BENI CULTURALI. L’accordo tra il Ministero e la Cei per il settore archivistico
Archivi ecclesiastici: un tesoro da scoprire
Negli archivi di parrocchie, cattedrali, conventi, curie vescovili c’è uno straordinario patrimonio. L’accordo stipulato nel 2000 ha rilanciato l’impegno per la sua salvaguardia. E per aumentare la possibilità di fruirne
di Salvatore Italia
Il 18 aprile 2000, il
ministro per i Beni e le Attività culturali Giovanna Melandri e il
cardinale Camillo Ruini, presidente della Conferenza episcopale italiana,
hanno, in una breve cerimonia, siglato uno specifico protocollo di intesa
per il settore dei beni archivistici e librari. L’accordo ha lo
specifico intento di promuovere una azione concordata per la conservazione
e la consultazione degli archivi di interesse storico e delle biblioteche
appartenenti ad enti ed istituzioni ecclesiastiche. La nuova intesa integra
quella, di carattere più generale, conclusa nel settembre 1996 fra
l’allora Ministero per i Beni culturali e ambientali e la Conferenza
episcopale italiana, per dare attuazione a quella collaborazione per la
salvaguardia, la valorizzazione e il godimento dei beni culturali di
proprietà ecclesiastica prevista nell’articolo 12, punto 1
dell’Accordo di revisione del Concordato Lateranense siglato nel
1984. Grazie a questo accordo, che prevede e disciplina le forme di
collaborazione atte a favorire la conservazione e consultazione degli
archivi di interesse storico e delle biblioteche, un rapporto di
cooperazione già in atto, ma affidato ad iniziative sporadiche e
disorganiche, viene ricondotto a criteri di generalità ed
omogeneità, mettendo ordine in una materia di grande interesse
pubblico. Le procedure proposte non comportano alcuna abdicazione alle
esclusive responsabilità statuali e consentono alla controparte una
facoltà di proposta, da esercitare con cadenze periodiche e da
interlocutori ben identificati.
L’intento che muove l’accordo è quello di soddisfare il generale interesse alla tutela e alla fruizione più ampia di una componente così significativa del patrimonio culturale nazionale, ma non sottoposta alla diretta gestione della pubblica amministrazione. Con questa intenzione, l’intesa tocca tutti i nodi cruciali di una attività di tutela correttamente impostata: l’inventariazione e la catalogazione del patrimonio, il restauro, l’accesso al pubblico, la formazione del personale tecnico, il recupero del materiale illecitamente sottratto, fino alla collaborazione in caso di calamità naturali.

È particolarmente significativo che
all’articolo 2, l’autorità ecclesiastica si impegni ad
osservare, rispetto ai propri archivi storici, gli obblighi di tutela
imposti dalla normativa italiana ai proprietari di archivi privati
dichiarati di notevole interesse storico: come assicurare la conservazione
e disporre l’apertura degli archivi al pubblico. Un punto questo che
è stato accolto con grandissima soddisfazione dal mondo degli
storici, che spesso hanno modo di effettuare le loro ricerche
nell’ambito degli archivi ecclesiastici, ma altrettanto spesso non riescono facilmente ad ottenerne la
consultazione per obiettive carenze di sede, di personale qualificato,
magari di disponibilità di tempo da parte di un parroco assorbito da
altri doveri. L’intesa vede la Chiesa cattolica impegnarsi a
promuovere l’inventariazione degli archivi, ad adottare per gli
archivi diocesani misure organizzative sul modello di quelle che la
legislazione di tutela dello Stato italiano prevede per gli archivi
pubblici di particolare importanza, a destinare ai propri archivi storici
specifici finanziamenti. Dal canto suo, lo Stato italiano, e, dunque, il
Ministero per i Beni e le Attività culturali, fornirà
consulenza tecnica, attraverso le proprie Soprintendenze archivistiche e
contributi finanziari, nell’ambito dei limiti fissati dalla legge.
Una particolare attenzione è stata riservata alla formazione di personale qualificato: la Chiesa cattolica ha una grande tradizione archivistica, ma non dispone di una struttura diffusa sul territorio paragonabile alle Scuole degli Archivi di Stato italiani. Ad esse potranno ora accedere, anche, se necessario, in soprannumero, nella misura del 10% dei posti, coloro che avranno il compito di curare gli archivi ecclesiastici e che assumeranno, quindi, un ruolo fondamentale anche per garantirne la consultabilità. È interessante sottolineare che l’intesa non dimentica alcune questioni squisitamente tecniche, di grande rilevanza: all’articolo 4, per gli archivi viene molto opportunamente messa in evidenza la necessità che l’inventariazione e la catalogazione vengano condotte con metodologie e procedimenti omogenei, tali da consentire l’interscambio delle informazioni.
