MILITARI IN KOSOVO. Parla l’arcivescovo Francesco Monterisi
Ingerenza umanitaria all’uranio
«Per poter ristabilire il diritto e la pace non è certo necessario intervenire con ogni mezzo possibile, anche con quelli più violenti e pericolosi». Il segretario della Congregazione per i vescovi, da cui dipendono la gran parte degli ordinariati militari presenti nel mondo, interviene sul caso delle armi all’uranio impoverito usate dalla Nato nei bombardamenti contro la ex Iugoslavia
Intervista con Francesco Monterisi di Gianni Cardinale
Il 19 novembre si è
celebrato in piazza San Pietro il Giubileo dei militari e delle forze di
polizia. Alla messa hanno partecipato circa 70mila fedeli. La gran parte
(65mila) era italiana, numerosi poi gli spagnoli (1700) e i polacchi
(1500); significativa la presenza di gruppi minori di francesi, tedeschi,
croati, svizzeri, argentini, cileni, statunitensi – compresi alcuni
agenti dell’Fbi –, australiani e persino qualche membro della
Legione straniera.
Questo Giubileo ha fatto notizia per il ricordo personale, non previsto nel testo preparato, fatto dal Papa dopo la recita dell’Angelus («Carissimi, anch’io sono figlio di un militare, mi sento vicino a tutti voi. Vi ringrazio per la vostra presenza sotto questa pioggia. Sono sicuro che vi porterà copiose benedizioni»); per la riaffermazione, durante l’omelia papale, del diritto alla cosiddetta ingerenza umanitaria («Talora il compito di promuovere la pace, come l’esperienza anche recente ha dimostrato, comporta iniziative concrete per disarmare l’aggressore. Intendo qui riferirmi alla cosiddetta ingerenza umanitaria, che rappresenta, dopo il fallimento degli sforzi della politica e degli strumenti di difesa non violenti, l’estremo tentativo per arrestare la mano dell’ingiusto aggressore»); e per le contestazioni formulate dagli obiettori di coscienza (tanto che l’Ansa, in un lancio del 30 dicembre, ha annoverato il Giubileo dei militari tra quelli che hanno registrato più polemiche: con gli obiettori di coscienza che sarebbero stati esclusi da tale Giubileo, «dopo una trattativa con il Vaticano che li avrebbe ammessi, a patto che sottolineassero il valore del servizio civile tacendo la valenza critica che l’obiezione di coscienza comporta nei confronti dell’uso delle armi»).
Su questi aspetti 30Giorni ha fatto alcune domande all’arcivescovo Francesco Monterisi, segretario della Congregazione per i vescovi, il dicastero vaticano da cui dipendono 28 dei 34 ordinariati militari presenti nel mondo (gli altri dipendono da Propaganda Fide). Monterisi, pugliese, 66 anni a maggio, ricopre questo incarico dal ’98. Entrato nel servizio diplomatico della Santa Sede nel 1964, in precedenza era stato nunzio in Corea, in Bosnia e delegato per le rappresentanze pontificie in Segreteria di Stato.

Qual è l’importanza che ha avuto questo
Giubileo dei militari?
FRANCESCO MONTERISI: Credo che innanzitutto vada sottolineato l’aspetto personale di questo evento. I militari cattolici, con i loro pastori, hanno sentito il bisogno di compiere il loro Giubileo per le esigenze e l’approfondimento della loro vita spirituale da un punto di vista personale. I militari, come tutti i cristiani, si sentono chiamati alla santità; hanno sentito, quindi, di non potere sottrarsi all’appello del Santo Padre, che ha chiamato i fedeli alla celebrazione del Giubileo per un approfondimento della vita spirituale e della testimonianza cristiana di ciascun cattolico nel mondo. In secondo luogo, il Giubileo dei militari poteva dare e ha dato, soprattutto con le parole del Papa, delle prospettive in chiave cristiana alle attività specifiche dei militari di particolare utilità per coloro che sono impegnati in tali attività.
Del discorso che Giovanni Paolo II ha tenuto durante il Giubileo ha avuto una certa risonanza anche sui mass media il suo riferimento al riaffermato diritto di «ingerenza umanitaria».
