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EDITORIALE
tratto dal n. 12 - 2000

La difficile politica italiana



Giulio Andreotti


Non ci occupiamo di regola in questa sede
di problemi di attualità politica italiana.
Mi sembra però che debba farsi una eccezione per il dibattito che da anni si sta svolgendo
sulle modifiche da apportare alla legge elettorale della Camera dei deputati (meno controverso è il sistema vigente per il Senato). Molto ampia, per non dire quasi unanime,
è la critica al meccanismo bipolare introdotto nel 1993, ma di fatto non si è trovato l’accordo politico sufficiente per provvedere, cosicché
il tutto sembra fatalmente rinviato sine die.
Nella seduta del 10 gennaio sono intervenuto
in Senato sull’argomento e – ripeto – una tantum pubblico qui il testo stenografico.


ANDREOTTI. Signor presidente, ministro Maccanico, colleghi, avrei potuto non occuparmi di legge elettorale in quanto – non so se avendone i meriti o no – da dieci anni non ho problemi elettorali personali; però, a maggior ragione, ho ritenuto di presentare un certo numero di emendamenti e di intervenire nel dibattito, sia pure concisamente. Non so se ciò sarà utile o sarà a futura memoria; sarebbe facile propendere per la seconda ipotesi piuttosto che per la prima. Considerata la non grande partecipazione fisica al dibattito, mi sembra che serpeggi una certa volontà o rassegnazione, a seconda del punto di vista in cui si considera questo problema.
Credo comunque che non vi sia un precedente nel quale si discute la redazione di un testo di legge, avendo all’esame congiunto ben 26 progetti: due governativi, di cui uno è stato peraltro “abbandonato”, 23 disegni di legge presentati dai colleghi e uno d’iniziativa popolare. Vi è poi un documento ibrido, per così dire: non essendo Franceschini un senatore, non so se l’emendamento Villone-Franceschini possa essere considerato tale, se sia un atto di governo o un atto parlamentare. Avanzo tale rilievo senza alcun intento ironico.