La firma di questo ulteriore accordo ha sancito, dunque, in termini precisi le modalità di collaborazione fra l’amministrazione archivistica e le autorità religiose per la tutela, su tutto il territorio nazionale, degli archivi storici ecclesiastici.
Occorre, peraltro, sottolineare che già l’accordo stipulato nel 1996 aveva trovato, nel settore archivistico, una situazione di collaborazione già ben consolidata, particolarmente, in alcune aree regionali. Non sarà inutile ricordare, ad esempio, il progetto di informatizzazione di documenti degli archivi storici diocesani pugliesi, che ha consentito di intervenire per la salvaguardia delle serie documentarie più preziose e consultate di quegli archivi, quali – in particolare – le serie membranacee. La realizzazione di questo progetto è stata resa possibile grazie alla buona conoscenza acquisita in Puglia del patrimonio documentario ecclesiastico, grazie ad un censimento effettuato dalla Soprintendenza archivistica e al finanziamento (da parte dell’Ufficio centrale per i beni archivistici) di numerosi interventi di ordinamento degli archivi diocesani.
Un’altra importante area di intervento è stata quella del Veneto, dove, dopo la conclusione del censimento e dell’inventariazione informatizzata di cinque archivi diocesani veneti (Padova, Verona, Vicenza, Treviso, Vittorio Veneto), nell’ambito del progetto Ecclesiae venetae, è stata promossa e conclusa anche l’inventariazione di alcune serie documentarie (in particolare, quelle relative alle parrocchie della diocesi di Padova e alle parrocchie del sestiere di Cannaregio nell’area del Patriarcato di Venezia) precedentemente oggetto del solo censimento.
Anche in Friuli, la Soprintendenza archivistica, in accordo con le autorità ecclesiastiche, ha programmato un importante piano complessivo di lavoro che prevede, accanto alla prosecuzione del censimento già da tempo iniziato, significativi interventi di tutela, come la disinfezione e il restauro di serie archivistiche degli archivi capitolari di Aquileia e della Collegiata di Udine e l’avvio della realizzazione di una banca dati di immagini relative ai fondi pergamenacei del Capitolo di Cividale e di quello di Udine.
Non sarà, inoltre, inopportuno, un accenno a quanto realizzato negli anni dal 1986 al 1997 grazie alla legge 253/86 nei confronti degli archivi ecclesiastici. Questa legge, come è noto, consente la concessione di contributi per il riordinamento, l’inventariazione, l’acquisto di attrezzature e il restauro in favore di archivi privati dichiarati di notevole interesse storico e di archivi di enti di culto il cui interesse sia riconosciuto dal soprintendente archivistico anche senza un provvedimento formale (ciò in considerazione della disomogeneità di vedute esistente circa la possibilità di emettere la dichiarazione nei confronti di archivi ecclesiastici). Malgrado l’esiguità dello stanziamento disponibile questa legge ha consentito continuative e positive forme di collaborazione con le autorità ecclesiastiche, configurandosi come il principale strumento di intervento nei confronti degli archivi di interesse religioso. Grazie a questa legge e ad alcune leggi speciali numerosi archivi ecclesiastici sono stati inseriti nelle attività delle Soprintendenze consentendo loro di instaurare rapporti anche più estesi di quelli iniziati con la concessione dei contributi.
L’Amministrazione archivistica non giunge, perciò, impreparata a questo accordo, peraltro frutto di un intenso lavoro comune con i rappresentanti della Conferenza episcopale italiana che ha, di per sé, conferito un “valore aggiunto” ad una intesa formale che è il risultato di una lunga e proficua consuetudine.
Il futuro che si prospetta è, dunque, particolarmente ricco di prospettive: laddove l’esperienza maturata dalle Soprintendenze ha già dato i suoi frutti positivi, sarà possibile fin da subito coordinare e programmare organicamente gli interventi, grazie alla pratica quotidiana di cooperazione già instaurata con le autorità ecclesiastiche dell’area di competenza. In situazioni ancora non così avanzate, l’accordo potrà essere l’opportuno stimolo per intervenire: già in molte regioni si colgono i segnali di una reciproca attenzione e già sorgono iniziative nuove che hanno ricevuto un particolare incentivo dalla concomitanza con l’anno giubilare.