MONTERISI: Il problema della moralità dell’intervento militare è stato dibattuto lungamente. Sinteticamente si potrebbe rilevare che, specialmente in passato, gli interventi militari sono stati finalizzati a progetti di conquista e di supremazia, territoriale o politica, economica o altro. Non si può negare, però, che è emersa sempre più la concezione o la giustificazione di interventi militari, compiuti normalmente da organizzazioni internazionali, intesi alla conservazione della pace e alla riaffermazione o al ripristino dei diritti umani, per i singoli e per le comunità. Tenendo in considerazione questa seconda prospettiva, è stato ritenuto o dichiarato necessario talvolta, come extrema ratio, intervenire militarmente per poter proteggere la pace e per poter salvaguardare i diritti personali e delle comunità. Cioè, quando sono veramente esaurite altre vie, si è fatto ricorso a questo intervento detto di “ingerenza umanitaria” per disarmare l’aggressore, come dice il Papa. Ma, è bene rilevarlo, si tratta di una extrema ratio. Ricordo che quando ero nunzio in Bosnia-Erzegovina, ad un giornalista che mi intervistava dissi che, per terminare la guerra che imperversava da cinque anni, c’era una possibilità su mille che un intervento di “ingerenza umanitaria” fosse giustificato moralmente; ma comunque c’era.
È cronaca di questi giorni la notizia di effetti inquietanti che potrebbero essere originati da ordigni militari usati durante quelli che sono stati considerati atti di “ingerenza umanitaria”, cioè gli interventi in Bosnia e in Kosovo. Quali riflessioni suscita in lei la lettura di queste cronache?
MONTERISI: Non è facile pronunciarsi su tali aspetti. Si potrebbe dire innanzitutto che ci deve essere evidentemente una proporzione tra i mezzi concreti di un intervento militare di “ingerenza umanitaria” e la situazione che deve essere sanata. Per poter ristabilire, cioè, il diritto e la pace non è certo necessario intervenire con ogni mezzo possibile, anche con quelli più violenti e pericolosi. Deve esserci una corrispondenza tra l’intervento militare e la desiderata soluzione del problema, e questo comporta che i mezzi militari sofisticati usati siano limitati e contenuti. In base a tale principio c’è chi pensa, non senza ragioni, che armi di tipo atomico, anche a livello basso, siano da bandire totalmente.
Il Giubileo è stato anche oggetto di critiche da parte di alcuni settori del mondo cattolico, specialmente quello legato alla realtà degli obiettori di coscienza. Cosa si sente di dire a riguardo?
MONTERISI: Comprendo coloro che vorrebbero che non ci sia alcun uso di armi in assoluto e credo che queste persone abbiano tale aspirazione profonda, sentita anche religiosamente, per cui non vorrebbero la Chiesa presente negli ambienti militari. Ma bisogna essere realisti. Non si può negare la legittimità, anzi la necessità da parte di chi è titolato a farlo, di difendere gli inermi dagli ingiusti aggressori. Se veramente, come dice il Papa, la politica, la persuasione, le minacce, non riescono ad ottenere lo stabilimento del diritto, e viene usata la forza contro coloro che sono detentori di diritti e sono stati privati del bene della pace, allora può essere che l’unica maniera di ristabilire il diritto e la pace sia quella di intervenire militarmente. Che la Chiesa, quindi, sia presente negli ambienti militari e che sia stato celebrato un Giubileo dei militari non appare in nessun modo sconveniente.
Ampliamo lo sguardo sulla realtà degli ordinariati militari. Una questione che divide anche il mondo cattolico è l’opportunità che i cappellani e gli ordinari nello svolgere le loro funzioni indossino divise, gradi e stellette.
MONTERISI: Conviene innanzitutto ricordare l’opera pastorale che compiono gli ordinariati militari e i cappellani nell’assistere i soldati, che si trovano spesso in situazioni e momenti difficili per la loro professione, quando sono lontani da casa e compiono attività dure e pericolose. Ricordo di aver visto in Corea, dove sono stato nunzio per quattro anni, quanto bene hanno fatto i cappellani militari cattolici per i giovani soldati, in maggioranza non cristiani; molti di essi si orientavano durante il servizio di leva verso la Chiesa cattolica; anzi, alcuni proprio nell’ambito della loro attività militare hanno scoperto persino la loro vocazione alla vita consacrata. Quanto alla sua domanda, va considerato che gli ordinari e i cappellani hanno il compito di farsi presenti negli ambienti della vita militare, non solo a livello dei soldati semplici, ma anche a quello degli ufficiali e dei comandanti superiori; qualche volta è necessario o molto opportuno avere dei gradi per poter entrare in certi posti o per essere in contatto con gli ufficiali. Soltanto la divisa e il grado militare, cioè, danno accesso a dei rapporti che altrimenti non si potrebbero avere. Questa è la ragione che giustifica una concessione di gradi e distintivi ai cappellani e agli ordinari militari. Del resto sono pochi, in proporzione, i Paesi in cui c’è tale prassi.
