Il partito che non c’è
Il vaticanista della Stampa interviene sul libro di Marco Damilano: l’idea di un cattolicesimo omogeneo, pronto a marciare compatto al seguito di un burattinaio in talare, esiste solo nell’immaginario giornalistico-politico. La realtà è diversa
di Marco Tosatti
Esiste davvero, nel nostro
Paese, un «Partito di Dio», omogeneo, compatto, pronto a
marciare in «falangi, truppe, divisioni, corazzate»? Magari
seguendo perinde ac cadaver le parole d’ordine lanciate da un grande burattinaio in
talare? Esiste, davvero, nella realtà, e non nell’immaginario
giornalistico-politico della sinistra, più o meno radicale? Credo
che sia legittimo avere dei dubbi, anche se la vittoria
dell’astensione al referendum sulla legge 40, così bruciante
per gli sconfitti, e per i grandi interessi economici ammantati nella
candida veste della libertà di ricerca, è stata pretesto e
occasione per resuscitare lo spauracchio del potere dei preti. E i
dubbi non scompaiono nemmeno dopo aver letto l’interessante e
militante opera di Marco Damilano, che si intitola proprio Il partito di Dio. Insomma, per
togliervi la suspence, e svelare subito chi è l’assassino:
l’impressione ricavata dalla lettura è che in Italia di
partiti di Dio ce ne siano parecchi, e ben difficili da mettere
d’accordo l’uno con l’altro; per non parlare poi di
ricomporli in una granitica monoliticità. E se per caso in un
momento particolare, e su un tema così specifico come la legge 40,
la Chiesa si è trovata a cavalcare con fortuna un umore diffuso nel
Paese, questo testimonia più del suo fiuto nel cogliere sentimenti
popolari, che nel mettere in opera un regime di consensi stabile, sicuro e
continuo.

Certo, di ossequio verbale, in particolare dai
politici, la Chiesa ne ha ricevuto quantità inusuali, negli ultimi
tempi; e certamente molto maggiori di quando il Paese era governato dalla
Democrazia cristiana. Quanto poi questo si trasformi in potere reale,
è tutto da vedere e dimostrare. La battaglia sulle scuole private e
simili, in corso da anni, e per chissà quanto tempo ancora, ne
è un esempio eloquente. Così come la richiesta, presente
ormai da molti anni nelle “prolusioni” di Ruini, di promuovere
in concreto misure di legge a favore della famiglia. E di tutto il libro
uno dei capitoli più poveri è quello dedicato alle
“amicizie pericolose”, l’ex governatore Fazio (che
però forse era più amico del cardinale Giovanni Battista Re)
e Giampiero Fiorani, amministratore della Banca Popolare di Lodi,
cofirmatario, con il cardinale Ruini, di un accordo teso a fornire alle
diocesi mutui vantaggiosi per ristrutturare edifici ecclesiastici. Mentre
di Bazoli, l’esponente certo più significativo in campo
cattolico e finanziario, si cita una presa di posizione critica verso la
Cei perché i temi della «giustizia e della legalità
tributaria» gli sembravano troppo assenti dalla predicazione della
Chiesa.
Insomma, niente di straordinariamente compromettente, ci sembra. E anche sul fronte della politica la sensazione è più quella di una grande frammentazione che di una falange omogenea, di cui sarebbe protagonista «il nuovo cattolico: intransigente, movimentista, il crociato dei valori». Rosy Bindi e Giovanardi, Mantovano e Binetti, Letta (tutti e due) e Calderoli, per non parlare degli atei più o meno devoti… Visti laicamente dall’esterno, l’impressione che danno questi buoni cristiani è quella di un’armata Brancaleone, più che di una quadrata legione.
Il protagonista, e il bersaglio principale del libro, è il presidente della Cei, il cardinale Camillo Ruini, descritto così: «Un politico astuto, il leader indiscusso della Chiesa italiana negli ultimi vent’anni […]. Ha combattuto la sua battaglia: impedire che la Chiesa fosse travolta dal disfacimento della Dc e dalla diaspora dell’elettorato cattolico. Con un’intuizione di fondo […]. La partita non si vince con l’occupazione dei posti […]. Serve una controffensiva culturale. Mettere l’accento su alcune battaglie, vita famiglia scuola». Alle spalle, Benedetto XVI, «un Papa politico, più politico perfino di papa Wojtyla, uno dei grandi leader di ogni tempo. Il Papa tedesco detta legge sui Pacs, sull’aborto, sull’embrione. Richiede obbedienza assoluta… con l’obbligo di difendere i valori, i “principi non negoziabili”: la vita fin dal concepimento, la famiglia e l’indissolubilità del matrimonio, la libertà di educazione».
È proprio vero che sono le orecchie di chi ascolta a imporre peso e valore alle parole. A noi non sembra che difendendo questi valori (e non per interessi economici o politici, ma forse – e questo nel libro non pare venga accennato – per ragioni di bene comune, non solo ecclesiastico: i problemi generati dalla crisi della famiglia, dalla denatalità e compagnia cantante non sono un’invenzione di Ruini) la Chiesa compia alcunché di scorretto. Forse, invece, per altri lettori tutto ciò suona abominio della desolazione.