Quello che, dunque, per il settore archivistico, rappresenta l’aspetto particolarmente significativo dell’accordo siglato nell’aprile del 2000 è che questa intesa garantisce la cornice indispensabile per la prosecuzione di un impegno già da tempo intrapreso per la salvaguardia di un patrimonio documentario indispensabile per la storia del nostro Paese: un impegno che si inserisce con grande rilievo nel nostro sforzo complessivo degli ultimi anni. Il tentativo, cioè, di raggiungere allo stesso tempo una completa conoscenza ed una ampia accessibilità di quello che è, come tutti sappiamo, il più grande patrimonio culturale del mondo. Quanta parte di questo patrimonio storico sia conservato negli archivi ecclesiastici è cosa nota: appartengano a parrocchie, cattedrali, curie vescovili, conventi o monasteri, questi archivi conservano una straordinaria raccolta di documenti che nel nostro Paese, ancor più che nel resto dell’Europa, è indissolubilmente legata alla storia nazionale. Basterà solo ricordare i registri di matrimoni, battesimi e morte che, dopo il Concilio di Trento, le parrocchie hanno redatto e custodito per averne immediatamente il senso. Nessuna politica lungimirante di intervento sui beni culturali in Italia può prescindere dalla conoscenza di questo patrimonio. Conoscenza significa tutela sempre più incisiva, mentre la accessibilità significa anche, specialmente parlando di archivi e biblioteche, recupero della propria storia, elaborazione della memoria, costruzione della propria identità.
L’intento che muove l’accordo è quello di soddisfare il generale interesse alla tutela e alla fruizione più ampia di una componente così significativa del patrimonio culturale nazionale, ma non sottoposta alla diretta gestione della pubblica amministrazione. Con questa intenzione, l’intesa tocca tutti i nodi cruciali di una attività di tutela correttamente impostata: l’inventariazione e la catalogazione del patrimonio, il restauro, l’accesso al pubblico, la formazione del personale tecnico, il recupero del materiale illecitamente sottratto, fino alla collaborazione in caso di calamità naturali.

L’archivio diocesano di Spoleto
Una particolare attenzione è stata riservata alla formazione di personale qualificato: la Chiesa cattolica ha una grande tradizione archivistica, ma non dispone di una struttura diffusa sul territorio paragonabile alle Scuole degli Archivi di Stato italiani. Ad esse potranno ora accedere, anche, se necessario, in soprannumero, nella misura del 10% dei posti, coloro che avranno il compito di curare gli archivi ecclesiastici e che assumeranno, quindi, un ruolo fondamentale anche per garantirne la consultabilità. È interessante sottolineare che l’intesa non dimentica alcune questioni squisitamente tecniche, di grande rilevanza: all’articolo 4, per gli archivi viene molto opportunamente messa in evidenza la necessità che l’inventariazione e la catalogazione vengano condotte con metodologie e procedimenti omogenei, tali da consentire l’interscambio delle informazioni.
La firma di questo ulteriore accordo ha sancito, dunque, in termini precisi le modalità di collaborazione fra l’amministrazione archivistica e le autorità religiose per la tutela, su tutto il territorio nazionale, degli archivi storici ecclesiastici.
Occorre, peraltro, sottolineare che già l’accordo stipulato nel 1996 aveva trovato, nel settore archivistico, una situazione di collaborazione già ben consolidata, particolarmente, in alcune aree regionali. Non sarà inutile ricordare, ad esempio, il progetto di informatizzazione di documenti degli archivi storici diocesani pugliesi, che ha consentito di intervenire per la salvaguardia delle serie documentarie più preziose e consultate di quegli archivi, quali – in particolare – le serie membranacee. La realizzazione di questo progetto è stata resa possibile grazie alla buona conoscenza acquisita in Puglia del patrimonio documentario ecclesiastico, grazie ad un censimento effettuato dalla Soprintendenza archivistica e al finanziamento (da parte dell’Ufficio centrale per i beni archivistici) di numerosi interventi di ordinamento degli archivi diocesani.
