcune delle bandiere dei148 Paesi che aderiscono all’Unione interparlamentare che decorano le strade di Amman. Nella capitale della Giordania, dal 30 aprile al 6 maggio 2000, si è svolta la centotreesima Conferenza dell’Unione interparlamentare

Sono stato favorevolmente impressionato, partecipando alla Conferenza dell’Unione interparlamentare ad Amman, dalla profondità di preparazione della gran parte delle delegazioni sul tema – che sarà assunto dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’anno 2001 – del pluralismo delle culture nel quadro dello sviluppo delle civiltà. L’Unione, che è al suo centoundicesimo anno di vita, è formata dalle assemblee rappresentative ormai di quasi tutti i Paesi dei cinque continenti. Purtroppo da qualche tempo è venuta meno la partecipazione degli Stati Uniti, che nel passato avevano dato un contributo notevolissimo a questa particolare forma di colloquio internazionale, che si innestava peraltro fatalmente nella tripartizione mondiale tra Ovest, Est e Paesi non allineati, pur con larghi margini di obiettività. Forse il nuovo corso internazionale rende per alcuni meno attraenti gli appuntamenti extra-ufficialità; laddove in una fase di assestamento – o, come usa dirsi, di transizione – bisognerebbe semmai moltiplicare questi approcci.
Tornando all’Unione interparlamentare, una caratteristica del suo sviluppo è quella di aver registrato, senza interruzioni, la presenza anche di belligeranti in atto (Iran-Iraq, Israele-Paesi arabi), tutti attenti a che un filo, sia pure esilissimo, non venisse spezzato. Proprio ad Amman si avvertiva questa preziosa caratteristica mentre il continente africano è in preda ad una tremenda discrasia; e non si avvertono progressi nella questione palestinese.
Fermo restando – su questo secondo tema – che il punto finale non potrà che essere simultaneo tra lo Stato di Israele e tutti i vicini, si deve particolarmente alla saggezza del defunto re Hussein se dopo fasi incandescenti si è raggiunto in Giordania un discreto modus vivendi, anche se sullo sfondo persistono pesanti ombre, specie per i diritti dei rifugiati.
L’esistenza in Giordania di una non effimera convivenza di cristiani ed islamici, suscita una riflessione. Un campo nel quale, rimossi gli steccati rigidissimi che hanno per lungo tempo bloccato un po’ dovunque qualsiasi spiraglio di reciproca comprensione, può guardarsi con speranza è il dialogo interreligioso. È un tracciato che, a parte la bontà intrinseca del fine, può giovare molto anche a favorire, sia pur con piccoli spiragli, l’attenuazione di agghiaccianti contrasti politici. Riscontro in proposito in molti Paesi dell’area una novità. Mentre mi sembra che tra le grandi religioni – rifacendosi ad Abramo o altrimenti – si avverta qualche apertura almeno di possibile attenzione reciproca, si sta creando una forte diffidenza verso i diffusi tentativi di penetrazione di nuove entità religiose, non di rado dotate di mezzi concreti di affiancamento che vengono da lontano. È un fenomeno su cui occorre riflettere. Comunque ad Amman da oltre mezzo secolo esistono qualificate scuole (Francescani e Fratelli delle scuole cristiane) che danno un apporto notevolissimo alla formazione dei giovani, in gran parte islamici.
Un momento dell’incontro delle parlamentari 
ad Amman; a sinistra, Bushra Alw, rappresentante dell’Iraq; a destra, Faezah Hashemi, parlamentare dell’Iran

Un momento dell’incontro delle parlamentari ad Amman; a sinistra, Bushra Alw, rappresentante dell’Iraq; a destra, Faezah Hashemi, parlamentare dell’Iran