È probabilmente a loro che si rivolge il libro.
L’impressione che ne abbiamo ricevuta – ma siamo pronti a
ricrederci, di fronte a prove schiaccianti – è che il testo
sia veramente “militante”; teso a eccitare nel suo pubblico
timori e allarmi per i crociati di ritorno, più che ad aiutarli a
una lettura lucida della realtà. Un libro militante anche nello
stile e nel tono: il 1° maggio del 2000 la Chiesa aveva
«strappato» la festa dei lavoratori al sindacato, con la messa
di papa Wojtyla a Tor Vergata, invece dell’usuale concerto romano; un
anno prima piazza San Giovanni era stata «requisita» per la
beatificazione di Padre Pio. È un tono sempre un po’ sopra le
righe, che può nascondere più che evidenziare le molte
qualità di documentazione del libro, che sarebbe più
convincente, se vissuto in forma più pacata. «La guerra
cominciò un sabato d’estate, l’8 luglio del 2000»
è l’incipit; e l’evento scatenante la
«riconquista» ecclesiastica sarebbe stato niente di meno
che il Gay Pride a Roma, paragonato allo «sparo di Sarajevo»,
non solo, ma «la prima uscita dell’Italia laica dopo anni di
silenzio». Forse, anche se la provocazione omosessuale certo non fece
piacere oltre Tevere, le preoccupazioni per l’avanzata del
relativismo etico erano precedenti, come ben sa anche l’autore.
Che ha una storia, all’interno del mondo di cui parla. Membro di Azione cattolica, ai tempi di Angelo Bertani, fabbro instancabile di giovani lame “progressiste” del giornalismo ecclesiale, ha collaborato in ruoli di responsabilità a Segno Sette, la rivista dell’associazione. Ha vissuto il difficile periodo della presidenza Monticone (vicepresidente Rosy Bindi), delle battaglie con Cl, e il successivo spostamento dell’associazione su posizioni più wojtyliane, artefice il cardinale Camillo Ruini. Come molti cattolici, l’autore del libro dà l’impressione di perdonare forse, ma dimenticare, no. Così qualche volta non si riesce a superare la sensazione che ci siano vecchie cose che tornano a galla, che il sentimento prenda un po’ la mano al giudizio obiettivo. Come pure la nostalgia. Sarà anche vero – anche se non molto caritatevole – osservare che nelle associazioni e nei movimenti non sembrano esserci «nuove personalità di rilievo», e che «le figure autorevoli sono pochissime». Ma sono invece legione i fuoriclasse nella politica, nell’imprenditoria, nel giornalismo, nell’arte? Vorrà pur dire qualche cosa se è stato eletto Papa, l’anno scorso, un gentile teologo di settantanove anni…

La cerimonia di apertura del IV Convegno ecclesiale nazionale che si è svolto a Verona dal 16 al 20 ottobre 2006
Insomma, niente di straordinariamente compromettente, ci sembra. E anche sul fronte della politica la sensazione è più quella di una grande frammentazione che di una falange omogenea, di cui sarebbe protagonista «il nuovo cattolico: intransigente, movimentista, il crociato dei valori». Rosy Bindi e Giovanardi, Mantovano e Binetti, Letta (tutti e due) e Calderoli, per non parlare degli atei più o meno devoti… Visti laicamente dall’esterno, l’impressione che danno questi buoni cristiani è quella di un’armata Brancaleone, più che di una quadrata legione.
Il protagonista, e il bersaglio principale del libro, è il presidente della Cei, il cardinale Camillo Ruini, descritto così: «Un politico astuto, il leader indiscusso della Chiesa italiana negli ultimi vent’anni […]. Ha combattuto la sua battaglia: impedire che la Chiesa fosse travolta dal disfacimento della Dc e dalla diaspora dell’elettorato cattolico. Con un’intuizione di fondo […]. La partita non si vince con l’occupazione dei posti […]. Serve una controffensiva culturale. Mettere l’accento su alcune battaglie, vita famiglia scuola». Alle spalle, Benedetto XVI, «un Papa politico, più politico perfino di papa Wojtyla, uno dei grandi leader di ogni tempo. Il Papa tedesco detta legge sui Pacs, sull’aborto, sull’embrione. Richiede obbedienza assoluta… con l’obbligo di difendere i valori, i “principi non negoziabili”: la vita fin dal concepimento, la famiglia e l’indissolubilità del matrimonio, la libertà di educazione».
È proprio vero che sono le orecchie di chi ascolta a imporre peso e valore alle parole. A noi non sembra che difendendo questi valori (e non per interessi economici o politici, ma forse – e questo nel libro non pare venga accennato – per ragioni di bene comune, non solo ecclesiastico: i problemi generati dalla crisi della famiglia, dalla denatalità e compagnia cantante non sono un’invenzione di Ruini) la Chiesa compia alcunché di scorretto. Forse, invece, per altri lettori tutto ciò suona abominio della desolazione.

La copertina del libro di Marco Damilano, Il partito di Dio, Einaudi, Torino 2006, 217 pp., euro 14,50
Che ha una storia, all’interno del mondo di cui parla. Membro di Azione cattolica, ai tempi di Angelo Bertani, fabbro instancabile di giovani lame “progressiste” del giornalismo ecclesiale, ha collaborato in ruoli di responsabilità a Segno Sette, la rivista dell’associazione. Ha vissuto il difficile periodo della presidenza Monticone (vicepresidente Rosy Bindi), delle battaglie con Cl, e il successivo spostamento dell’associazione su posizioni più wojtyliane, artefice il cardinale Camillo Ruini. Come molti cattolici, l’autore del libro dà l’impressione di perdonare forse, ma dimenticare, no. Così qualche volta non si riesce a superare la sensazione che ci siano vecchie cose che tornano a galla, che il sentimento prenda un po’ la mano al giudizio obiettivo. Come pure la nostalgia. Sarà anche vero – anche se non molto caritatevole – osservare che nelle associazioni e nei movimenti non sembrano esserci «nuove personalità di rilievo», e che «le figure autorevoli sono pochissime». Ma sono invece legione i fuoriclasse nella politica, nell’imprenditoria, nel giornalismo, nell’arte? Vorrà pur dire qualche cosa se è stato eletto Papa, l’anno scorso, un gentile teologo di settantanove anni…