Romanino, un fedele di poche maniere
Una grande mostra a Trento e un nuovo libro che svela i segreti della sua iconografia, rilanciano questo artista irruente e anomalo. In pieno declino del Rinascimento, rispose all’eclettismo “diabolico” dei manieristi con il suo anticonformismo cristiano. E così preparò la strada al suo conterraneo Caravaggio
di Giuseppe Frangi

Cena in casa di Simon Fariseo, affresco trasportato su tela, 1532-1533 circa, Girolamo Romanino, Pinacoteca Tosio Martinengo, Brescia
Era il 1965; e quarant’anni di ricerche e di scoperte non hanno fatto altro che confermare quell’intuizione, a partire dagli studi che Giovanni Testori ha lasciato su Romanino. Ma in cosa consiste questo anticonformismo evidenziato da Pasolini? Una mostra recente di grande successo, organizzata al Castello del Buonconsiglio di Trento, e un libro di una giovane studiosa padovana, Barbara Savy, hanno dato l’opportunità di rimettere a tema quell’interrogativo.
Che Romanino sia un genio anomalo, lo conferma la sua stessa biografia: risucchiato, nel momento della formazione, dalla grande scuola veneziana, se ne discosta poi, nella maturità, in modo fragoroso e sfacciatamente ribelle. Come sottolineano sia Pasolini che Testori, non ha nessuna remora a rispondere intenzionalmente con una goffaggine violenta alla eleganza, piena di mestiere, dei suoi referenti lagunari. Tutta la parabola di Romanino sembra la reazione, a volte rabbiosa, a volte scapestrata, di uno che non vuole stare al gioco; e che per questo non teme la marginalità di contesti provinciali, dove aveva trovato i committenti dei suoi maggiori capolavori. La sua biografia è costellata infatti di “sconfitte”, come quella subita nel cantiere del Duomo di Cremona dove venne sostituito dal Pordenone, un ottimo mestierante che rispettava le regole condivise della buona pittura.

Ritratto di Girolamo Romanino, olio su tela, Szépmüvészeti Múzeum, Budapest
Romanino è un artista che ha sperimentato in gioventù l’eleganza per poi coscientemente ripudiarla. La grande sala che a Trento raccoglieva le immense ante d’organo dipinte per il Duomo di Brescia e per la chiesa di San Giorgio a Verona, era, in questo senso, persino spettacolare. All’ingresso ci accoglievano i due affreschi provenienti dall’abbazia di Rodengo, con le due cene, quella in casa di Simone e quella di Emmaus, dipinte intorno al 1532. Lo spazio in cui Romanino ambienta gli episodi non ha nessuna prosopopea; è un luogo a volte ribassate che non prelude a eventi speciali, una location di disarmante normalità. Sono i corpi a riempire questi spazi; corpi tutti veri, nella concitazione, nei sussulti, nei gesti improvvisi. Nella Cena in casa di Simone, la Maddalena ha preso tutti in contropiede quasi scaraventandosi sotto il tavolo per baciare il piede di Gesù, infilandosi nel poco spazio che aveva a disposizione. Sopra il tavolo c’è un po’ di imbarazzo, accentuato dagli spazi angusti in cui tutta la scena si svolge. La Maddalena non mostra esitazioni, ma nello stesso tempo non può nascondere quel tanto di goffaggine cui la posizione la obbliga. Com’è reale e credibile quel suo gesto! Quasi si imbarazza del primo piano cui il pittore la costringe; alza lo sguardo con una punta di timidezza e svela lo sguardo arrossato dalle lacrime. È uno sguardo psicologicamente vero; uno sguardo povero, semplice, spoglio di ogni artificiosità. Per questo è uno sguardo assolutamente credibile.
Nella Cena a Emmaus, che sembra spianare la strada a Caravaggio, la scena è ugualmente spoglia; il gioco delle gambe degli astanti, seduti al tavolo, risente del contraccolpo di stupore per quel che accade sopra il tavolo. Ma il particolare più vero è quello dell’apostolo di sinistra, dal volto di paesano, che sembra esser già oltre lo stupore di quel riconoscimento, e il cui sguardo è tutto teso, quasi completamente assorbito dal volto di Gesù.