Non sono molto pratico di salotti romani. Il collega Stiffoni poc’anzi si è chiesto cosa faccia eventualmente Rutelli nei salotti romani, per cui non so dargli una risposta. Comunque, desidero riprendere un suo argomento. Affermare che non è il momento giusto per affrontare la questione elettorale perché ci troviamo alla fine della legislatura, a mio giudizio è sbagliato, vale invece l’argomento esattamente contrario.
È giusto porre in essere una riforma elettorale al termine di una legislatura, perché se una riforma di sostanza viene fatta in pendenza di una legislatura si mette in discussione la base politica di quella stessa legislatura e si apre, quasi fatalmente, la strada ad uno scioglimento anticipato e ad una verifica con le nuove norme.
Cosa abbiamo dinanzi? Abbiamo di fronte una pluralità di proposte che testimonia una cosa: quasi tutti siamo convinti che la legge elettorale attuale non è buona, tant’è vero che si cerca di modificarla in una direzione o nell’altra. Comunque, siamo tutti abbastanza concordi su una constatazione che, a mio avviso, è politico-psicologica.
Aver ristretto il dibattito politico a due poli, che di necessità, proprio perché sono tali finiscono con l’essere degli agglomerati elettorali, impoverisce la vita politica, dovendo constatare che nel corso di una legislatura queste aggregazioni vengono a dissociarsi e alcune volte più di una verifica non viene portata positivamente in porto.
Parto dalla seguente constatazione: contro il sistema che stabiliva, sia pure con una concessione presente nella legge in vigore, che ai tre quarti dei seggi assegnati con l’uninominale se ne accompagnasse un quarto assegnato con liste proporzionali, era stata organizzata, da parte dei fedeli del maggioritario in assoluto, la proposizione del referendum. Quest’ultimo cancellava la quota proporzionale e rendeva tutto il sistema maggioritario. Tale referendum, come ci ha ricordato ieri il senatore Villone, per un pugno di voti non è andato in porto. In effetti il 49,3 per cento degli aventi diritto si è recato a votare e in grandissima parte si è espresso a favore del quesito referendario, ma non essendo stato raggiunto il quorum l’effetto giuridico del referendum è venuto meno. La Corte costituzionale stabilì che era lecito ripresentarlo con immediatezza; se ne può discutere giuridicamente, ma la Corte stabilì questo e quindi il referendum rientrò immediatamente in pista.
In questa fase si è manifestata una grande vivacità di carattere politico. Nella mia vita non mi era mai capitato, e probabilmente non mi capiterà più, di partecipare ad un meeting politico dalla stessa parte di Urbani, Bossi, Bertinotti, Boselli e Zecchino.
Non era una confusione politica, ma il riconoscimento positivo di quella che allora era la proposta Urbani-Tremonti: arrivare, cioè, con alcune varianti, al sistema tedesco (metà e metà tra il sistema uninominale e quello proporzionale, con una forte caratterizzazione della quota proporzionale stessa).
In queste condizioni si è svolto il secondo referendum del quale, credo, non dobbiamo limitarci a verificare il dato statistico, cioè che invece del 49 per cento degli italiani soltanto il 32 per cento si recò alle urne, non per stanchezza, ma secondo me perché era la risposta a quella impostazione di carattere politico, che fa ancor più impressione se invece della percentuale si esamina il numero esatto dei voti favorevoli al cambiamento. I voti a favore, che nel 1999 erano stati 21.160.000, sono scesi a 11.600.000: quasi 10 milioni di voti in meno. Questa è un’espressione politica, e non può essere considerata estranea al dibattito.
Ieri, il presidente Villone ci ha rifatto la storia sorvolando su questo dato. In questo caso non si tratta più di un pugno di voti e non è male ricordarlo, perché ciò dovrebbe spingerci verso una modifica, dovendo noi corrispondere ad una tendenza che si è manifestata.
Il governo in un primo momento (il senatore Villone proprio ieri ci ha riferito di un testo «Amato-Villone» di cui era coautore, in una sorta di giusta convivenza tra commissione e governo) aveva presentato una modifica nel senso proposto dai referendari, che abbassava dal 25 al 10 per cento la quota proporzionale; in più, vi era la grossa novità del ballottaggio: cioè, chi non otteneva il 50 per cento andava al ballottaggio con una seconda votazione di tipo più o meno francese, anche se l’accesso al ballottaggio era diverso. Non mi dilungherò, tuttavia, sull’argomento, poiché intendo essere breve.
È poi iniziato un palleggio. Cosa è stato? Non un approfondimento per così dire culturale. È stato il referendum nelle sue espressioni, che prima ho ricordato, e l’esito delle elezioni regionali. Dal punto di vista politico, mi sembra sia tutto legittimo, e non mi scandalizzo. Mi scandalizzo, invece, se si vogliono far passare per ragioni di principio quelle che sono ragioni di convenienza, perché allora, secondo me, si confondono i temi.