Un’altra importante area di intervento è stata quella del Veneto, dove, dopo la conclusione del censimento e dell’inventariazione informatizzata di cinque archivi diocesani veneti (Padova, Verona, Vicenza, Treviso, Vittorio Veneto), nell’ambito del progetto Ecclesiae venetae, è stata promossa e conclusa anche l’inventariazione di alcune serie documentarie (in particolare, quelle relative alle parrocchie della diocesi di Padova e alle parrocchie del sestiere di Cannaregio nell’area del Patriarcato di Venezia) precedentemente oggetto del solo censimento.
Anche in Friuli, la Soprintendenza archivistica, in accordo con le autorità ecclesiastiche, ha programmato un importante piano complessivo di lavoro che prevede, accanto alla prosecuzione del censimento già da tempo iniziato, significativi interventi di tutela, come la disinfezione e il restauro di serie archivistiche degli archivi capitolari di Aquileia e della Collegiata di Udine e l’avvio della realizzazione di una banca dati di immagini relative ai fondi pergamenacei del Capitolo di Cividale e di quello di Udine.
Non sarà, inoltre, inopportuno, un accenno a quanto realizzato negli anni dal 1986 al 1997 grazie alla legge 253/86 nei confronti degli archivi ecclesiastici. Questa legge, come è noto, consente la concessione di contributi per il riordinamento, l’inventariazione, l’acquisto di attrezzature e il restauro in favore di archivi privati dichiarati di notevole interesse storico e di archivi di enti di culto il cui interesse sia riconosciuto dal soprintendente archivistico anche senza un provvedimento formale (ciò in considerazione della disomogeneità di vedute esistente circa la possibilità di emettere la dichiarazione nei confronti di archivi ecclesiastici). Malgrado l’esiguità dello stanziamento disponibile questa legge ha consentito continuative e positive forme di collaborazione con le autorità ecclesiastiche, configurandosi come il principale strumento di intervento nei confronti degli archivi di interesse religioso. Grazie a questa legge e ad alcune leggi speciali numerosi archivi ecclesiastici sono stati inseriti nelle attività delle Soprintendenze consentendo loro di instaurare rapporti anche più estesi di quelli iniziati con la concessione dei contributi.
L’Amministrazione archivistica non giunge, perciò, impreparata a questo accordo, peraltro frutto di un intenso lavoro comune con i rappresentanti della Conferenza episcopale italiana che ha, di per sé, conferito un “valore aggiunto” ad una intesa formale che è il risultato di una lunga e proficua consuetudine.
Il futuro che si prospetta è, dunque, particolarmente ricco di prospettive: laddove l’esperienza maturata dalle Soprintendenze ha già dato i suoi frutti positivi, sarà possibile fin da subito coordinare e programmare organicamente gli interventi, grazie alla pratica quotidiana di cooperazione già instaurata con le autorità ecclesiastiche dell’area di competenza. In situazioni ancora non così avanzate, l’accordo potrà essere l’opportuno stimolo per intervenire: già in molte regioni si colgono i segnali di una reciproca attenzione e già sorgono iniziative nuove che hanno ricevuto un particolare incentivo dalla concomitanza con l’anno giubilare.
Quello che, dunque, per il settore archivistico, rappresenta l’aspetto particolarmente significativo dell’accordo siglato nell’aprile del 2000 è che questa intesa garantisce la cornice indispensabile per la prosecuzione di un impegno già da tempo intrapreso per la salvaguardia di un patrimonio documentario indispensabile per la storia del nostro Paese: un impegno che si inserisce con grande rilievo nel nostro sforzo complessivo degli ultimi anni. Il tentativo, cioè, di raggiungere allo stesso tempo una completa conoscenza ed una ampia accessibilità di quello che è, come tutti sappiamo, il più grande patrimonio culturale del mondo. Quanta parte di questo patrimonio storico sia conservato negli archivi ecclesiastici è cosa nota: appartengano a parrocchie, cattedrali, curie vescovili, conventi o monasteri, questi archivi conservano una straordinaria raccolta di documenti che nel nostro Paese, ancor più che nel resto dell’Europa, è indissolubilmente legata alla storia nazionale. Basterà solo ricordare i registri di matrimoni, battesimi e morte che, dopo il Concilio di Trento, le parrocchie hanno redatto e custodito per averne immediatamente il senso. Nessuna politica lungimirante di intervento sui beni culturali in Italia può prescindere dalla conoscenza di questo patrimonio. Conoscenza significa tutela sempre più incisiva, mentre la accessibilità significa anche, specialmente parlando di archivi e biblioteche, recupero della propria storia, elaborazione della memoria, costruzione della propria identità.