TESTIMONIANZE. Quattro voci su sviluppo, geopolitica, debito estero e vita della Chiesa
«Quei cosiddetti Paesi cristiani del G7»
di Giovanni Cubeddu e Davide Malacaria

Verso l’Unione africana. Una sessione del summit euro-africano al Cairo, aprile 2000
Jean-Marie Untaani Compaoré,
vescovo di Ouagadougou, Burkina Faso
«Abbiamo di certo colpe nostre, problemi interni come i conflitti etnici ed una classe “politica” che tutela prima di tutto i suoi interessi ignorando il bene del popolo se non direttamente a scapito del popolo. Ma subiamo dei torti dalla comunità internazionale. Pensate alla schiavitù: milioni di africani, esposti al commercio triangolare Africa-Europa-America, hanno contribuito al progresso economico delle altre parti del mondo; pensate alla colonizzazione; pensate alle guerre mondiali, in cui gli africani hanno combattuto una guerra non loro sotto bandiere di altri. E che cosa hanno fatto i Paesi colonizzatori dopo queste guerre per aiutare gli africani che avevano pagato il loro tributo di sangue? In Europa c’è stato un Piano Marshall, in Africa nulla. Anzi, ora vige in Africa un altro tipo di colonialismo, economico e scientifico, ma sempre costoro impongono ai poveri le loro idee e le loro strategie. Mentre la gente muore, anche con la complicità di altri africani.
Un piano Marshall per l’Africa non è solo una questione di giustizia, ma di morale.
Non dimentichiamo la nostra storia, da lì partiamo per ritrovare giustizia, perdono, pace per i poveri uomini di questo continente. La Chiesa ricorda quanto diceva sant’Ireneo: “La gloria di Dio è l’uomo vivente”».
La Chiesa e l’Unione africana in cinque punti
Jaime Pedro Gonçalves,
arcivescovo di Beira, Mozambico
«Primo, la Chiesa africana appoggia una Unione africana, e sono lieto che si sia passati dall’idea di Organizzazione per l’unità africana all’Unione, dal lottare per liberare i Paesi al desiderio di unire assieme dei Paesi liberi. Secondo, la Chiesa può interpretare autorevolmente e sinceramente quest’idea, a differenza dei singoli leader che difendono l’Unione solo finché essa non significhi discutere collegialmente del perché c’è guerra o dittatura nei loro Paesi. Terzo, l’Unione significa stabilire degli obiettivi chiari per lo sviluppo del continente, e la Chiesa parteciperà attivamente nella misura in cui non giocherà interessi suoi ma comuni. Quarto, per tanti Paesi diversi e tanti uomini diversi per etnia, la Chiesa sa essere un luogo fisico di riconciliazione, pace e perdono. Nella Chiesa soltanto si fa l’esperienza dell’unione vera, ciò è un segno a cui gli africani guardano, e servirà alla costruzione di una Unione africana. Da ultimo, i leader che in Africa hanno accarezzato l’idea di tale unione l’hanno pagata cara, chi fuori dal potere, chi eliminato. Non credo che tale possibilità di marginalizzazione o peggio sarà risparmiata alla Chiesa africana».
Debito estero. Non c’è più niente di questo cristianesimo…
padre Gabriel Charles Palmer-Buckle,
responsabile di Caritas Internationalis per l’Africa
«Già prima del Giubileo la Caritas internazionale aveva chiesto il condono del debito estero dei Paesi poveri. Abbiamo partecipato a vari incontri del G7 con i Paesi industrializzati e con gli enti internazionali preposti. Quello che abbiamo capito è che la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale sono degli esecutori di quanto viene detto loro dai veri proprietari di queste organizzazioni internazionali, cioè i Paesi del G7. Anche quei Paesi che hanno promesso pur solo una riduzione sembrano parti di un gioco politico: hanno promesso ma non attuano. Ci dicono che per un condono totale vi sono difficoltà, che i Paesi beneficiari devono prima ottemperare ad aggiustamenti strutturali del loro sistema economico: aggiustamenti che nessun Paese è in grado di affrontare per avere la grazia di questo condono dai Paesi ricchi. Allora, io sono del parere che questi Paesi ricchi hanno fatto delle promesse che non mantengono, o meglio, che non hanno la volontà di mantenere. Si fa fatica a dare quello che si ha. A volte mi chiedo se questi erano i cosiddetti Paesi cristiani, e ho l’impressione che non c’è più niente di questo cristianesimo.
Ma in Occidente come in Africa siamo una sola Chiesa, così abbiamo fatto appello ai vescovi dei Paesi ricchi perché siano loro a intercedere presso i loro governi in nostro favore. San Paolo nella prima lettera ai Corinti dice che tutti quanti siamo un solo corpo, e il corpo è Cristo. Quando un membro soffre, soffre tutto il corpo, quando un membro gioisce, gioisce tutto il corpo».
Due Chiese umili
S.E. Jorge E. Jiménez Carvajal,
presidente del Celam
«Sono stato invitato ad assistere ai lavori di quest’ultima assemblea del Secam. Abbiamo molte cose in comune, America Latina ed Africa. Tra le cose buone in comune è che siamo Chiese umili, Chiese con tanti giovani, molto vive e con grande partecipazione dei laici, che da sé promuovono piccole comunità all’interno delle parrocchie. Allo stesso modo abbiamo in comune una grande povertà del popolo, che in Africa è spesso fame, abbiamo Paesi schiacciati dal debito estero, e se in Africa vi sono vere guerre, in maniera diversa in America Latina c’è molta violenza. Inoltre, sia la Chiesa africana che quella latino americana sono impegnate a promuovere la riconciliazione, anche con uno scambio di pareri dei vescovi dei due continenti sulle loro esperienze nell’aiutare i processi di pace. Come pure, vescovi del Celam e del Secam, vogliamo tenere a breve una riunione, patrocinata dalla Conferenza episcopale statunitense, sul debito estero. Grazie alle tante vocazioni che l’America Latina ospita, abbiamo la possibilità di aiutare anche la missione in Africa, e penso che lo faremo».