Questo Giubileo ha fatto notizia per il ricordo personale, non previsto nel testo preparato, fatto dal Papa dopo la recita dell’Angelus («Carissimi, anch’io sono figlio di un militare, mi sento vicino a tutti voi. Vi ringrazio per la vostra presenza sotto questa pioggia. Sono sicuro che vi porterà copiose benedizioni»); per la riaffermazione, durante l’omelia papale, del diritto alla cosiddetta ingerenza umanitaria («Talora il compito di promuovere la pace, come l’esperienza anche recente ha dimostrato, comporta iniziative concrete per disarmare l’aggressore. Intendo qui riferirmi alla cosiddetta ingerenza umanitaria, che rappresenta, dopo il fallimento degli sforzi della politica e degli strumenti di difesa non violenti, l’estremo tentativo per arrestare la mano dell’ingiusto aggressore»); e per le contestazioni formulate dagli obiettori di coscienza (tanto che l’Ansa, in un lancio del 30 dicembre, ha annoverato il Giubileo dei militari tra quelli che hanno registrato più polemiche: con gli obiettori di coscienza che sarebbero stati esclusi da tale Giubileo, «dopo una trattativa con il Vaticano che li avrebbe ammessi, a patto che sottolineassero il valore del servizio civile tacendo la valenza critica che l’obiezione di coscienza comporta nei confronti dell’uso delle armi»).
Su questi aspetti 30Giorni ha fatto alcune domande all’arcivescovo Francesco Monterisi, segretario della Congregazione per i vescovi, il dicastero vaticano da cui dipendono 28 dei 34 ordinariati militari presenti nel mondo (gli altri dipendono da Propaganda Fide). Monterisi, pugliese, 66 anni a maggio, ricopre questo incarico dal ’98. Entrato nel servizio diplomatico della Santa Sede nel 1964, in precedenza era stato nunzio in Corea, in Bosnia e delegato per le rappresentanze pontificie in Segreteria di Stato.

Soldati italiani in Kosovo
FRANCESCO MONTERISI: Credo che innanzitutto vada sottolineato l’aspetto personale di questo evento. I militari cattolici, con i loro pastori, hanno sentito il bisogno di compiere il loro Giubileo per le esigenze e l’approfondimento della loro vita spirituale da un punto di vista personale. I militari, come tutti i cristiani, si sentono chiamati alla santità; hanno sentito, quindi, di non potere sottrarsi all’appello del Santo Padre, che ha chiamato i fedeli alla celebrazione del Giubileo per un approfondimento della vita spirituale e della testimonianza cristiana di ciascun cattolico nel mondo. In secondo luogo, il Giubileo dei militari poteva dare e ha dato, soprattutto con le parole del Papa, delle prospettive in chiave cristiana alle attività specifiche dei militari di particolare utilità per coloro che sono impegnati in tali attività.
Del discorso che Giovanni Paolo II ha tenuto durante il Giubileo ha avuto una certa risonanza anche sui mass media il suo riferimento al riaffermato diritto di «ingerenza umanitaria».
MONTERISI: Il problema della moralità dell’intervento militare è stato dibattuto lungamente. Sinteticamente si potrebbe rilevare che, specialmente in passato, gli interventi militari sono stati finalizzati a progetti di conquista e di supremazia, territoriale o politica, economica o altro. Non si può negare, però, che è emersa sempre più la concezione o la giustificazione di interventi militari, compiuti normalmente da organizzazioni internazionali, intesi alla conservazione della pace e alla riaffermazione o al ripristino dei diritti umani, per i singoli e per le comunità. Tenendo in considerazione questa seconda prospettiva, è stato ritenuto o dichiarato necessario talvolta, come extrema ratio, intervenire militarmente per poter proteggere la pace e per poter salvaguardare i diritti personali e delle comunità. Cioè, quando sono veramente esaurite altre vie, si è fatto ricorso a questo intervento detto di “ingerenza umanitaria” per disarmare l’aggressore, come dice il Papa. Ma, è bene rilevarlo, si tratta di una extrema ratio. Ricordo che quando ero nunzio in Bosnia-Erzegovina, ad un giornalista che mi intervistava dissi che, per terminare la guerra che imperversava da cinque anni, c’era una possibilità su mille che un intervento di “ingerenza umanitaria” fosse giustificato moralmente; ma comunque c’era.