Negli atti della Conferenza di Amman figurano, come ho detto, documenti preparatori elaborati da diverse delegazioni, anche di Paesi nuovi a questi approfondimenti. Fermandoci al tema delle culture, citerò per tutti lo schema presentato dai canadesi: «…In ogni dibattito sulla cultura è importante adottare una nozione ampia comprendente la lingua, l’espressione umana, le idee, i valori, la storia, le tradizioni e la religione: il tutto è espresso specialmente dalla letteratura, dal cinema, dalle arti visive, dalla musica e dalla danza. La mondializzazione offre un potenziale di avvicinamento di tutte queste culture e civiltà; ma contiene difficoltà legate alla disparità di accesso ai nuovi mezzi di comunicazione.
Nell’ora di questa mondializzazione, tutti i Paesi devono cercare di preservare e promuovere la diversità culturale. Tra le diverse iniziative in corso su scala mondiale figura l’elaborazione di un Nuovo strumento internazionale sulle diversità culturali. I parlamenti e i singoli parlamentari possono contribuire in misura rilevante ad incoraggiare la tenuta di un dialogo nazionale su questo nuovo strumento e sul ruolo che può giuocare per facilitare un costruttivo dialogo tra le culture e le civiltà. La cultura della tolleranza e della pace si arricchisce con il riconoscimento dei diritti della persona e del pluralismo culturale. I princìpi di base contenuti nella Dichiarazione dei diritti dell’uomo sono valori fondamentali che trascendono cultura e civiltà; e costituiscono la base del concetto di diversità culturale».
C’è solo una parola che vorrei che scomparisse dal vocabolario corrente: tolleranza. C’è qualcosa di arrogante in questo termine, che sminuisce ogni possibile contenuto positivo di rimozione di incomunicabilità. Del resto più si conoscono la storia e le tradizioni di tanti popoli, più si è prudenti nel far classifiche di superiorità e inferiorità. Sotto un aspetto più ampio, sento gratitudine personale per il mio professore di filosofia al liceo che ci fece comprendere il significato profondo del saggio di Fichte sulla sapienza dei non indottrinati. Per le radici lontane di alcune culture si è portati a riflettere che i nostri duemila anni di civiltà cristiana hanno alle spalle – a parte la tradizione ebraica – pagine di straordinaria incidenza, anche se alcuni fiumi si sono inariditi e di molte “forme” non si ha più traccia diretta.
Comunque non sono davvero i canadesi che possono essere sospettati di discriminazioni nei valori. È forse lo Stato dove l’integrazione umana è la più rapida e più garantita. Il mio rilievo non è quindi diretto a loro.


Il re giordano Abdullah II, 
figlio di Hussein, interviene alla Conferenza dell’Unione interparlamentare il 30 aprile, 
giorno di apertura dei lavori

Il re giordano Abdullah II, figlio di Hussein, interviene alla Conferenza dell’Unione interparlamentare il 30 aprile, giorno di apertura dei lavori

Come sostegno della specificità nella convivenza tra tutte le rappresentanze convenute per la Conferenza, desidero registrare un progetto di risoluzione presentato dai parlamentari della Iugoslavia, certamente non ignari della emozione generale per le radici della crisi del Kosovo, ma nello stesso tempo convinti che la mancata esecuzione degli impegni sottoscritti a Dayton per la Bosnia-Erzegovina obblighi tutti a riconsiderare le posizioni: «Affermato che il diritto ad una vita degna, alla libertà e allo sviluppo sono da tempo valori universali dell’umanità; e ribadendo l’importanza della Carta delle Nazioni Unite e degli strumenti internazionali sulla libertà delle persone; respingendo con energia ogni violazione dei diritti fondamentali dell’uomo quale che ne sia la ragione, constatano con profonda preoccupazione che all’alba del terzo millennio milioni di persone restano espulsi con la forza dal loro focolare; e che il numero dei rifugiati e degli esuli aumenta, in violazione delle regole di una vita normale e degna. Di conseguenza» continua il documento «occorre che gli organismi delle Nazioni Unite e le altre organizzazioni internazionali, governative e non governative, diano il loro appoggio ai governi e ai parlamentari nazionali per instaurare condizioni capaci di portare soccorso ai rifugiati e agli esuli, facendoli ritornare al più presto nelle loro terre».
Il testo prosegue invocando solidarietà con i soccorsi umanitari (anche nella attesa dei rimpatri) e specialmente impegnando tutti a rimuovere le cause di queste tragedie e condannando le discriminazioni esistenti («il sistema dei due pesi e delle due misure»).


Certamente rispetto a conferenze intergovernative o a incontri diplomatici tradizionali, l’Unione interparlamentare ha meno vigore risolutivo. I suoi testi non sono soggetti a ratifiche nazionali né hanno contenuti immediatamente cogenti. Sono però ricognizioni di stati d’animo e linee di soluzione delle quali non sfugge l’intrinseca potenzialità ed importanza.
Sotto questo profilo io ho raccolto, nel mio intervento, una idea originale espressa dal signor Raffaello Fellah, copresidente della Wojac (Organizzazione mondiale degli ebrei provenienti dai Paesi arabi). Si sottopone l’ipotesi di un fondo comune alimentato dagli indennizzi dovuti agli ebrei espulsi o indotti ad uscire dai Paesi arabi e, d’altra parte, dagli israeliani per i beni espropriati di fatto. La gestione comune israelo-palestinese di questo fondo, costituirebbe – secondo l’ispirazione – un terreno fertile per rimuovere l’ostilità e l’incomunicabilità tuttora laceranti.
So che, leggendo non rettamente questa piattaforma innovativa, c’è chi la interpreta come rinuncia al diritto di ritorno. Discutere possibili – anche se ardue – vie d’uscita significa viceversa uscire da un calvario collettivo che non può continuare ad involversi pro o contro risoluzioni internazionali tanto solenni quanto non rispettate.
Il calendario della Conferenza interparlamentare di Amman ha coinciso con la Pasqua ortodossa, Pasqua che per i latini cadeva la domenica precedente. L’hanno celebrata congiuntamente ed è stato un non irrilevante momento di quell’ecumenismo dei piccoli segni, nella cui costruttività si deve confidare più che negli incontri solenni.


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