Romanino è un uomo di fede, diceva Pasolini. E lui lo conferma con l’insistita volontà di svuotare di orpelli i suoi quadri; con la convinzione che la pittura possa essere povera senza essere assolutamente sminuita. La grande pala con la Caduta della manna, molto tarda, conservata nel Duomo vecchio di Brescia, da questo punto di vista è un documento impressionante. Le figure hanno un’energia rude, quasi espressionistica; si ammassano nello spazio sempre gremito di umanità delle tele di Romanino; la luce color ruggine sembra preludere alla luce degli ultimi Caravaggio siciliani.
Romanino è un uomo di fede, diceva Pasolini. E lui lo conferma con l’insistita volontà di svuotare di orpelli i suoi quadri; con la convinzione che la pittura possa essere povera senza essere assolutamente sminuita. La grande pala con la Caduta della manna, molto tarda, conservata nel Duomo vecchio di Brescia, da questo punto di vista
è un documento impressionante
Ma questa grande tela apre un altro squarcio
interessante sulla “fede” di Romanino. Egli fu infatti
l’interprete più fedele di quel movimento che aveva segnato la
vita religiosa di Brescia agli inizi del Cinquecento: si trattava della
nascita in tutta la città delle “scuole del Corpus
Domini”, confraternite che si occupavano oltre che
dell’adorazione e della cura del Santissimo anche di dare il pane ai
poveri e che san Carlo, cinquant’anni dopo, durante la sua visita
pastorale, avrebbe molto elogiato. Nel 1521, insieme all’altro grande
rappresentante della pittura bresciana, il Moretto, Romanino aveva avviato
il cantiere della cappella dedicata appunto al Sacramento, in San Giovanni
Evangelista a Brescia. Si tratta di uno dei più grandi capolavori
dell’arte lombarda, cui Giovanni Testori dedicò un libro
appassionante. Oggi, grazie agli studi di Barbara
Savy, sappiamo molto di più riguardo al preciso programma
iconografico da cui aveva preso il via l’impresa. È un
programma che i canonici lateranensi costruirono in particolare basandosi
sul Commento al Vangelo di Giovanni di sant’Agostino. Per esempio, la tela che occupa la
parte alta della parete con il Miracolo del Sacramento, aveva la funzione di
rappresentare quel che Agostino disse nel Sermo 132/A, 1: «Si mangia in porzioni e rimane tutto
intero; si mangia in porzioni nel sacramento e rimane tutto intero nel
cielo, rimane tutto intero nel tuo cuore. Tutto intero era infatti presso
il Padre quando venne nella Vergine; riempì il grembo di lei senza
allontanarsi da lui. Veniva nella carne perché gli uomini potessero
mangiarlo; ma restava tutt’intero presso il Padre per essere il cibo
degli angeli».
Alla mostra di Trento spiccava un altro quadro connesso con questo ruolo rivestito da Romanino nella Brescia del suo tempo. Si tratta di una pala conservata nella chiesa di Santa Maria in Calchera, e che rappresenta un soggetto assolutamente insolito. Al centro si vede sant’Apollonio, quinto vescovo di Brescia, che si volge come per dare la comunione a dei fedeli inginocchiati. In realtà il quadro rappresenta un episodio miracoloso: Apollonio, nel periodo delle persecuzioni, era stato privato degli strumenti per poter dire messa. Miracolosamente questi gli furono recuperati dall’intervento di Faustino e Giovita, che poi sarebbero diventati i santi patroni di Brescia, contemporanei di Apollonio e tenuti in carcere dall’imperatore. Alle spalle del santo vescovo, per dare un’impronta di vera antichità, Romanino dipinge un altare con una pala a fondo oro. Ma la cosa più bella del quadro è il gesto trattenuto, semplice e pieno di purezza, con cui Apollonio, voltandosi verso di noi, mostra le piccole ostie splendenti di biancore. Aveva davvero ragione Pasolini a non aver dubbi sulla fede di Romanino…