Direi, quindi, che sia da una parte che dall’altra sono cambiate le idee, e non solo da parte dei proponenti. Poco fa – e me ne scuso – ho citato soltanto Tremonti e Urbani, omettendo che il collega Tomassini ripresentò qui in Senato quel testo con una giusta variante, che accenno.
Non credo sia legittimo introdurre nella legge elettorale l’indicazione del nome del presidente del Consiglio. Infatti, la Costituzione della Repubblica, all’articolo 92, come prima competenza del presidente della Repubblica, afferma: «Il presidente della Repubblica nomina il presidente del Consiglio dei ministri».
Cosa accadrebbe se un presidente della Repubblica andasse in difformità rispetto ad una designazione avvenuta attraverso il meccanismo voluto dalla legge elettorale e dagli elettori? Sarebbe certamente considerato un caso di gravissimo conflitto costituzionale.
A mio giudizio (ma non voglio dare consigli a nessuno), non è lecito spogliare il presidente della Repubblica di un potere. Il presidente della Repubblica, dinanzi ad un testo che introducesse una simile innovazione al di fuori di una modifica costituzionale, dovrebbe rifiutarsi di firmare la legge e rinviarla al Parlamento. Questa è la mia opinione.
Aver ristretto il dibattito politico a due poli, che di necessità, proprio perché sono tali finiscono con l’essere degli agglomerati elettorali, impoverisce la vita politica, dovendo constatare che nel corso di una legislatura queste aggregazioni vengono a dissociarsi e alcune volte più di una verifica non viene portata positivamente in porto
Come pure giustamente il collega Tomassini non ha inserito una clausola che invece è presente nella Tremonti-Urbani, cioè la sanzione contro i cosiddetti ribaltoni. In quel testo si prevede una sanzione stabilendo che se io faccio cadere un governo che dopo le elezioni abbia avuto la legittima investitura si determinano due conseguenze: innanzitutto, non ho più i contributi governativi e in secondo luogo non sono più qualificato a presentarmi alle elezioni successive. Tutto questo, tra l’altro, presuppone una struttura di partiti e di gruppi giuridicamente tali che da noi non esiste. Pertanto, sotto questo aspetto, nella mia proposta non ho riprodotto né la prima né la seconda di queste previsioni che però non incidono sul meccanismo.
Mi sembra che ieri sia stata data una spiegazione del perché nel testo Villone-Franceschini, che da un lato mi è sembrato un po’ diverso da quello che si prevedeva qualche giorno prima, non è più previsto il 50 per cento, che sembrava fosse stato accettato, ma è nuovamente previsto il ritorno ai tre quarti ed un quarto, con un’aggravante, perché si introduce il premio di maggioranza, e il senatore Villone ieri ci ha detto che ciò è stato fatto per cercare di andare incontro ad una proposta di Forza Italia.
Lascio stare in questo caso le polemiche relative al modo di definire i premi di maggioranza. Ero sottosegretario quando in quest’aula, la domenica delle Palme del 1953, in un trambusto di carattere generale, si votò una modifica alla legge elettorale che introduceva un premio di maggioranza ma con una piccola variante: per ottenere il premio bisognava avere la maggioranza effettiva dei voti degli elettori, cioè il 50 per cento più qualcos’altro, e poi si sarebbe arrotondato, giusto o sbagliato che fosse, al 65 per cento.
In questo caso, nella proposta governativa o semigovernativa, si introduce il premio di maggioranza (non ho capito molto bene come poi funzionerà la provvista di questo premio), ma a scapito sia della quota proporzionale che della quota maggioritaria. Quindi, di fatto, si riduce comunque ulteriormente la quota proporzionale, sia pure non totalmente. Parlo per grandi linee e mi avvio alla conclusione.
Sinceramente, ritengo opportuno, e non per ragioni di dialettica politica, considerare la base fondamentale, cioè rifarsi a quelle varianti che sono adeguate al nostro tipo di Costituzione. Si dice che in Germania vige il sistema della sfiducia costruttiva. Badate, noi quel sistema lo avremmo anche, secondo il testo della nostra Costituzione. La Costituzione della Repubblica Italiana non conosce i voti di sfiducia, se non in questo senso: conosce il voto di fiducia per l’investitura iniziale del governo dopo le elezioni e fa riferimento a mozioni di sfiducia. Non conosce la “fiducia”. Il sistema di porre la fiducia sulle leggi fu introdotto contravvenendo alla Costituzione, che stabilisce che la reiezione di una legge o di una parte di una legge non comporta sfiducia. Fu però una necessità. In proposito si tenne un dibattito; i “vecchi” ricorderanno quello che era definito “l’assalto alla diligenza” e l’esigenza della tutela della governabilità. Dovendosi fronteggiare numerosissimi emendamenti presentati per non consentire l’approvazione di una legge, si introdusse il meccanismo della fiducia posta sulle leggi, che fu poi lasciato passare ma che non era previsto dalla nostra Costituzione.