È cronaca di questi giorni la notizia di effetti inquietanti che potrebbero essere originati da ordigni militari usati durante quelli che sono stati considerati atti di “ingerenza umanitaria”, cioè gli interventi in Bosnia e in Kosovo. Quali riflessioni suscita in lei la lettura di queste cronache?
MONTERISI: Non è facile pronunciarsi su tali aspetti. Si potrebbe dire innanzitutto che ci deve essere evidentemente una proporzione tra i mezzi concreti di un intervento militare di “ingerenza umanitaria” e la situazione che deve essere sanata. Per poter ristabilire, cioè, il diritto e la pace non è certo necessario intervenire con ogni mezzo possibile, anche con quelli più violenti e pericolosi. Deve esserci una corrispondenza tra l’intervento militare e la desiderata soluzione del problema, e questo comporta che i mezzi militari sofisticati usati siano limitati e contenuti. In base a tale principio c’è chi pensa, non senza ragioni, che armi di tipo atomico, anche a livello basso, siano da bandire totalmente.
Il Giubileo è stato anche oggetto di critiche da parte di alcuni settori del mondo cattolico, specialmente quello legato alla realtà degli obiettori di coscienza. Cosa si sente di dire a riguardo?
MONTERISI: Comprendo coloro che vorrebbero che non ci sia alcun uso di armi in assoluto e credo che queste persone abbiano tale aspirazione profonda, sentita anche religiosamente, per cui non vorrebbero la Chiesa presente negli ambienti militari. Ma bisogna essere realisti. Non si può negare la legittimità, anzi la necessità da parte di chi è titolato a farlo, di difendere gli inermi dagli ingiusti aggressori. Se veramente, come dice il Papa, la politica, la persuasione, le minacce, non riescono ad ottenere lo stabilimento del diritto, e viene usata la forza contro coloro che sono detentori di diritti e sono stati privati del bene della pace, allora può essere che l’unica maniera di ristabilire il diritto e la pace sia quella di intervenire militarmente. Che la Chiesa, quindi, sia presente negli ambienti militari e che sia stato celebrato un Giubileo dei militari non appare in nessun modo sconveniente.
Ampliamo lo sguardo sulla realtà degli ordinariati militari. Una questione che divide anche il mondo cattolico è l’opportunità che i cappellani e gli ordinari nello svolgere le loro funzioni indossino divise, gradi e stellette.
MONTERISI: Conviene innanzitutto ricordare l’opera pastorale che compiono gli ordinariati militari e i cappellani nell’assistere i soldati, che si trovano spesso in situazioni e momenti difficili per la loro professione, quando sono lontani da casa e compiono attività dure e pericolose. Ricordo di aver visto in Corea, dove sono stato nunzio per quattro anni, quanto bene hanno fatto i cappellani militari cattolici per i giovani soldati, in maggioranza non cristiani; molti di essi si orientavano durante il servizio di leva verso la Chiesa cattolica; anzi, alcuni proprio nell’ambito della loro attività militare hanno scoperto persino la loro vocazione alla vita consacrata. Quanto alla sua domanda, va considerato che gli ordinari e i cappellani hanno il compito di farsi presenti negli ambienti della vita militare, non solo a livello dei soldati semplici, ma anche a quello degli ufficiali e dei comandanti superiori; qualche volta è necessario o molto opportuno avere dei gradi per poter entrare in certi posti o per essere in contatto con gli ufficiali. Soltanto la divisa e il grado militare, cioè, danno accesso a dei rapporti che altrimenti non si potrebbero avere. Questa è la ragione che giustifica una concessione di gradi e distintivi ai cappellani e agli ordinari militari. Del resto sono pochi, in proporzione, i Paesi in cui c’è tale prassi.