SERVELLO. Anche lei l’ha posta diverse volte.

ANDREOTTI. Anch’io l’ho fatto. Quel sistema dunque fu introdotto. Si dice che c’è bisogno del meccanismo della sfiducia costruttiva, ma ricordo nuovamente che di per sé la Costituzione già in nuce prevedeva questo principio. Ad ogni modo, questo è un problema che verrà esaminato nell’azione di riforma costituzionale che questa legislatura aveva avviato con la Bicamerale, ma che non è stato più possibile portare avanti. Chiedere metà maggioritario e metà proporzionale non ha assolutamente il significato di voler favorire una parte piuttosto che un’altra, ma ha certamente un senso politico: quello cioè di introdurre un meccanismo che renda affrancati da questa morsa necessaria del bipolarismo, che ritengo negativa.
Qualcuno, inoltre, ha voluto ricordare che anche agli effetti della governabilità essa non ha fruttato. Infatti, il numero dei governi non è stato minore della media di tutto il periodo postbellico. Mi sia consentito solo fare una considerazione che può sembrare una battuta: prima la governabilità c’era. Anche noi avevamo spesso (o quasi spesso) delle crisi e dei rimpasti, però eravamo sempre noi per cui c’era una certa stabilità dal punto di vista politico, delle alleanze sostanziali, ma specialmente dal punto di vista dei contenuti, del rifiuto delle contrapposizioni frontali, nonostante avessimo dei contrasti.

MEDURI. Avevate la fortuna di non avere trasmigratori.

ANDREOTTI. Certamente il sistema di gruppi “a porta girevole” quale si è creato in questa legislatura è una novità che mi auguro non si protragga, perché conferirebbe una elasticità tale da rendere difficile per chiunque fare previsioni e sondaggi, come si usa attualmente.
Ho voluto ricordare che quanto ho cercato di proporre nei miei emendamenti ha solo un valore. Può darsi che sia un’illusione, perché so che a questo punto è difficile intervenire. La difficoltà vera da affrontare – è l’ultima osservazione che svolgo – era la necessità di riformare i collegi. Non so se sia vero quanto si racconta che al tempo di Giolitti le forbici erano uno strumento essenziale per preparare le elezioni, perché si eliminava un comune e se ne inseriva un altro; comunque, che vi siano in questo una certa diffidenza ed una certa cautela è legittimo.
Il tempo materiale per rivedere i collegi certamente non c’è. Però è possibile, attraverso una norma transitoria, mantenere i collegi così come sono (sistema che verrebbe adottato anche nella proposta avanzata dal governo). Naturalmente, però, l’effettiva utilizzazione dei voti riportati verrebbe fatta nell’ambito di ciascuna circoscrizione non per tre quarti e un quarto, ma per metà e metà. Questo sarebbe possibile.
Mi auguro sinceramente che sia possibile svolgere un’ulteriore discussione in questo campo, anche per una ragione: il tema è aperto e ad esso non si sfugge; il risultato del secondo referendum è come un macigno su questa strada. Se non saremo capaci di trovare una soluzione in questa legislatura, il discorso verrà immediatamente ripreso e ciò costituirà un indebolimento per la prossima legislatura.
Credo quindi che riconoscere un valore proporzionato (ciascuno cedendo qualcosa nei confronti delle proprie idee specifiche in questo campo) alla proporzionale – scusate il bisticcio di parole – e all’uninominale consentirebbe di far compiere un passo in avanti alla nostra situazione politica e di restituire, anche al lavoro del Parlamento, il gusto della politica che qualche volta, purtroppo, sembra da qualcuno non essere più avvertito. (Applausi dai gruppi Ppi, Udeur, Ccd e Ds e dei senatori Tirelli, Gubert e Vertone Grimaldi).


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